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venerdì 1 maggio 2020

In quarantena con Francis Scott Fitzgerald

" Ma alle tre del mattino, un pacchetto dimenticato assume la stessa importanza tragica d'una condanna a morte, e la cura non ha effetto, e in una reale notte in fondo all'anima sono sempre le tre del mattino, giorno dopo giorno."

Ho desiderato per tanto tempo di imbattermi in Fitzgerald solo per questa frase, trovata come aforisma in non so quale libro, in pagina bianca, prima di un capitolo iniziale.
Però tempo e desiderio non sempre coincidono.
E non sempre coincidono con la mia volubilità letteraria, che è molto incostante.
La verità è che quando mi sono imbattuto nel Mammut con gran parte delle opere di Francis, ho avuto paura. Ho avuto paura della mole del libro e del fatto che avevo già una nutrita pila di libri da iniziare e portare a termine.
Ho rimandato e rimandato per settimane che poi sono diventate mesi, e solo adesso, complice la penuria di libri e la quarantena, ho trovato il coraggio di affrontarlo.
E com'è andata?

E' andata che Fitzgerald è un grandissimo, ma che non è propriamente nelle mie corde, ed adesso bestemmio, a parte Il Grande Gatsby ed alcuni racconti della raccolta dell' Età Del Jazz, mi sono spesso impantanato, tanto da dovermi dedicare ad altre opere, perché la lettura mi era risultata pesante e prolissa.

C'è del bello nelle atmosfere delle storie di Fitzgerald.
L'atmosfera dell'America del primo novecento, i cambiamenti in corso d'opera della pre o post grande guerra, le feste sfrenate e l'alcool, il proibizionismo e la ricerca smodata della ricchezza e degli agi.
E soprattutto le donne dei suoi romanzi: tutte bellissime, tutte ricche non solo di fascino, ma anche di potere, soprattutto seduttivo.
Quelle donne che sono le vere protagoniste dei suoi romanzi.
Spesso quasi irraggiungibili e smaniose, e che alla fine della giostra, cadono sempre in piedi rispetto alla controparte maschile tutta uguale in ogni racconto e romanzo, uomini spesso in odore di decadenza e nichilismo da trasudare l'ineluttabilità.

Ecco ciò che non ho molto apprezzato nelle sue storie, tutti gli uomini sono uguali, è come se in un certo modo, Francis abbia messo molto di se stesso nelle sue opere.
Tutti gli uomini delle sue storie sono mossi dallo stesso senso di arrivismo, inadatti alla vita ed al lavoro, se non nella ricerca di una eredità o di un amore troppo spesso fragile ed idealizzato.
E se in Al di qua del paradiso tutto questo è appena abbozzato poiché è un racconto di formazione giovanile che trasuda intraprendenza, rabbia  e inesperienza ed anche un po' di arroganza tipica di un personaggio di quell'età, già traspare moltissimo nel suo secondo romanzo, Belli e Dannati.
Una storia d'amore forte e distruttiva.

Ovviamente ogni personaggio va contestualizzato a quel periodo, ma l'uomo di Fitzgerald è fragile e debole, difficilmente amabile.
Ed ho idea che i primi due romanzi siano quasi di preparazione per quel che sarà il suo grande capolavoro, Il Grande Gatsby.

Persino lui, il grande e famigerato Gatsby, è mosso da un desiderio naturale, quanto banale, come l'amore idealizzato.
Il Grande Gatsby rispetto a Tenera La Notte, Belli e dannati e Al di qua del Paradiso, ha però una struttura narrativa molto più avvincente e coesa, che comunque me lo ha fatto apprezzare di più.
E' un gran romanzo, anche se purtroppo avendo visto il film di Luhrmann poco tempo fa, mi ero già spoilerato gli eventi principali.
Avrei voluto arrivarci vergine alle pagine finali, dove probabilmente mi avrebbe ferito di più.
Resta però un romanzo che mi piacerebbe ritrovare in formato cartaceo e che vorrei inserire nella mia libreria.
Delle altre storie mi restano tante belle frasi, tanti bei dialoghi, e le splendide descrizioni dell'America e di altri luoghi di quel periodo storico, il che non è poco, ma non mi hanno lasciato moltissimo.

Bellissimi invece I Racconti dell'età del jazz, che forse proprio perché più brevi, arrivano subito al punto risultando oltremodo gustosi.
E' probabilmente l'opera che ho trovato più di mio gradimento del libro.

Di tenera è la notte posso dire poco, credo che ci sia molto d'autobiografico nella storia, visto che la moglie del protagonista è gravata da uno squilibrio mentale, molto simile a quello della moglie dello scrittore.
Anche qui protagonista è l'amore forte, ma incostante, e con una controparte maschile che lo è altrettanto, come in ogni opera di Fitzgerald, dopotutto.
Non credo che Francis avesse una grande opinione del genere maschile, visto le vicissitudini tendenti all'oblio dei suoi personaggi.

Passare comunque la quarantena con Francis è stato bello, e di questo lo ringrazio.
E' stato impegnativo, spesso al limite dell'arrendevolezza, ma riconosco che è un limite mio.
Sono anche giustificato dal fatto che sono state 1300 pagine di storie.
Io non sono all'altezza della sua narrativa alta e pomposa, ma in qualche modo, ho indossato l'abito nuovo e mi ci sono imbucato.
E per un po' sono stato anch'io in una delle grandi feste di Gatsby e in quel pontile a guardare da lontano il bagliore di una luce verde.

" E così andiamo avanti, barche contro la corrente, incessantemente trascinati verso il passato."

Alla prossima!


martedì 22 ottobre 2019

Scrittori italiani che guariscono temporaneamente la mia esterofilia: Dino Buzzati

La prima volta che lessi Il Deserto Dei Tartari è stato come essere colpiti da un macigno.
Non voglio parlare del romanzo, anzi non oso, perché ci sono migliaia di interpretazioni sul simbolismo dell'opera e tanti assist d'immedesimazione che parallelamente ci portano al nostro vissuto.
Per me, per esempio, è un romanzo che un giovanissimo non dovrebbe leggere, dubito che riesca a capire il dilatarsi come un elastico del tempo, la noia del vivere, la sensazione di aspettare un qualcosa che non arriverà mai o arriverà quando non avrai più la forza.
Io, l'apatia del vivere, del restare, dell'aspettare, la vivo quotidianamente, ed è per questo che ho sofferto entrambe le volte che ho letto questa storia, ma è stata una sofferenza che sono stato contento di provare, come sempre quando si tratta di un romanzo che mi porta a riflettere e che mi resta in testa per ore, giorni o settimane.
Se non lo avete mai fatto leggete Il Deserto Dei Tartari, è uno di quei rari casi in cui la parola capolavoro non è quel termine stra-abusato come per la qualsiasi roba mainstream che circola oggigiorno.

Questo romanzo mi spinse un po' all'epoca ad informarmi sulla figura di Dino Buzzati e sulle sue altre opere reperibili.
Non è un autore che ha scritto molto, purtroppo.
Anche perché è stato un artista a tutto tondo essendo anche giornalista, saggista, e persino pittore.
Ho trovato alcuni suoi editoriali sulla rete e posso dire che li ho trovati lirici e splendidi come poche cose che ho letto?
Le sue parole sull'allunaggio e sulla morte di Marilyn Monroe erano di una sensibilità unica.

Qualche tempo dopo in una bancarella dell'usato vidi spuntare una copia vetusta e sbiadita di Un Amore e non me la sono fatta scappare.
Un romanzo che non raggiunge le vette de Il Deserto Dei Tartari in quanto a stile e lirismo, e che anzi è una sorta di flusso di pensieri febbrile, come d'altronde lo sono spesso gli amori, specie quelli non corrisposti.
L'amore in fondo è una malattia, spesso improvvisa, da cui è difficile difendersi lucidamente.
E spesso la cura destabilizza il corpo più della malattia.
La storia è basata su un suo vissuto personale e ricorda un po' vagamente il molto più famoso e conturbante racconto di Nabokov Lolita.
I sentimenti che suscita la figura di Antonio Dorigo in corso d'opera sono molti e contrastanti.
Un po' compatimento e imbarazzo, a volte rabbia, a volte comprensione soprattutto per chi ha vissuto amori impossibili o poco chiari, spesso incasellati in un percorso fragile e ambiguo.
La figura di Laide appare a prima vista come una ragazza svampita, opportunista e che accetta la corte del borghese di turno solo per soldi, e per gran parte del romanzo conosceremo a malapena il suo punto di vista, essendo il racconto narrato attraverso i pensieri e le gesta di Antonio Dorigo.
Un pensiero non proprio lucidissimo, lasciatemelo dire.
Non è facile parlare di amori malati, e spesso questo tipo di narrazione lo tollero poco, ma Un Amore mi è piaciuto.
Forse è un po' troppo fitto per i miei gusti, ma lo si legge con piacere.

Certo, di storie simili, di uomini di una certa età, professionisti che inseguono la giovinezza perduta, attraverso ragazze giovani che vendono l'amore se ne vedono e leggono di ogni, sia nella fiction che nella realtà, ma penso che all'epoca un romanzo così forte nelle tematiche ( per quanto accennate ) un po' di scalpore deve averlo fatto.

Adesso spero di riuscire a reperire anche la raccolta di racconti La Boutique Del Mistero, ma confido prima o poi di ritrovarmela davanti in qualche mercatino dell'usato, come accaduto con i primi due libri.


