mercoledì 5 ottobre 2022
Fairy Tale - Stephen King
giovedì 10 febbraio 2022
Ghost Story - Peter Straub
" Okay, proviamo di nuovo ", disse lui. " Cosa sei? "
" Lo sai. " Rispose lei.
Insistette. " Che cosa sei? "
Sorrise porgendogli quella straordinaria risposta.
" Sono te. "
" No. Io sono io. Tu sei tu. "
" Io sono te. "
Già solo per questo scambio splendido e per tutto quel primo capitolo quasi in medias res che funge sia da prologo che da quasi epilogo, questo romanzo meriterebbe la lettura.
Però andiamo per gradi.
Chi è Peter Straub?
So che è una domanda retorica poiché tutti conosciamo Wikipedia, però è giusto iniziare un articolo parlando prima dell'autore.
In Italia questo autore è noto soprattutto per aver scritto a quattro mani con Stephen King i romanzi Il Talismano e La casa del buio.
Entrambi dovevano essere parte di una trilogia, ma recentemente i due autori hanno dichiarato che difficilmente troveranno il tempo per potersi dedicare al terzo capitolo.
La mia idea è che non ne abbiano poi questa gran voglia, d'altronde da La casa del buio sono passati più di vent'anni.
Però direi di chiudere qui questa parentesi e magari ne riparlerò quando mi deciderò di rileggere La casa del buio con la prospettiva di parlarne qui.
Molti degli scritti di Peter Straub vennero pubblicati dalla Bompiani, credo in scia alla pubblicazione de Il Talismano.
Ebbene, mi piacerebbe molto recuperare alcuni di essi, che oggi credo vaghino nel limbo dei fuori catalogo.
Straub non è un autore su cui ci sia molto hype e quindi i suoi libri si trovano attualmente a pochissimo prezzo su Ebay ed affini.
Mi piacerebbe leggere in futuro sia Koko che Il drago del male.
Del primo ho visto che circolano anche alcune copie in edizione Fabbri, quella blu cartonata che spesso appare in bella vista in qualsiasi mercatino dell'usato librario.
Io ovviamente ho conosciuto Peter Straub tramite il romanzo Il Talismano, ma in verità ne sono stato incuriosito a causa del fatto che Stephen King nel suo Danse Macabre ha inserito Ghost Story non solo come uno dei romanzi che più lo hanno influenzato, ma anche come uno dei migliori romanzi di genere fantastico ed horror di maggior rilievo negli anni che vanno dal 1950 al 1980.Gli ha dedicato un intero capitolo, e ne ha parlato con così entusiasmo, che all'epoca andai su Ebay e mi decisi a comprarne subito una copia.
Lo lessi a suo tempo, mi piacque, ma non condivisi quell'entusiasmo.
Con lo scorrere del tempo provai a rileggerlo almeno due volte, ma entrambe le volte mi arenai intorno alla pagina 150 o giù di lì.
Dico queste cose per onestà intellettuale, perché mi rendo conto che in alcuni punti questo è un romanzo abbastanza lento e prolisso.
Però la terza rilettura è stata quella giusta, perché ho apprezzato il libro molto più della prima volta.
Oggi posso fare ammenda ed affermare che Ghost Story è un gran bel libro.
Parliamone dopo la sinossi:
"Quattro rispettabili anziani professionisti ci Milburn, una cittadina sperduta fra i monti dello stato di New York, si ritrovano ogni quindici giorni a raccontarsi storie di fantasmi. Hanno sentito il bisogno di farlo da quando un loro amico è morto all'improvviso durante un ricevimento offerto in onore di una misteriosa attrice.
Ora, nell'inverno di Milburn, una strana creatura, che nel passato aveva subito un danno dai quattro amici, è tornata per esigere il suo tributo. Così la città viene conquistata a poco a poco da un orrore che dapprima si insinua nella sonnolenta routine quotidiana, poi si manifesta spaventoso in tutta la sua violenza.
Alleato dei quattro diverrà lo scrittore di storie soprannaturali Don Wanderley, che per quanto esperto in materia, non potrà garantire l'esito dello scontro finale."
Credo che per apprezzare un libro del genere bisogna avere un po' di infarinatura del genere.
Questo mi rendo conto che potrebbe essere visto come un difetto, perché è un libro che è facile associare ad altri libri, altri generi ed altri autori.