Alla Prossima!


martedì 8 ottobre 2019

Il Signor Diavolo - Pupi Avati ( Romanzo )


Ricordo che quando lessi la sinossi e successivamente vidi il trailer fui subito attratto da questa storia che mischiava politica, superstizione religiosa e horror " paesano ".
Da questo tipo di narrazione vengo subito sedotto, soprattutto se ambientata nel passato.
Successivamente scoprii che prima del film era già uscita l'opera in formato cartaceo, e quindi ho preferito buttarmi su quest'ultima, aspettando l'occasione di trovarla a un buon prezzo.

Le recensioni lette in giro mi avevano un po' scoraggiato, ma volevo farmi una mia personale idea, anche se è stata dura decidermi a comprarlo.
Il perché è presto detto, è un romanzo cortissimo venduto allo stesso prezzo di uno più corposo.
La parola romanzo, quindi, mi appare persino esagerata perché tecnicamente parlando siamo più dalle parti della novella.
Ma come sempre conta più il contenuto, e quindi concentriamoci su questo.
Ma prima andiamo di sinossi presa in prestito come sempre da IBS:

Una storia intensamente nera, il ritratto di una provincia non addomesticata, mai del tutto compresa, un profondo Nord-est intriso di religione quanto di superstizione e in cui i confini tra vita e mistero si spostano come l'orizzonte nelle paludi... Un mondo dove tutto sembra possibile. Anche il Diavolo.

«Allora a me e a Paolino i giorni ci sembravano tutti diversi, quelli corti e quelli lunghi. Comunque il giorno più bello restava sempre domani. Prima di addormentarci bisognava pregare il nostro angelo custode. Così il diavolo si teneva alla larga.»

Anni Cinquanta, Italia. Il pubblico ministero Furio Momentè sta raggiungendo Venezia da Roma, inviato dal tribunale per un processo delicato. Un ragazzino di quattordici anni ha ucciso un coetaneo, e la Curia romana vuole vederci chiaro, perché nel drammatico caso è implicato un convento di suore e si mormora di visioni demoniache. All'origine di tutto c'è la morte, due anni prima, di Paolino Osti. Malattia, hanno detto i medici, ma secondo Carlo, il suo migliore amico, Paolino è morto per una maledizione: Emilio lo ha fatto inciampare mentre, in chiesa, portava l'ostia consacrata per la comunione. Sacrilegio... E Paolino sul letto di morte avrebbe mormorato: "Io voglio tornare". "Far tornare" l'amico per Carlo è diventata un'ossessione che ha messo in moto oscuri rituali e misteriosi eventi. Fino alla morte di Emilio, ucciso da Carlo con la fionda di Paolino. Almeno così pare...



Su Instagram mi sono espresso così:

Un romanzo breve quanto ermetico nella narrazione, ma che per quel che mi riguarda mi ha abbastanza soddisfatto. Avati mischia politica e superstizione religiosa in un ambiente tipicamente rurale del primo dopoguerra che ricorda un po' Ammaniti e con un finale degno di un racconto di Poe.
La deformità diventa dannazione, e la superstizione diventa assassinio.
In un romanzo breve in cui vittime e carnefici sono principalmente bambini.



Una recensione ermetica, come d'altronde è un po' il romanzo.
Ed in effetti la brevità dell'opera, ma anche la narrazione " esterna " affidata ad una lettura di documenti e testimonianze d'inchiesta rendono quest'opera un po' fredda e poco empatica.
Avrei preferito una narrazione in prima persona, ma è comunque un escamotage che è già stato usato nella narrativa del passato ed anche in quella odierna, anche se molto meno.
Mentre lo leggevo mi sono posto la domanda a quanti potrebbe interessare una storia così, che offre e mostra molto poco al lettore e che si limita a suggerire e sussurrare a più livelli di lettura le scene.
Manca la vera azione, ed è come un racconto gotico d'altri tempi.
In un certo senso lo è.
Il soprannaturale è suggerito e lasciato all'interpretazione del lettore e va bene così.
Ad un lettore moderno tutto ciò non piacerà, lo so.
Ho letto un bel po' di critiche anche sui romanzi della Jackson che trattano il fantastico in maniera molto più psicologica e simbolica, quindi è normale che un romanzo come questo di Avati possa far discutere in tal senso.
Io mi metto tra coloro che lo hanno apprezzato, anche se una cinquantina di pagine in più per approfondire tematiche ed atmosfera e perché no anche la cittadina dove vivono i protagonisti avrebbe giovato e non poco in termini di immedesimazione.
Credo che in futuro mi vedrò anche il film.

Mi ha fatto ripensare un po' anche al passato e alle mie zie del paese che vivevano di preghiera e superstizione, pronte a toglierti il malocchio con l'olio ad ogni occasione, ed ai vecchi racconti di paese folcloristici con i loro misteri che si tramandano per generazioni.


Alla Prossima!



martedì 13 agosto 2019

Traduzioni ingannevoli, ma amabili

Mi rendo conto che è un titolo un po' forte e straniante, ma spesso e volentieri mi è successo di aver amato una frase estrapolata da un'opera e poi scoprire che nell'opera originale è stata tradotta in modo diverso.
So che sembra un discorso un po' contorto, ma provo a spiegarmi: non so se avete presente quelle frasi che in genere vengono scritte in un libro prima dell'inizio di un capitolo. In genere si tratta di veri e propri aforismi, se non frasi prese dalla narrazione di un romanzo oppure dallo stralcio di una poesia.
Però se poi andate a leggere l'opera da cui sono tratte, quelle frasi risultano essere tradotte da un'altra persona ancora in maniera totalmente diversa.
Ed io ci resto di sasso, perché in genere sono frasi di cui mi sono innamorato, che però lette nell'opera originale, non dico che perdano di fascino o che cambino significato, ma assumono un suono e una forma diverse.

Faccio un paio di esempi:

Durante la lettura di V For Vendetta mi innamorai perdutamente di una frase detta da V che era questa:

" Io sono il diavolo, e del diavolo vengo a fare l'opera."

Successivamente la frase che ho visto citata a più riprese anche in film ed altre opere è stata tradotta in modo diverso:

" Io sono il diavolo e sono qui per fare il lavoro del diavolo."

Ecco, io conobbi questa frase e me ne innamorai perdutamente con la prima traduzione ed ancora oggi nonostante sia desueta, la preferisco ancora.

Ma non è l'unico esempio:

Durante la lettura di non so quale libro di Stephen King mi imbattei nell'incipit di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Nel romanzo del Re, proprio prima dell'inizio di un capitolo c'era scritto così:

" Bruciare era un piacere."

Quando mi comprai l'opera omnia edita negli Oscar Mondadori la traduzione era di ugual significato, ma la frase era diversa:

" Era una gioia appiccare il fuoco."

Anche in questo caso io ho conosciuto quest'opera ed ho amato una frase che successivamente divenne desueta.

Terzo ed ultimo esempio, perché è agosto e non voglio ammorbare nessuno, possiamo farlo con una delle mie frasi preferite del maestro di Providence ovvero H.P.Lovecraft:

"Non è morto ciò che può vivere in eterno e in strani eoni anche la morte può morire."

Non ricordo dove all'epoca trovai pubblicata questa frase ( presumo venne citata in uno dei romanzi di King ), ma ricordo che me ne innamorai perdutamente, tanto che la scrivevo ovunque come Bio, e penso che tuttora campeggi nel mio profilo Twitter.
Però anche in questo caso, quando mi comprai l'enorme tomone Mammut della Newton con tutte le opere di H.P., la frase era stata tradotta in modo diverso, ma qui il caso è persino diverso perché esistono parecchie traduzioni di questa frase, anche se la più comune pare essere questa:

" Non è morto ciò che in eterno può attendere, e con il passare di strane ere, anche la morte può morire."

Mi rendo conto che tradurre ed adattare una frase da una lingua ad un'altra è un po' un casino ( basta pensare a cosa succede nei testi delle canzoni anglosassoni quando vengono cantate in italiano), però è strano innamorarsi di un testo e poi scoprire che per un'altra persona ( esperta del settore ) il suono della frase e la costruzione del testo siano interpretabili in modo così diverso.
Da un traduttore a un altro può cambiare tutto, e forse ecco spiegato il motivo di tante polemiche di alcuni adattamenti di anime e serie tv.

Si rimane fedeli al primo amore, e alla prima traduzione, mi sa.

Alla Prossima e Buon Ferragosto!




lunedì 5 agosto 2019

La Reliquia - James Herbert

Ho già parlato di James Herbert e di quanto mi piacciano le sue opere, quindi non avrei voluto ripetermi, ma nell'ultima sortita al mercatino dell'usato è saltato fuori questo romanzo che ho cercato per tanto tempo e quindi mi è sembrato naturale parlarne, se non altro per pura divulgazione.
Faccio questo post solo per questo motivo.
In modo che si sappia che esiste gente che legge ancora questo autore che meriterebbe di essere ristampato in una veste non migliore ( io adoro gli Urania ), ma semplicemente più moderna, in modo che possa avvicinare molti altri appassionati di fantascienza o comunque lettori di qualsiasi genere.

Nelle ricerche di Google ci sarà una persona in più che avrà letto questo romanzo e lo avrà apprezzato: Io.
E se anche una sola persona leggerà questa mia e poi leggerà il libro, sarà per me una vittoria, perché ritengo Herbert una lettura piacevole.

Dico piacevole perché voglio essere onesto. Herbert è uno scrittore la cui scrittura è molto più votata all'azione e meno alla costruzione della storia rispetto ad un Matheson o Stephen King e le sue storie non hanno il lirismo di Ray Bradbury, però regalano emozioni e divertimento a non finire, anche nelle scene più truculente.

Rispetto però alle altre opere che ho letto di questo autore, La Reliquia è un romanzo molto più corposo e coeso, almeno inizialmente.
Ed in più ci sono anche delle piccole chicche che meritano.
Le estrapolazioni di frasi attribuite ad Himmler o Hitler che aprono ogni capitolo, per me arricchiscono e non poco la lettura di questo libro peculiarissimo.
Senza contare le citazioni all'opera Parsifal di Wagner ( che io nella mia ignoranza non conoscevo ).

Al di là del fatto che ad un certo punto diventa un romanzo d'azione tout court come nelle caratteristiche dell'autore, posso affermare tranquillamente che La Reliquia è il suo romanzo più " serio " quello che meriterebbe più in assoluto di essere letto.

E se siete appassionati di occultismo e fantascienza di stampo militare, questo è il romanzo che fa per voi.
In più è un romanzo ricco di azione che può essere associato al genere delle spy story.

Che il Dio dei libri benedica gli Urania!

Alla prossima!

P.s: vi lascio con la sinossi del retrocopertina ( non molto chiara in realtà ):

James Herbert è l'autore di Nebbia (Urania n. 702), Il superstite (n. 724), L'orrenda tana (n. 854), memorabili storie di horror tra il fantascientifico e il soprannaturale. Ecco alcuni giudizi di quotidiani inglesi su questo suo nuovo romanzo: "Un incubo... Una lettura che vi incatena col fascino dell'orrendo". - London Daily Mirror "Un culto magico di neo-nazisti in Inghilterra... Una donna crocifissa in una strada di Londra... Himmler risuscitato... Scene e situazioni del più tipico Herbert." - Birmingham Evening Mail "Terrificante" - Manchester Evening News





giovedì 21 marzo 2019

Non sono un lettore del mio tempo, ahimè

Ne ho già parlato in un precedente post, ma mai come in questo momento la mia differenza di approccio alla letteratura rispetto alla maggioranza dei lettori è così netta e lampante.
Forse a causa di Instagram che è capace di mostrare più punti di vista in pochi secondi di scrolling e di ascolto.

Quindi mi sono guardato dentro e fattomi un'autopsia intellettuale, mi tocca ammettere che ho dei pregiudizi di base verso la narrativa contemporanea specie per ciò che concerne nuove uscite ed autori emergenti.
Figuriamoci poi se sono italiani.
E' un pregiudizio derivante principalmente dall'ignoranza, dalla mia mancanza di fiducia nel prossimo come autore e dalla poca voglia di rischiare.
Tutto ciò di contemporaneo che leggo, viene comunque da autori che hanno già pubblicato da tempo, ed a parte Ammaniti, Benni, Buzzati e qualcun'altro, la letteratura italiana mi ispira poco o nulla.
Non ci posso fare nulla, sono fatto così.
E' più probabile vedermi in una bancarella polverosa di libri usati che in una nuova fiammante libreria.
Frequento solamente quelle che trattano libri usati a poco prezzo, e quando non ho avuto soldi, non mi vergogno a dire che ho letto libri anche indossando la benda d'ordinanza ( anche se poi li ho recuperati tutti negli anni ).

Ciò di base, mi rende molto diverso da quasi tutti gli appassionati di letteratura che soprattutto su Instagram parlano e mostrano con entusiasmo ( vero o presunto ) tutti i libri in uscita o quelli che gli sono inviati dagli editori.

Mi chiedo a volte cos'ho di così sbagliato e del perché sono fatto così.
Perché mi viene così facile leggere un Urania o un vecchio tascabile Newton che nuovi autori di fantascienza e del fantastico.

Magari chissà un giorno che avrò esplorato tutto ciò che ritengo interessante della vecchia narrativa del fantastico e dell'horror dovrò per forza aprirmi al nuovo ed al contemporaneo.

Fatto sta che oggi non sono un uomo del mio tempo.

Esiste quindi una frangia conservatrice ed oltranzista anche per quel che concerne la letteratura o sono la cosiddetta mosca bianca?
Una mosca come quella del film di Cronenberg, direi.
Il bianco comunque denota purezza, in me come lettore, se sono davvero così, non ne vedo.
Qualcuno obietterà che è giusto che io legga ciò che ritenga più opportuno e nelle mie corde, ma a volte mi domando cosa non vada in me.
Mi sento un lettore con dei limiti oggettivi che non riesco a superare.
Un razzista.
Ecco, l'ho detto.
Sono razzista verso il nuovo, inteso come autore, e me ne scuso.



lunedì 11 febbraio 2019

Autori Che Meriterebbero Di Uscire Dalla Nicchia - James Herbert

Uno dei miei vizi quando qualche domenica vado a girovagare per le bancarelle di libri usati, è quello di sfogliare i vecchi libri dell'Urania o dei tascabili Newton per via del loro prezzo irrisorio.
In una delle ultime sortite mi è capitato tra le mani Il Superstite di James Herbert e me lo sono portato subito a casa.
Era dai tempi in cui lessi La Nebbia all'incirca nel 2012 ( credo di averne anche fatto un post ) che non mi imbattevo in un'opera del buon James, e devo ammettere di averne subito il fascino.
Mi sono subito messo in cerca di altre sue opere e nell'unico negozio di libri usati qui in città sono riuscito a reperire anche L'orrenda Tana che sto leggendo proprio in questi giorni.
Ma andiamo con ordine:

James Herbert che ci ha lasciati nel 2013 è uno scrittore inglese le cui opere virano spesso tra il pulp, il fantastico e l'horror.
Stephen King nel suo saggio Danse Macabre ne parla con affetto, mostrando anche un certo disappunto per il fatto che le sue opere siano spesso considerate di serie b ed appartenenti ad un horror di stampo pulp e grossolano.
E' dello stesso King questa frase: " Herbert non scrive solamente; ma, si mette gli stivali da guerra e va all'assalto del lettore con l'horror."

In questo momento credo che gran parte delle sue opere appartengano al limbo dei fuori catalogo.
Però come dicevo inizialmente, quelle pubblicate in Italia si trovano abbastanza facilmente essendo state pubblicate nella collana degli Urania.
Io per ora ho rintracciato tre libri, ma in catalogo ce ne sono altri due.
Essi sono:

- Nebbia
- Il Superstite
- La Reliquia
- L'orrenda Tana
- Fluke L'uomocane


La sua opera più nota I Topi pubblicata moltissimi anni fa dalla Sonzogno ( di cui L'orrenda Tana ne è il seguito ) è purtroppo introvabile, mentre su Ebay ed affini circolano altre opere cosiddette minori come La Casa Maledetta, La Pietra Della Luna ed Il Sepolcro che mi piacerebbe un giorno leggere.

Per quel che mi riguarda è uno scrittore che mi sta piacendo moltissimo leggere.
E' vero, la sua narrazione è spesso grossolana, ma è scorrevolissima e senza respiro.
Herbert nelle sue storie parte in quarta non disdegnando descrizioni e dettagli crudi e soprattutto un certo umorismo macabro.
E soprattutto lo trovo bravissimo nei dialoghi e nella costruzione delle frasi.
E' uno scrittore veramente piacevole da leggere.
Le sue storie sanno essere divertenti, ma allo stesso tempo agghiaccianti.
L'orrenda Tana che parla di ratti neri mutanti grossi come delle nutrie, mi sta procurando parecchi brividi.
Personalmente lo straconsiglio.
Merita di uscire dal limbo e di essere riscoperto.
E soprattutto merita di essere ripubblicato, magari in un'edizione più moderna ed accurata.



Alla Prossima!


venerdì 25 gennaio 2019

Trilogia Della Pianura : Benedizione / Canto Della Pianura / Crepuscolo - Kent Haruf

La letteratura è ormai una roba di nicchia, persino elitaria, dicono.
Per questo motivo non avrei mai creduto che la letteratura riuscisse a fare breccia su Instagram, eppure è lì  che ultimamente ho scoperto nuovi scrittori e nuove storie.
Se non fosse per alcuni Bookstagrammer o come diavolo si chiamano, forse io e Kent Haruf non ci saremmo mai incrociati.
E' strano tutto ciò.
Ho assistito per anni al tentativo di portare la letteratura su Youtube ed ho visto le interazioni piuttosto risibili rispetto alle parodie ed ai video dei Gamer.
Anche quando a parlare di letteratura erano youtuber dai grandi numeri.
Ho assistito alla scomparsa delle interazioni e dei commenti sui blog che parlano di letteratura, al sempre più esiguo numero di lettori di un articolo scritto, magari da qualcuno che ci ha perso ore ed ore per redigerlo, e poi scopro questo sottobosco su Instagram che ottiene successo, interazioni, commenti, grazie all'ausilio delle stories.
Dovrei esserne contento ed un po' lo sono che ci sia così tanta gente che parla di letteratura su un social di successo, ma ritengo che un post su un blog sia meno celebrativo ed in un certo senso più " vero ".
Ma magari di questo ne parliamo un'altra volta.
Oggi voglio di parlare di Kent Haruf.