Forse è per questo che oggi sono in grado di apprezzarlo di più, perché con il tempo ho assimilato molte storie che hanno ispirato questo libro o che sono state ispirate da questo libro.
Ghost Story è un romanzo del 1979.
Persino King ha usato alcuni dettami di quest'opera per alcuni suoi racconti, e la natura ciclica e temporale del villain di questa storia ricorda tantissimo IT o anche alcuni personaggi mitologici di Neil Gaiman.
Straub a sua volta però afferma di essersi ispirato a Le notti di Salem per quel che concerne la cittadina protagonista di questo libro ovvero Milburn.
Un'altra associazione che mi è venuta subito in mente è quella relativa a Il canyon delle ombre di Clive Barker che per certi versi un po' ricorda le atmosfere di questa storia.
Ebbene, quali sono queste atmosfere?
Ghost Story è una storia di fantasmi come il titolo lascia intendere?
No, non del tutto.
In verità in questo romanzo Peter Straub è abile a giocare con tutti gli archetipi del genere horror presentandoci un nemico che è in grado di essere qualsiasi cosa.
Capito, perché ho nominato IT?
Però qui non c'è nessun pagliaccio, ma solo una bellissima donna.
A conti fatti è un horror che mischia un po' il noir di Raymond Chandler, con le atmosfere che tanto ricordano gli anni dei libri di Scott Fitzgerald fatte di feste e bei vestiti, frullando il tutto con un po' di sano horror alla Stephen King di quando racconta l'arrivo dell'orrore esterno in un sobborgo cittadino qualsiasi.
L'idea della Chowder Society è molto suggestiva e potente, forse ispirata alla famosa sera in cui vennero piantati i semi per la creazione di due degli archetipi horror più famosi di ogni tempo ovvero Frankenstein e Il Vampiro, ma funziona dannatamente bene.
La chowder society è composta da quattro amici un po' attempati che si riuniscono una tantum per bere e raccontarsi storie dell'orrore o comunque surreali.
In principio erano in cinque ed uno di loro muore in un modo strano.
Aveva da poco conosciuto una bellissima donna.
Straub per alcuni di questi personaggi sceglie il nome di scrittori veramente esistiti, non a caso uno dei protagonisti si chiama Hawthorne ed un altro Sears James.
Non a caso la storia che quest'ultimo racconterà sembra pari pari uscita da Il giro di vite di Henry James, molto subdolo Straub, vero? XD
Scherzi a parte, Straub fa un gran lavoro con i personaggi di questo libro, tutti sviscerati benissimo, e tutti quanti molto credibili nelle proprie peculiarità, caratteristiche e debolezze.
In verità dal punto di vista corale, inteso come sobborgo cittadino, il tutto funziona benissimo e risulta oltremodo coeso dal punto di vista narrativo.
Magari qualcuno storcerà il naso nel vedere quattro protagonisti così attempati, ma in verità andando avanti faranno capolino nella storia anche il giovanissimo Peter e quello che alla fine sarà il vero protagonista della storia, Don Wanderley, che poi è il nipote del quinto membro della Chowder Society che è deceduto.
Nelle vite di questi personaggi, che sia al passato o al presente, farà o avrà fatto capolino una donna, che si chiami Eva, Alma, Anna o Angie, è sempre lei, così diversa, ma così uguale...
Mi fermo qui con la descrizione di questo libro, sennò andrei per le lunghe.
Descritto così sembra un romanzo in cui succede poco, ma la parte horror c'è ed è moltissima, fidatevi.
Le ultime centinaia di pagine sono un crescendo continuo e c'è parecchia azione e parecchia...morte.
Tra le fila dei buoni soprattutto.
Ci sono difetti in questo romanzo?
Quelli figli del genere direi.
Quindi non insormontabili.
Quali, direte?
Direi che come in ogni film, romanzo o fumetto di quel periodo, il male all'inizio sembra implacabile, poi invece soprattutto nei confronti finali, sembra quasi che venga sconfitto facilmente.
E' una cosa che nella narrativa di una storia incrocio spesso e ci ho fatto il callo, ed in più mi rendo conto che non è facile scrivere di una lotta.
Cioè in un film o in un fumetto, una coreografia o un disegno risultano molto più coinvolgenti e credibili di una scena narrata.
Non so se sono riuscito a spiegarmi, in tal caso mi scuso.