Non credevo che questa trilogia mi potesse piacere così tanto.
Eppure ogni volta che ne affrontavo un capitolo non riuscivo a staccarmi a costo di avere mani, braccia e gambe anchilosate per via del troppo tempo perso dietro a questa lettura che mi ha letteralmente ipnotizzato.
In genere sono io a dominare il tempo di lettura, ma questa volta è stato il contrario.

Ambientati nella cittadina immaginaria di Holt, Kent Haruf ci porta dritto dentro la vita ed i pensieri di alcuni specifici personaggi e lo fa con garbo e con sensibilità.
Non sono dei romanzi d'azione ed infatti la lettura è placida e lenta, a volte persino ermetica, eppure allo stesso tempo riesce ad essere tremendamente avvolgente ed intrigante.


Ho amato ognuno dei tre libri di questa trilogia e ne ho amato ogni sfumatura.
Soprattutto mi sono innamorato della cittadina di Holt.
Una cittadina rurale, conservatrice, a volte diffidente e sospettosa e così poco progressista, ma anche ingenua e sensibile.
Per quel che mi riguarda tre romanzi uno più bello dell'altro.
E' assodato che mi procurerò tutti i romanzi scritti da quest'autore. 
Mi è rimasta impressa una delle scritte in retrocopertina:

" Persone insignificanti, ma meravigliose. "

Sono d'accordissimo.
Le vite di cui ci parla Haruf sono storie di vita piuttosto normali, vite fatte di sconfitte e vittorie, difetti e virtù, talvolta buone e talvolta cattive.
Vite normali dedite a faccende normali come allevare il bestiame, dedicarsi alla semina, andare in chiesa la domenica e nei locali a bere il fine settimana o dopo il lavoro.
Storie placide che sembrano vere.
E' una trilogia perfetta?
Direi di no.
Per quel che mi riguarda in qualche caso mi sono ritrovato perplesso per la vacuità di qualche passaggio.
A volte durante la lettura mi è passato il pensiero che forse poteva essere detto o fatto di più, che alcune soluzioni narrative fossero troppo semplicistiche.
Nonostante ciò però non posso che ringraziare Kent Haruf per le emozioni che mi ha saputo regalare.
So che per come ne ho parlato può sembrare una descrizione di serial come La Casa Nella Prateria, però è molto di più.
Haruf sa scrivere e soprattutto sa catturare il lettore.
L'ordine giusto per leggere l'opera è iniziare da Benedizione e poi proseguire con il Canto Della Pianura e Crepuscolo, le cui vicende sono molto più intrecciate rispetto al primo capitolo.

Vi lascio con la sinossi del primo romanzo della trilogia ossia Benedizione. Sinossi presa in prestito da Google Books: 



"Nella cittadina di Holt, in Colorado, Dad Lewis affronta la sua ultima estate: la moglie Mary e la figlia Lorraine gli sono amorevolmente accanto, mentre gli amici si alternano nel dare omaggio a una figura rispettata della comunità. Ma nel passato di Dad si nascondono fantasmi: il figlio Frank, che è fuggito di casa per mai più tornare, e il commesso del negozio di ferramenta, che aveva tradito la sua fiducia. Nella casa accanto, una ragazzina orfana viene a vivere dalla nonna, e in paese arriva il reverendo Lyle, che predica con passione la verità e la non violenza e porta con sé un segreto. Nella piccola e solida comunità abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme, Dad non sarà l'unico a dover fare i conti con la vera natura del rimpianto, della vergogna, della dignità e dell'amore. Kent Haruf affronta i temi delle relazioni umane e delle scelte morali estreme con delicatezza, senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia."


Alla Prossima!

domenica 13 gennaio 2019

Tokyo Blues/Norwegian Wood - Haruki Murakami

Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli "altri" per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.


Volevo che mi piacesse.
Davvero.
Non volevo essere quello controcorrente.
Volevo essere come tutti coloro che lo postano orgogliosi nelle loro bacheche e che ne parlano con amore nelle loro stories.
Non volevo essere quello sbagliato che non capisce uno scrittore amato quasi indiscutibilmente da tutti.
Forse non l'ho preso nel modo giusto o non ne sono all'altezza.
Davvero, non lo so.
Fatto sta che questo romanzo mi è scivolato via senza quasi lasciare traccia tranne che in un paio di passaggi.
Eppure l'ho letto in poco tempo ed in maniera abbastanza vorace.
E' ben scritto ed è scorrevolissimo.

Dovrei amare i racconti di formazione. Io sono fatto per i romanzi di formazione, ma non è stato questo il caso e me ne dolgo.
Faccio mea culpa: non sono degno di te, Haruki, e ti chiedo scusa.
Questa sorta de Il Giovane Holden in salsa giappo non mi ha preso.
Ho trovato i personaggi di questa storia indolenti, in balia degli eventi e del flusso di coscienza dell'autore.
In una storia di formazione è dai personaggi che ti devi fare sedurre, perché è delle loro vite e delle loro scelte che vai a leggere, ma in questo caso di Watanabe, Naoko e compagnia cantante, me ne è fregato veramente poco.
Gli ingredienti per amarne le gesta ci sono tutti, ci sono anche dei passaggi commoventi e molto introspettivi, ma c'è una freddezza di fondo, un'indolenza e un'opacità così latente in questi personaggi, che mi hanno impedito di affezionarmi ad essi.
Fa parte dell'essere adolescenti?
Certamente.
I personaggi di Murakami sono complessi e sembrano veri e non mi permetto minimamente di sindacarci sopra.
Però poco interessanti a me come lettore.
Lo consiglierei a chi ancora non lo ha letto?
Assolutamente sì.
Se centinaia di migliaia di lettori lo hanno amato ci sarà un motivo.
Hanno un gusto migliore del mio, una sensibilità più spiccata, chissà cos'è.
D'altronde a me non è piaciuto nemmeno Il Giovane Holden.
Evidentemente sono fatto così.
Vorrei averlo amato.
Ero pronto a farlo.
Così non è stato.
Fine.



Alla Prossima!


venerdì 31 agosto 2018

L'inverno Della Paura & dei miei eroi giovanili

Già dai tempi del film di Spielberg Hook io sapevo che non avrei voluto che i miei personaggi preferiti crescessero.
Continuo tuttora a preferirli cristallizzati, bloccati nel lieto fine della loro gioventù.

Seduti dopo il duello finale a rimirare il cielo sotto una volta stellata o un tramonto infuocato in sella alle loro Bmx o alle loro Schwinn.
Dissolvenza, colonna sonora finale, fine.
Perché vederli incanutiti, incattiviti dalla vita e dalla realtà dell'essere adulti?
Sembra strano dirlo dopo un post come quello scorso dove auguravo morte e sofferenza anche nella letteratura con protagonisti i ragazzi , ma tutti i personaggi che ho ritrovato adulti delle opere che ho amato, soprattutto letterarie, non mi sono mai piaciuti.
O almeno non mi sono mai piaciuti quanto il narrato precedente.
Sarà un problema mio.
Penso la stessa cosa di It, di Circolo Chiuso di Jonathan Coe ed anche di quest'opera di Simmons.
La dicotomia standard tipica di questi romanzi è: giovani e  (alla fine) vincenti, adulti e perdenti.
E' lo scontro tra la fantasia, l'entusiasmo ed il vigore giovanile contro la decadenza fisica e mentale della mezza età.
Non riusciamo a sfuggirne nella realtà e nemmeno nella narrativa, devo dedurne.

L'inverno Della Paura è un po' tutto questo, ma è soprattutto una storia di fantasmi.
Per lo più interiori.
E' più un inverno dell'anima, che della paura.

Ambientato quarantanni dopo il precedente capitolo, questa storia ha per protagonista unico Dale Stewart uno dei principali protagonisti del precedente capitolo.
Dale sceglie di tornare nella sua vecchia cittadina dopo un divorzio, un tentativo di suicidio e per provare a scrivere un libro sulla sua infanzia.

Ci sono moltissime differenze di approccio e di stile rispetto al primo capitolo.
L'inverno Della Paura è un romanzo molto più complesso e pomposo, strapieno di citazioni letterarie ed omaggi alle Ghost Story di Henry James e Shirley Jackson.
Riecheggiano echi del Mastino Dei Baskerville e riferimenti vari al Beowulf ed altre opere antiche inglesi.
Siamo lontanissimi dalla storia di formazione del primo capitolo.
L'inverno Della Paura è un romanzo psicologico, cupo e volutamente contorto.
Funziona?
Si, per gran parte.
Meno per altre cose ( tutta la faccenda della sua scappatella con la studentessa che gli è costata il matrimonio è tirata abbastanza per le lunghe, secondo me ).
Bellissima la scelta della narrazione fuoricampo affidata ad  un...morto.

Tempo fa dicevo che l'inverno è degli uomini, e questo romanzo mi porta ancora a pensarlo con più convinzione.
Ma soprattutto è insita in me la convinzione che per i miei gusti un romanzo di formazione deve essere una storia senza futuro.











martedì 24 luglio 2018

Incubus - Ray Russell

Ah, le belle copertine di un tempo...
Sfido a trovare una copertina così d'impatto ed evocativa come questa.
Pensate per un attimo se oggi una copertina del genere potesse fare bella mostra di se in una vetrina della Feltrinelli o della Mondadori.
Ci sarebbe da ridere, penso.