Insomma Ghost Story è un gran bel libro, e se vi capita sottomano, non fatevelo sfuggire.
Inizialmente vi sembrerà altro, e questo mi dà la possibilità di parlare anche dell'inizio.
Beh, quella parte è molto ambigua e lolitesca.
Ed è dannatamente bella e inquietante.
So che in una delle ultime ristampe, proprio l'inizio è stato usato come sinossi, cosa per me sbagliata, visto che il libro per trecento pagine o più, è proprio tutt'altro.
Ma li capisco, è un inizio al fulmicotone.
Un uomo viaggia in auto con una una bambina che non è sua figlia, la tiene praticamente prigioniera, ed in più progetta di ucciderla.
Ditemi se non è un inizio meraviglioso.
Ehm, volevo dire, narrativamente accattivante, non denunciatemi per istigazione alla violenza. XD
Chiedo venia per la lunghezza, ma credo che un post del genere possa essere tranquillamente letto a pezzetti con lo scorrere del tempo, anche perché difficilmente riuscirò a scrivere altro per questo mese in corso, poiché il materiale da leggere scarseggia.
Alla prossima!
giovedì 11 novembre 2021
Il monaco - Matthew G.Lewis
Ho corteggiato questo libro per parecchio tempo, almeno dai tempi in cui ne venni a conoscenza durante la lettura del saggio Danse Macabre di Stephen King.
So che inizio spesso i miei post in questo modo, ma è la realtà dei fatti.
Molti dei romanzi che ho desiderato leggere, soprattutto in salsa gotica ed horror, provengono da quel libro.
Leggere i romanzi precursori del genere che prediligo di più è sempre stato uno dei miei obiettivi, e quindi è da tempo immemore che Il Monaco era in lista.
Avevo deciso di aspettare l'uscita dell'edizione RBA, ma poi girovagando tra le bancarelle librarie mi è capitato sottomano in un'edizione vecchia de I Mammut della Newton contenente alcuni dei libri gotici più famosi.
In quella raccolta c'erano alcuni romanzi che ho già letto, uno a cui non ero interessato, ma anche altri due che ho sempre desiderato leggere: Il Monaco e Melmoth l'errante, ma del secondo parleremo in un prossimo futuro, ancora non l'ho nemmeno letto.
Magari l'edizione non è il massimo della leggibilità per via della massa, ma anche del font parecchio fitto, ma al prezzo di 2 Euro è stato un affarone.
Andiamo di sinossi, pescata su Amazon, e fin troppo spoiler per i miei gusti:
Il romanzo, ambientato a Madrid, narra del monaco cappuccino Ambrosio, il quale, celebrato per la propria presunta santità, diviene il confessore più ricercato e colui alle cui prediche domenicali presenzia tutta la città. Ma il demonio è in agguato: sfruttando alcuni aspetti della sua personalità che egli non riconosce come proprie debolezze, lo condurrà nell'abisso della perdizione, avviluppato nel quale Ambrosio compirà una serie di azioni nefande che culmineranno nella vendita della propria anima. Il Monaco (A Monk: a romance), pubblicato per la prima volta nel 1796, è una gothic novel, il primo e più famoso lavoro dell'autore britannico M.G. Lewis. Il romanzo ebbe subito notevole successo, tuttavia non senza suscitare grande scandalo. L'opera infatti si pone nell'ambito della tradizione del romanzo gotico tedesco, e ne contiene tutti gli elementi di genere: castelli, abbazie, conventi, segrete, fantasmi, ma anche violenze, stupri, incesti, presenze demoniache. Nel 1798, allora, l'autore ne propose una versione censurata, priva di alcune delle situazioni più scabrose, ma ciò nonostante dai toni ancora molto forti, anche per lettori del XXI secolo.
E' stato bello scoprire la natura di un personaggio in corso d'opera, che appariva fin troppo surreale già dalle pagine iniziali, ma di cui anche facendone il nome sarebbe come spoilerare mezzo romanzo.
Ecco, trovo assurdo che già nella sinossi si parli della natura infernale di parte di questa storia, che per gran parte del romanzo non viene nemmeno accennata.
Capisco che parliamo di un romanzo del 1796, ma praticamente è come svelare gli snodi principali della trama, mah.
infatti mi giustifico fin dall'inizio dicendo che non sarà facile parlare di questo libro.