Scherzi a parte, ammetto la mia totale ignoranza verso questo autore che ho conosciuto solo grazie ad un post letto su Ilzinefilo, che a questo punto non posso che ringraziare.
Dal poco che si può carpire sulla rete sulla carriera letteraria di Ray Russell, Incubus sembra essere l'unico romanzo che egli abbia prodotto o che almeno è stato tradotto in Italia.
Su Danse Macabre di Stephen King, il Re dipinge Incubus come un romanzo troppo esplicito, ma cita Mr. Sardonicus come lettura consigliata.
Di Mr. Sardonicus ricordo il film, però io del romanzo non ho trovato traccia, ed è un peccato perché lo avrei voluto recuperare.
Mi affido a chiunque arrivi da queste parti, per avere qualche nuova sull'esistenza o meno di questo libro.
Ray Russell è stato comunque un proficuo scrittore di racconti, pubblicati in varie antologie, che avrei una mezza idea di recuperare successivamente.


Incubus l'ho apprezzato molto.
Nell'ottica attuale appare azzardato il giudizio lapidario di Stephen King.
Lo contestualizzo all'epoca in cui fu scritto ( basti pensare che ancora era al di là di venire Clive Barker ), però di scandaloso non mi pare di averci visto molto.
E' vero comunque che ci sono scene cruente e che la violenza carnale è un tema molto crudo e non facile da digerire.
Specie se perpetrata da un essere demoniaco dalle forme impossibili.
Per carità niente che non si sia già visto, letto e sentito in uno dei mille e passa hentai dove donne e uomini si accoppiano con mostri che di antropomorfo hanno ben poco, ma comunque leggere di donne violentate e dilaniate, non è certamente roba per tutti.
La possessione è il tema dominante del romanzo, ma non è certamente l'unico.
Andiamo di sinossi, benché molto approssimativa:

Una tranquilla cittadina americana in riva al mare: Galen, dove tutto è calmo e sereno. Ma le donne sono molto belle, a Galen; troppo belle, forse...Un libro di magia nera rilegato in pelle di strega: le Artes Perditae che possono scatenare la furia di terra, acqua, aria, fuoco. Un ragazzo ossessionato dai ricordi di un passato di tortura che non vuole tacere. Una serie di morti assurde, incomprensibili, violente...Una creatura primordiale, più antica dell'uomo, si è risvegliata in tutto il suo terribile desiderio: l'incubo deve possedere le donne di Galen, deve spargere il suo seme perché fruttifichi e dia nuova vita alla sua razza maledetta. La spinta del sesso lo costringe a colpire, a uccidere di continuo, a trapassare teneri corpi...Un volto umano che può trasformarsi nella più orribile delle maschere. Una doppia identità incomprensibile, mostruosa... E l'antico pugnale designato all'esorcismo.


Appare evidente che Russell si sia ispirato alle opere di Clark Ashton Smith e H.P.Lovecraft anche se per intreccio a me ha ricordato più Richard Matheson e Stephen King nel modo di presentare un intero agglomerato cittadino ed i suoi abitanti.
Rispetto alla prosa di Smith e del maestro di Providence, Russell opta per andare oltre e dimostra di avere ben poca voglia di nascondere il mostro e di scegliere la via indiretta fatta di accenni, sussurri e scene fuori campo, ma bensì di indirizzarci capitolo dopo capitolo verso una narrativa che lascia poco spazio all'immaginazione intraprendendo una via sempre più diretta e d'azione, fino a sfiorare lo splatter.
Un precursore della narrativa stilistica di Clive Barker, potremmo dire.
Incubus è un romanzo che consiglio caldamente anche se non è un libro perfetto.
Alcune cose appaiono incomprensibili ed un po' sconnesse e avrebbero meritato ben più approfondimento, specie alcuni personaggi.
Però è un libro che funziona ed intrattiene, e tutta la parte centrale l'ho trovata molto coinvolgente.
Gli elementi da classico dell'horror ci sono tutti.
Non a caso ne è stato tratto un film uscito nei primi anni '80 ( che credo di non aver visto ).
Meriterebbe un'occhiata.
Dategliela, se vi va.
Si trova pure abbastanza facilmente nel circuito dell'usato.


Alla Prossima!








giovedì 28 giugno 2018

Red - Jack Ketchum

...Ed il settimo giorno Pirkaf un altro libro trovò.

La domenica dal punto di vista "libresco" si sta rivelando foriera di liete novelle.
In un'oretta buca, solitaria, ventosa e senza speranza intravidi una bancarella fino ad allora sconosciuta che sapeva di miraggio.
In mezzo ai vari King, Glenn Cooper ed Edgar Allan Poe con mia grande sorpresa spiccò con la sua costoletta rossa Red di Jack Ketchum.
La sorpresa risultò doppia quando mi fu detto il prezzo: due Euro.

I romanzi di questo autore non sono rarissimi da rintracciare nel circuito dell'usato, ma bisogna tener conto che verranno pagati più del loro valore effettivo proprio perché costantemente fuori catalogo.
Una copia di Red su Ebay viene mediamente venduta a 20/25 Euro.
Un prezzo non proprio consono per un autore non certo famosissimo.
Anzi, se non fosse per la sponsorizzazione di Stephen King, probabilmente lo conoscerebbero solo i veri cultori della narrativa del terrore.
E nemmeno tutti.

I libri pubblicati da Jack Ketchum in Italia sono pochissimi ed oltre Red, io sono riuscito a leggere soltanto In Viaggio Con L'assassino che devo ammettere mi è piaciuto molto.
Il suo romanzo più famoso, invece, La Ragazza Della Porta Accanto, mi è sempre sfuggito, ma la sua riduzione cinematografica all'epoca mi agghiacciò e mi entusiasmò.
Spero di riuscire a metterci le mani sopra, prima o poi.
Di tempo ce n'è in abbondanza visto che a meno che non venga pubblicato qualche suo inedito di sue nuove storie non ne leggeremo più.
L'autore è deceduto a gennaio di quest'anno.


Riguardo Red, voglio subito dire una cosa: mi ha deluso.
Me lo aspettavo più duro, più affilato e mordace.
Mi ha pungolato soltanto, e nemmeno tanto.
Un paio di cose mi hanno fatto storcere il naso, ma ne parliamo meglio dopo la sinossi:

Avery Ludlow ha sessantasette anni e un passato segnato dal dolore: ha perso la moglie e il figlio di undici anni in un incendio provocato dal figlio maggiore, drogato. L'unico ricordo del tempo in cui è stato felice è il vecchio cane Red, che sua moglie gli ha regalato per il suo compleanno quattordici anni prima. Un giorno, mentre è al fiume a pescare insieme a Red, Ludlow viene avvicinato da tre ragazzi che con il fucile puntato gli ordinano di consegnare loro il portafogli. All'improvviso, però, cambiano idea, distolgono l'arma dall'uomo e la dirigono verso il povero Red, facendogli saltare il cranio in un atto gratuito di pura crudeltà. Ludlow cerca giustizia, si rivolge alle autorità e alla stampa, ma né lo sceriffo né le televisioni locali vogliono occuparsi del caso quando scoprono che i ragazzi appartengono alle famiglie più potenti della zona. A Ludlow non rimane altra scelta che farsi giustizia da solo. Anche a costo di iniziare una spirale inarrestabile di rabbia e violenza, anche a costo della vita. Ma alla fine, quei tre ragazzi pagheranno... 


Parliamo un attimo della confezione, non ci metterò molto.
Il prezzo di listino è stato cancellato ed è un vero peccato.
Perché visto i caratteri cubitali e l'esiguità del testo, sarei stato curioso di saperne il costo.
Anche qui siamo più dalle parti della novelletta che del romanzo, checché sia strombazzato il contrario in copertina.
Ma comunque è un po' una polemica da soffitta visto che io il romanzo l'ho pagato una miseria.
Il prezzo di vendita su Ebay, comunque, ai miei occhi ed al mio gusto appare assolutamente ingiustificato.

Ma cos'è che non mi è piaciuto di Red?
Evito di addentrarmi nella storia, visto che la sinossi è piuttosto chiara al riguardo, persino troppo.
Prima di tutto voglio dire che Ketchum scrive piuttosto bene.
Ci sono un paio di paragrafi piuttosto belli e ficcanti.
Il resto è il classico Thriller americano con i suoi cliché in bella mostra.
Un po' troppi per i miei gusti.
Un libro molto ermetico con il freno a mano tirato e che nonostante l'esiguità del testo, si perde molto in chiacchiere.
Personaggi stereotipati, una scena di sesso facilona e improbabile, fanno il resto.
Mi sono sentito preso in giro da una scena in particolare che pur con tutta la sospensione dell'incredulità possibile, è ai miei occhi ingiustificabile.


Dalla fama di Ketchum e dopo la lettura di un libro dal ritmo serratissimo come In Viaggio Con L'assassino mi aspettavo molto di più.
Molti aspetti della trama appaiono persino fumosi ed ingiustificati, ma questo potrebbe essere un mio problema di scarsa empatia verso l'argomento visto che non ho mai avuto animali in casa e forse non sono in grado di capire il dolore che una perdita del genere può portare, specie per chi non ha altra compagnia.

Lo consiglio?
Certamente!
Io sono una goccia nell'oceano del gusto.