Prima di tutto parliamo di un romanzo del 1795/96 con tutto ciò che comporta in termini stilistici, ma anche contenutistici.
Contestualizzarlo è importantissimo, e bisogna entrare nel modo di vivere e porsi di quel periodo, quindi accettare una certa pomposità di fondo, e dei personaggi che si comportano in maniera un po' enfatica e teatrale.
Soprattutto per quel che concerne i rapporti sentimentali.
Questo romanzo all'epoca della sua uscita fu un autentico caso poiché è un romanzo dalla forte componente erotica.
Una componente erotica piuttosto malsana in realtà.
E' un libro di tentazioni, che sfociano in maniera sordida e lussuriosa, di cui cade vittima Ambrosio, il monaco protagonista di questa storia.
In realtà Ambrosio non è l'unico protagonista, le sue vicende si intrecciano con quelle di alcuni personaggi, e sono parecchi gli interludi in cui il monaco è fuori fuoco.
Prima di tutto parliamo di lui.
Ambrosio è un personaggio assurdo.
Un personaggio che cede alla lussuria e che si comporta peggio di un quindicenne ai primi approcci.
Rinuncia al voto di castità per una donna, ma si stanca di lei dopo una settimana, si invaghisce di un'altra, e per averla è disposto anche ad uccidere ed a stuprarla.
Minchia, che persona retta, vero?. :-P
Il monaco è un libro davvero ricco di eventi.
Superata una certa ampollosità iniziale, si viene catapultati in un romanzo che è anche abbastanza action per l'epoca.
Infatti le vicende di Ambrosio si mischiano a quelle di altri personaggi, tra cui Antonia, la giovane donna concupita sia da Ambrosio che dall'altro protagonista della storia ovvero Lorenzo, per poi passare ad Agnes sorella di Lorenzo e novizia suora che però ha una relazione con un marchese amico di Lorenzo, Raymond.
Gran parte degli avvenimenti avvengono in un monastero ed un convento di suore collegati tra loro attraverso una cripta in quel di Madrid.
Il romanzo ha anche una forte componente non solo gotica, ma anche religiosa, quella più bigotta ed intransigente, ma anche parecchio ipocrita.
Lewis ci infila veramente di tutto, fughe, omicidi, tradimenti, cripte terrificanti con tanto di passaggi segreti, riti magici, briganti, fantasmi, e persino l'ebreo errante e l'inquisizione.
Devo ammetterlo, è un libro che a tratti mi ha preso davvero tanto.
Certo, forse c'è fin troppa carne al fuoco, e bisogna passare sopra ad un po' di scene che come dicevo all'inizio sono molto teatrali e sopra le righe, ovvero quelle classiche scene di donne svenevoli e piuttosto ingenue, scene di pianti al capezzale o uomini che si contorcono nel letto per settimane e mesi per il dolore, o riti di corteggiamento un po' desueti che oggi fanno un po' sorridere, e che Lewis utilizza benissimo ai fini della trama.
Il monaco è un gran bel libro.
Anche se tratta di argomenti non proprio idilliaci, riesce ad essere piuttosto conturbante, e quest'ultimo è un aggettivo che non ho usato a caso.
Non è un romanzo per tutti, lasciatemelo dire.
Capisco perché all'epoca della sua uscita fu giudicato così scabroso.
Il finale è veramente terrificante e sorprendente, cioè lo sarebbe se non leggeste la sinossi. XD
Cioè, sorprendente forse no, però spiega almeno un po' il comportamento assurdo di un personaggio in particolare, che fino a quel momento è molto difficile trovare credibile.
Sono veramente contento di aver colmato l'ennesima lacuna, e spero che anche Melmoth mi risulti interessante quanto Il monaco di Lewis.
Prima però mi dedicherò all'ultimo libro di Stephen King, che per una volta sono riuscito a comprare proprio il giorno della sua uscita.
Alla prossima!
sabato 6 novembre 2021
Fluke l'uomocane - James Herbert
Chi mi conosce da tempo credo sappia che James Herbert è uno dei miei scrittori preferiti.
Per fortuna gran parte delle sue opere sono state pubblicate in edizione Urania e quindi sono facilmente rintracciabili in qualsiasi mercatino dell'usato.
Tutte tranne una : I topi.
I topi è l'unico romanzo che è stato pubblicato sotto un'altra etichetta ed ad oggi è praticamente introvabile nel circuito delle bancarelle.