Alla Prossima!








giovedì 21 giugno 2018

Ricordi "librari" delle elementari

In una mattina domenicale che di bella stagione aveva ben poco pensai di peregrinare verso il mercatino delle pulci, un po' per riempire il tempo ed un po' perché avevo qualche spicciolo da spendere.
Tornai a casa sotto una pioggia leggera con il mio undicesimo tascabile economico della Newton ed un vecchio ricordo sopito non più.
Per la cronaca il volumetto era Il Risciò Fantasma e altre storie fantastiche di Rudyard Kipling.

Quello che non sapevo è che io e Rudyard Kipling ci eravamo già incontrati.
Più di trentanni fa, temo.
Mi è bastato leggere la sua bibliografia ed appena arrivato a Capitani Coraggiosi mi si è aperto un cassettino della memoria.
Capitani Coraggiosi è stato il mio primo romanzo di narrativa delle scuole elementari.
Ho provato a rintracciarne l'edizione, ma nonostante ne ricordassi la copertina rigida verde cartonata ed il formato che ai miei occhi da infante sembrava così insolitamente pesante e maestoso, non sono riuscito a rintracciarlo, ed è un peccato.
Mi sarebbe piaciuto riviverlo non solo mnemonicamente, ma anche visivamente.
E non solo lui.
Perché ce ne furono altri.
Verosimilmente parliamo del 1984 o giù di lì.
Ricordo che la maestra metteva in cattedra questi "libroni " e poi chiamava uno per volta noi studenti per scegliere quella che doveva essere la lettura di quel periodo da portare a casa.
Chi veniva scelto per primo, aveva più bagaglio di possibilità.
Ed infatti i romanzi di avventura o opere come quelle di Jules Verne erano i primi ad andare.
Peccato non scegliesse per ordine alfabetico, perché sennò sarei stato sempre il primo.
Quindi quali sono questi libri che mi capitarono in dote/scelta in quel periodo?

- Capitani Coraggiosi - Rudyard Kipling

- Il Richiamo Della Foresta - Jack London

- Zanna Bianca - Jack London

- Cuore - Edmondo De Amicis

- L'isola Del Tesoro - Robert Louis Stevenson

Ce ne furono altri?
Può darsi, ma purtroppo mi sono tornati in mente solo questi.
Per curiosità, capitava anche a voi che alle scuole elementari vi " affibbiassero " letture di narrativa durante l'anno scolastico in corso e non come consuetudine alla fine?









mercoledì 13 giugno 2018

La Scatola Dei Bottoni Di Gwendy - Stephen King/Richard Chizmar

Ho comprato con molto ritardo l'ultima " fatica " di Stephen King stavolta scritta a quattro mani con Richard Chizmar ( di cui ammetto di essere totalmente ignorante in materia per ciò che concerne i suoi scritti ) ed è con altrettanto ritardo che sono arrivato a leggerla.
Ho letto questo libro in meno di tre ore ed illustrazioni ( carine ) a parte non riesco a concepirne il prezzo.
Come direbbe un personaggio che lo stesso King conosce bene: " la mia mente assolutamente vacilla ."
Potrei chiuderla qui, perché la sensazione è quella di essere stato turlupinato.
Restringiamo il campo e togliamo subito la parola romanzo, perché l'opera non lo è.
Al massimo potremmo parlare di novelletta o uno di quei racconti che potremmo trovare in una di quelle raccolte del Re che escono in genere dopo sette, otto anni.
Anzi, sono certo che La Scatola Dei Bottoni Di Gwendy sarà sicuramente inserito nella prossima raccolta.
E' già accaduto, e probabilmente accadrà ancora.
Via con la sinossi:

Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina piccola e timorata di Dio. È cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni. Per sfuggire alla persecuzione, Gwendy corre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima), a costo di arrivare in cima senza fiato. Ha un piano per l'estate: correre tanto da diventare così magra che l'odioso stronzetto non le darà più fastidio. Un giorno, mentre boccheggia per riprendere il respiro, Gwendy è sorpresa da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare, l'uomo si presenta educatamente: è Mr. Farris, e la osserva da un pezzo. Come tutti i bambini, Gwendy si è sentita mille volte dire di non dare confidenza agli sconosciuti, ma questo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E ha un regalo per lei, che è una ragazza tanto coscienziosa e responsabile. Una scatola, la sua scatola. Un bell'oggetto di mogano antico e solido, coperto da una serie di bottoni colorati. Che cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male.



Dico subito che la storia non è male.
E' un racconto dal canovaccio molto old style che ricorda un po' le atmosfere del Ray Bradbury di Paese D'ottobre o dei racconti di Richard Matheson ( l'associazione con The Box credo che venga naturale a chiunque ).
Le atmosfere sono quelle di un racconto di formazione in salsa buia a cui il Re ci ha da sempre ben abituato o quasi.
La sensazione di aver già letto lo stesso spunto di trama in centinaia di altre storie è molto tangibile, ma ci si passa tranquillamente sopra, d'altronde gli archetipi per ciò che concerne l'horror sono sempre quelli.
Qui ritorna quello dell'oggetto misterioso dato in custodia da un altrettanto soggetto misterioso che può avere ripercussioni sul piccolo pezzetto di mondo della protagonista e perché no, anche per il mondo intero.
Storia scritta e riscritta da migliaia di altri ed anche da King stesso.
Non a caso sembra l'evoluzione un po' rétro di un altro racconto del Re dal titolo Il Word Processor Degli Dei.
Ritorna anche uno dei villain cardini delle storie di King in una delle sue molteplici identità.
Si ritorna persino a Castle Rock.
Anche se è una Castle Rock un po' poco arredata e molto diafana.
King e Chizmar non hanno molta voglia di esplorarne gli anfratti e si vede.
La prosa è molto asciutta e persino i dialoghi sono molto serrati.
Una piccola storia che fin dal principio appare piuttosto ermetica.
Però si fa leggere ed intrattiene.
Di questi tempi è già qualcosa.
Un mio consiglio?
Se non siete dei fanatici collezionisti del Re come il sottoscritto e volete leggerlo opterei per:

- Aspettare che venga inserito nella prossima raccolta di racconti.

- Leggerlo in formato Ebook con notevole risparmio economico.

- Aspettare un'eventuale uscita in formato paperback.

17,90 euro è un prezzo spropositato.



Alla Prossima!

lunedì 4 giugno 2018

Prefazione, introduzione e postfazione

Un altro degli aspetti più discussi di un libro nei social e nelle discussioni in generale inerenti la letteratura è quello relativo alla prefazione ed alla postfazione.
A cui bisognerebbe aggiungere ( specie nei classici ) l'introduzione saggistica spesso scritta da un altro scrittore/saggista di professione a corollario dell'opera che funge un po' da aperitivo e da incentivo per la lettura del libro.
Tutto ciò però non è percepito da tutti i lettori, tutt'altro.
C'è chi queste introduzioni le salta a piè pari.
E delle prefazioni e delle postfazioni non ne parliamo nemmeno.
Spesso sono gli autori stessi a scherzarci sopra asserendo che quella parte verrà letta soltanto dall'editore, dalla famiglia e da coloro che si aspettano di essere inseriti nei ringraziamenti.
Stephen King, tanto per citarne uno, lo fa spesso.
Aggiungo un altro che le apprezza: Io. :-P

Personalmente adoro conoscere la genesi e l'idea da cui scaturisce una storia.
Adoro l'approfondimento e carpire fin da subito i meccanismi, le opere ispiratrici, magari conditi da aneddoti locali dei luoghi da cui hanno origine.
Alcune di esse nel mio caso hanno lo stesso valore dell'opera stessa, se non di più.
Trovo la prefazione di A Volte Ritornano e del primo romanzo della Torre Nera entrambi di King due capolavori che non smetto mai di rileggere e che mi hanno fornito " input " per successive scoperte librarie.
Allo stesso modo capisco anche chi vuole immergersi a capofitto nell'opera e sceglie di saltarle.
Non approvo, ma non giudico.
Il libro è loro.

Discorso più complesso per ciò che concerne le introduzioni.
Io dico candidamente che in qualche caso mi metto accanto all'accusa.
E quindi capisco chi si lamenta che alcune di esse siano talmente descrittive da essere percepite come una sorta di riassunto troppo rivelatore.
E nel caso dei vecchi cartonati della Fabbri è un dato di fatto, per quel che mi riguarda.
La prima volta che lessi alcune opere di Ray Bradbury in quel formato, mi ritrovai a conoscere molti degli aspetti della storia e persino parte del finale ben prima di leggerlo.
Praticamente un antesignano dello spoiler.


Tutt'altro livello, invece, per quel che concerne gli Oscar Mondadori e i vecchi tascabili Newton che fungono da perfetti apripista.
Quantunque alla fine aggiungono poco o nulla al valore di un'opera che verrà giudicata tale dai gusti di ognuno.


Alla Prossima!




giovedì 10 maggio 2018

Esiste gente che non rilegge

Esiste gente che non rilegge.
Evidentemente costoro hanno bisogno sempre di storie e stimoli nuovi.
E' una scelta di lettura che non mi sento di giudicare, ma che non mi appartiene.
Avrò letto almeno due volte quasi ogni libro della mia libreria e le poche volte che non l'ho fatto è stato perché quel qualcosa non mi era piaciuto per nulla.
In genere quando lavoravo 10 ore al giorno nell'attività di famiglia e non avevo un libro nuovo da affrontare, mi mettevo davanti la libreria ed elaboravo mentalmente quale era il libro che ricordavo meno tra quelli in mio possesso e subito diventava agnello sacrificale nell'altare della rilettura.
Era anche un buon modo per tenere allenata la mente e la mia memoria storica.

Essendo comunque un lettore principalmente di storie di genere dalla trama orizzontale era raro che comunque mi venisse meno lo sviluppo base di un testo.
Uso l'imperfetto perché mi è successo in questi giorni e la cosa mi ha un po' preoccupato.
Perché ho rimosso totalmente di aver letto Gli Uomini Vuoti di Dan Simmons.
Cioè so di averlo letto ed apprezzato, ma non ricordo nessun aspetto della trama.
La cosa mi ha preoccupato ed un po' sconvolto.
Potrei capirlo se lo avessi letto cinque, dieci anni fa, ma credo non siano passati nemmeno due anni.
Sto invecchiando.
E non è una bella cosa.
Credo che le riletture servano anche a questo.
Tenetelo bene a mente quando sui social affermate con sicumera che non rileggerete mai qualcosa.
Invecchiando dimentichiamo.
Perché togliersi il piacere di poter apprezzare nuovamente qualcosa?
Ed a voi è mai accaduto di scordare di aver letto qualcosa repentinamente come è accaduto al sottoscritto?


Alla Prossima!




sabato 28 aprile 2018

Sul diritto di smettere di leggere un libro

Nello scrolling che quotidianamente dedico ai gruppi dedicati ai libri e alla letteratura su Facebook noto in maniera preponderante un incremento di gente che spesso e volentieri scrive senza mezzi termini che ha abbandonato un libro a metà o spesso dopo poche pagine appellandosi al " diritto del lettore " di Pennaciana ( passatemi il termine ) memoria facendone una sorta di mantra.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando si tratta di un libro di Daniel Pennac dedicato alla lettura ed ai diritti del lettore dal titolo Come Un Romanzo.
Non ho letto il saggio in questione, ma dalla sinossi e da vari articoli e recensioni sul web mi è parso di capire che ivi contenuti vi siano una sorta di 10 diritti del lettore dove l'autore afferma che ognuno di noi dovrebbe essere libero di poter interrompere qualsiasi lettura, saltare pagine, leggere senza preclusione di sorta verso nessun genere, ecc.ecc.

Il libro è indirizzato in particolare agli adolescenti specialmente verso coloro che devono leggere per imposizione più che per piacere.
Ed anche a tutti coloro che hanno paura di essere giudicati in quanto lettori di libri o perché hanno comportamenti non convenzionali nell'approcciarsi alla lettura.
A prima vista questa sorta di " dieci comandamenti " a me sembrano piuttosto logici e banali, ma non ho letto il libro e non entro nel merito.

Quello che mi turba però è l'arrendevolezza con cui si smette di fare qualcosa perché è nostro diritto e perché ce lo dice un autore famoso ( che io apprezzo, sia chiaro ) prendendolo come esempio.
Non entro nel merito delle scelte di vita e di lettura altrui, ma io non sono così.
Ciò che inizio lo finisco, a costo di perderci del tempo.
Ed invece leggo sempre più spesso gente che abbandonano libri dopo un solo capitolo o soltanto dieci pagine perché " tempus fugit " e ci sono molti più libri che una vita intera.
I soldi ed il tempo sono i vostri e se volete abbandonare un libro perché non vi piace fatelo, ma non fatevene un vanto.
Ogni libro non letto e non finito per me sarebbe una sconfitta.
Io almeno la vivrei così.
Ma magari sono fatto male io.



Alla Prossima!
 

venerdì 20 aprile 2018

Autori che meriterebbero di uscire dalla nicchia - Clark Ashton Smith

Ed ecco l'ultimo autore per cui mi sono preso una cotta.
Il buon Clark Ashton Smith.
Guardatelo, non è bono? :-P
Scherzi a parte, sapevo che prima o poi avrei approcciato le opere di uno dei grandi scrittori del fantastico della prima metà del '900 nonché contemporaneo ed amico di penna del maestro di Providence H.P.Lovecraft.
E' stato anche uno dei principali narratori nella rivista Weird Tales che è stata per molto tempo battesimo del fuoco e scopritrice di molti dei principali narratori di genere weird, horror e fantastico.
E' recentemente uscito un po' dalla nicchia polverosa in cui era rinchiuso grazie alla Mondadori che ha ristampato alcuni dei suoi racconti in un tomone di ben 600 pagine dal titolo Atlantide e i mondi perduti, ma ad un prezzo comunque abbastanza caro per i miei ridottissimi standard di questo periodo.
Sono sicuro che però presto o tardi il libro comunque approderà nella mia libreria.
Nel frattempo non sono stato con le mani in mano e sono riuscito a procurarmi due delle sue opere più significative come Cronache Di Averoigne e i Racconti Di Zothique ( ancora in lettura ).

Le Cronache Di Averoigne mi hanno colpito e affondato subito.
Ora forse bestemmierò: io amo Lovecraft, amo la sua sconfinata fantasia e molti dei suoi racconti specie quelli inerenti i Dei Antichi del ciclo di Cthulhu.
Allo stesso tempo però spesso trovo la sua narrazione pallosa e prolissa.
Indimenticabile la mia esperienza con la Ricerca Onirica Dello Spaventoso Kadath che lessi durante i pomeriggi lavorativi di una torrida estate e che nonostante la non particolare lunghezza impiegai ben tre giorni a concludere perché mi mandava letteralmente in catalessi.
La mia paura era che il buon Clark mi avrebbe fatto un effetto simile.
Tutto ciò però non è accaduto e fin da subito sono stato conquistato dalla sua prosa asciutta e non arzigogolata.
Cronache di Averoigne è una raccolta di racconti tutti ambientati in un'ipotetica regione della Francia patria di negromanti e creature mefistofeliche in un ambiente rurale e tipicamente medievale.
Racconti che dal primo all'ultimo mi hanno letteralmente "stregato".
Se ne avete occasione e vi va fatevi il favore di leggere i suoi libri.
E' l'occasione giusta visto che finalmente non è più un autore da benda d'ordinanza o da mercatini dell'usato.
Io lo sto amando e me la sto spassando.
Fatelo anche voi.


Alla Prossima!


domenica 25 marzo 2018

I Miei Libri Preferiti: La Banda Dei Brocchi - Jonathan Coe

Non sarà semplice parlare di questo libro.
E' uno di quei libri che almeno ogni sei mesi necessito di leggere ed ogni volta riesce ad emozionarmi e riconciliarmi con la letteratura e con la vita.
Uno dei libri con cui mi farei seppellire.
Uno di quelli che venero all'altare della letteratura.
Ok, mi fermo.
Non voglio farne un peana e nemmeno fare il reclamista di turno, ma è certamente un'opera che ogni amante della letteratura e di quella di formazione in primis non deve far mancare nella propria libreria.
Prima di parlarne andiamo di sinossi, che ad onor del vero non gli rende granché giustizia:

" Trotter, Harding, Anderton e Chase: sembra il nome di un prestigioso studio legale; in realtà si tratta di un quartetto di giovani amici, che frequenta un liceo elitario di Birmingham, quel tipo di scuola che preleva giovani intelligenti dal loro background ordinario e li fa atterrare in una classe sociale diversa da quella dei loro genitori. I ragazzi sono destinati a carriere importanti, mentre i genitori rimangono impantanati nel loro mondo di matrimoni sciovinisti, scontri sindacali, guerre di classe e di razza e ignoranza culturale. Siamo negli anni Settanta, anni in cui si susseguono sconvolgimenti sociali, lotte politiche, attentati dell'Ira. Su questo mare in tempesta cercano di destreggiarsi, con alterne fortune, i quattro ragazzi. "

Ambientato nell'Inghilterra della seconda metà del '70 e precisamente in quel di Birmingham, La Banda Dei Brocchi è un romanzo di formazione giovanile, ma dal background molto variegato visto che non solo tocca tutti i temi sociali, musicali, politici e culturali del periodo, ma li mostra da diversi punti di vista anche se di base il narratore centrale è formato principalmente dal giovane Benjamin Trotter.
Benjamin è forse il più talentuoso e sensibile personaggio del libro, ma ognuno dei suoi amici e rispettive famiglie ha un tratto ben definito della propria personalità.
Coe ci porta nella mente e nel cuore di tutti.
Ed è questa vastità di vite e flussi di pensieri ad essere probabilmente il punto di forza del romanzo.
La scrittura di Coe non è semplicissima da assorbire specie quando tratta temi di cui si ha scarsa conoscenza ( molte delle Band musicali del periodo che vengono citate mi sono aliene così come molti aspetti politici e sociali ), ma il romanzo non assume mai connotati così elitari da non coglierli nella loro complessità pur quando c'è poca familiarità nel linguaggio e nello slang dei protagonisti, così lontani dai personaggi che sono stato abituato a leggere e conoscere.
Anzi, ci si affeziona da subito alle loro vicende.
E ci si fa male, molto.
Coe tira delle bombe mica da ridere e ci sono dei passaggi in questa storia che mi hanno lasciato interdetto.
Uno in particolare mi ha fatto stare male come non mi capitava dai tempi de L'ombra Dello Scorpione.
Allo stesso tempo c'è molto spazio per la satira ( anche quella più " cruda " e cattiva ) grazie al personaggio sfuggente ed arguto di Harding che si arriva ad amare e detestare contemporaneamente.
Le sue lettere al giornale della scuola sono tra le pagine più belle del libro per via della forte componente satirica che sfiora la genialità.
C'è l'amore.
Quello con l'A maiuscola che funge da Musa.
L'amicizia.
La musica.
Le lotte di classe e diritti dei lavoratori.
Tradimenti, bugie.
Razzismo.
Misteri.
Bombe.
Morte.
Ci sono delle vite che sembrano vere.
Ed è la cosa che conta di più.


Se vi va, leggetelo che ne vale la pena.
Questo romanzo ha avuto anche un seguito ambientato nell'età adulta dei protagonisti ed in cui trovano risposte alcune delle domande irrisolte della storia.
Circolo Chiuso è un romanzo molto buono, ma gli manca la spinta propulsiva dei racconti di vita giovanile.
E' un romanzo un po' cinico che disattende.
Perché ti aspetti sempre che i personaggi che ami abbiano preso le decisioni giuste ed abbiano avuto la vita che desiderino, ma non sempre va così.
Anche nella fiction.



Alla prossima!







martedì 13 marzo 2018

I Miei Libri Preferiti : Cuori In Atlantide - Stephen King


Il titolo lascia pochi dubbi: secondo me Cuori In Atlantide insieme ad Il Miglio Verde è il migliore romanzo della seconda parte di carriera di Stephen King.
Da quel mese e quel giorno in cui fu pubblicato ad oggi, risulta in base ai miei gusti, ancora imbattuto.
E di pagine, personaggi, storie e romanzi della penna del Re, ne sono passati parecchi sotto il mio sguardo nel frattempo.
Ovviamente è solo un mio parere e questo non significa che Stephen King abbia pubblicato solo ciarpame nel frattempo.
Anzi.
Ritengo The Dome, Revival e 22/11/63 tre ottimi romanzi.
Però Cuori In Atlantide è stato l'unico che è riuscito a far vibrare le corde del mio cuore e a farmi provare empatia ed amore vero verso i suoi personaggi.
All'epoca mi innamorai perdutamente di Carol Gerber e tale amore perdura tuttora ad ogni lettura.
Ho perso il conto di quante volte ho letto questo romanzo e lo perderò ancora perché se non morirò so che lo leggerò ancora e ancora.

Forse molti di voi avranno visto la dignitosa versione cinematografica con Anthony Hopkins protagonista, ma credetemi se vi dico che il libro è un'altra cosa.
Anche perché il film riprende solo la prima delle storie del romanzo che è invece diviso in cinque parti ambientate in quattro periodi differenti:

- Uomini Bassi In Soprabito Giallo ambientato nel 1960

- Cuori In Atlantide ambientato nel 1966

- Willie Il Cieco ambientato nel 1983

- Perché Siamo Finiti In Vietnam ambientato nel 1999

- Scendono Le Celesti Ombre Della Notte ambientato anch'esso nel 1999

Il vero motore propulsivo della storia è però formato dai primi due racconti.
Ed è qui che secondo me si annida uno dei pochi difetti di questo libro.
A volte è molto tangibile il sentore che alcune di queste storie siano legate tra loro in maniera forzata ( nel caso di Willie Il Cieco è realtà consolidata perché King ha adattato un racconto che aveva pubblicato altrove ).
Ciò non toglie che Stephen King ci regala una sua personale visione degli anni del Vietnam che in alcune pagine sfiora la poesia.
In altre la rabbia, ed in qualche caso l'orrore.
Al di là delle proprie idee politiche appare chiaro e lampante come l'idea della partecipazione forzata ad una guerra indipendentemente se tu ci voglia andare o meno è un qualcosa che a me suscita più orrore e terrore di qualsiasi Kaiju o rappresentazione orrorifica di H.P.Lovecraft.

Una delle caratteristiche di Cuori In Atlantide è anche fare parte del ciclo della Torre Nera attraverso la figura di Ted Brautigan protagonista principale della prima storia.
L'unica tra l'altro che potremmo in qualche modo affiliare alla narrativa di stampo fantastico.
Perché in verità i primi due capitoli potremmo tranquillamente classificarli come romanzi di formazione.
Ed in quel campo Stephen ha sempre partorito buone storie ( tranne ne L'Acchiappasogni, d'accordo ).
Ma nonostante la cornice soprannaturale che permea le atmosfere della prima storia è il rapporto che nasce, cresce e si consolida attraverso la passione per la letteratura tra Ted Brautigan ed il piccolo Bobby Garfield la vera punta di diamante di questo racconto.
Ted in poco tempo diverrà in tutto e per tutto quella figura paterna che il ragazzo ha perso fin troppo presto.
Uomini In Basso In Soprabito Giallo è un racconto bellissimo che consiglio senza riserve.
In esso riecheggiano non solo gli anni '60 in toto,  ma è anche una bellissima storia di formazione sentimentale.
Ok, i temi di King quando tratta questi argomenti sono sempre i soliti, ma perché è l'infanzia per sua natura ad essere così e viene naturale al narratore adattarla all'irrealtà del soprannaturale.
Quindi da una parte abbiamo i classici temi di riferimento di ogni storia di formazione come l'amicizia, il bullismo, il primo amore.
Dall'altro l'orrore esterno.
In questo caso rappresentato dalle figure misteriose e sopra le righe di questi uomini in soprabito giallo che in sella alle loro auto pacchiane girano intorno ai sobborghi di Harlow alla ricerca di Ted Brautigan.
Insomma King in questo racconto sembra ripetersi ed è innegabile, ma lo fa in un modo così bello e poetico che glielo si perdona.
Trovo meraviglioso che il simbolo che leghi indissolubilmente le anime di Ted Brautigan e Bobby Garfield sia rappresentato da un libro.
In questo caso Il Signore Delle Mosche di William Golding.
Ma anche la citazione a Uomini e Topi di Steinbeck è altrettanto potente ed emblematica.



Cuori In Atlantide è il mio capitolo preferito di questo libro.
Se il tema delle rivolte studentesche degli anni '60 e della vastità del conflitto in Vietnam nel primo racconto è piuttosto latente, in Cuori In Atlantide ne è proprio il fulcro.
Ambientato nell'università del Maine nel 1966 la storia è narrata attraverso la memoria e le gesta della matricola Pete Riley.
L'unico tratto d'unione di questa storia con il primo capitolo è legato alla presenza di Carol Gerber che da comprimario del primo capitolo ( era la migliore amica/bambina del cuore di Bobby Garfield ) qui assurge al rango di protagonista.
E' spettacolare la carica immersiva di questa storia.
King attraverso i ricordi della sua giovinezza ( ha frequentato proprio quest'università ) ci dona una storia che ricalca proprio la nascita degli Hippy e di tutti movimenti pacifisti nel periodo della guerra che in quell'università prende piede grazie alla strampalata figura di Stoke Jones alias Rip-Rip un disabile che camminava con l'allora ancora desueto simbolo della pace disegnato sul sedere dei Jeans.
Bellissimi e ricettivi tutti i riferimenti televisivi e musicali del periodo, la descrizione delle giornate universitarie tipiche di quel periodo e da applausi il concept dei personaggi, tutti molto credibili.
In questa storia siamo lontani dalle dinamiche horror tanto care a Stephen King, ma l'orrore c'è ed è la guerra.
Ed è un orrore vero.
E' latente, nascosto, ma inesorabile se qualsiasi degli studenti non superasse gli esami.
Non deve essere stato facile per gli americani vivere quel periodo.
In pratica studiavano con un'enorme spada di Damocle che gli pendeva sul capo.
Se venivi espulso non andavi a lavorare, ma a Saigon a combattere contro i Cong.
L'assurdità di questa storia sta nel fatto che molti di loro pur con un carico pendente del genere rischiano di farselo cadere addosso per colpa...delle carte da gioco.
Un gioco chiamato Cuori ( che tutti i possessori dei vecchi sistemi operativi di Microsoft dovrebbero conoscere visto che era compreso nei giochini allegati insieme ai solitari ed al flipper).
Cuori In Atlantide è il capitolo più bello e più ricco di tutto il libro.
Come dicevo inizialmente è difficile non innamorarsi della complessità della figura di Carol Gerber nonostante il fatto che le sue ferree convinzioni pacifiste la portino ad essere una " pasionaria ".
Cuori In Atlantide va assolutamente letto.
Fatelo, ve lo scongiuro.

Willie Il Cieco e Perché Siamo Finiti In Vietnam parlano principalmente delle conseguenze sulla psiche dei soldati sopravvissuti alla guerra e lo fa attraverso due dei personaggi apparsi nella prima storia.
Willie era uno dei bulli che infastidivano Bobby Garfield e i suoi amici Carol Gerber e Sully John.
Sully John è invece il protagonista della seconda storia.
Personalmente dopo due " bombe " come i primi due capitoli, la sensazione che siano interlocutori e raffazzonati è tanta, ma sono comunque utili per farci comprendere le assurdità della guerra e le sue possibili conseguenze psicofisiche sui reduci.

Chiude questo libro un epilogo molto toccante e pacificatore.

Non voglio divulgarmi troppo quindi mi congedo, ma se vi capita dategli un'occhiata perché questo libro merita tanto.

Alla Prossima!