In verità il romanzo è facilmente raggiungibile su Ebay, ma veleggia su prezzi proibitivi.
Proprio mentre scrivevo questo post c'erano due inserzioni in cui il romanzo veniva venduto sui 50/60 Euro.
Noccioline, direi, se fossero d'oro. :-P
Messomi il cuore in pace per l'unico libro che difficilmente potrò leggere di questo autore, ho recuperato con il tempo l'unico altro suo lavoro che mancava alla mia collezione, Fluke l'uomocane.
E' l'unico romanzo di Herbert la cui sinossi non mi convinceva.
L'ultima volta che sono stato al mercatino delle pulci mi sono fatto vincere dalla curiosità e con il senno di poi posso dire di aver fatto bene.
Fluke mi è piaciuto molto.
Partiamo da una premessa, che è anche uno dei motivi per cui non ero convinto di questo libro.
Io non sono un grande amante degli animali.
Non ne ho mai avuti in casa, ed a tutti gli effetti, cani e gatti mi sono abbastanza indifferenti.
Cioè non li odio, ma non riesco ad avere quell'empatia che contraddistingue tutti coloro che amano gli animali.
Al massimo a casa, da piccolo, ho avuto una tartaruga di terra, quando era ancora legale possederne una.
Detto ciò, leggere una sinossi di un romanzo in cui il protagonista è un cane che pensa come un uomo, non mi sollucherava moltissimo.
Però Herbert ci ha messo poco per farmi apprezzare questo romanzo.
Si può dire che Fluke è un libro molto diverso da tutti gli altri scritti finora da Herbert.
A volte sembra quasi sfondare la quarta parete, e la trama per gran parte del narrato è più tragicomica che fantastica.
In effetti è uno di quei romanzi che sfugge ad una precisa catalogazione.
A tratti è simpatico e divertentissimo, ma via via che si procede con la trama, la storia prende una piega sempre più cupa ed inaspettata.
Fino alle pagine finali che sono abbastanza sorprendenti.
Una in particolare mi ha ricordato tantissimo uno dei paragrafi più famosi de il racconto Il gatto nero di E.A.Poe.
Il romanzo è piuttosto semplice, in realtà.
Persino le risposte sulla natura di Fluke, sul perché sia in grado di pensare come un uomo, sono tra le prime che vi verranno in mente, non a caso è molto difficile associare questo scritto alla fantascienza più classica.
Però è scritto davvero bene ed è scorrevolissimo.
E' molto piacevole leggere le gesta di Fluke fin da quando è cucciolo.
In più è parecchio suggestivo il fatto che ragioni come un uomo, ma è costretto a seguire il suo istinto canino.
Durante l'elaborazione di questo post ho scoperto che ne è stato tratto anche un film, persino abbastanza recente visto che uscì nel 1995.
Mi ha sorpreso che il film praticamente fin dalla sinossi spoilera quella che è la natura di Fluke, cosa che nel romanzo diventa evidente solo in corso d'opera.
Ed è proprio quella struttura narrativa a rendere il libro ancora più interessante poiché le risposte arriveranno poco a poco, e nel mentre seguiremo soltanto la sua evoluzione canina.
A chi volesse leggere questo libro, consiglierei di non avvicinarsi manco per sbaglio alla trama del film.
Per carità, come dicevo all'inizio i misteri di questo libro sono piuttosto basici, ma è comunque bello seguire l'evoluzione dell'opera.
Herbert ha scritto un romanzo che è leggibile da tutti, anche dai più piccoli, almeno per quel che concerne i primi capitoli.
In più la natura tragicomica del romanzo non fa solo divertire, ma anche riflettere, soprattutto sul randagismo e sui suoi effetti, ma anche sulla natura dell'uomo al cospetto di un animale che considera inferiore.
Insomma questo libro potrebbe sembrare un'opera minore di James Herbert, ed io stesso l'ho sottovalutato, ma invece è un buon libro, che paradossalmente lascia qualcosa in più in termini emotivi, di altri suoi libri più ( giustamente ) celebrati.
Fluke merita.
Alla prossima!
sabato 12 giugno 2021
L'assassinio del Commendatore - Murakami Haruki
Quando nel 2019 mi imbattei in Norwegian Wood, non ero convintissimo che presto o tardi io e Murakami ci saremmo incontrati di nuovo, ma un po' di settimane fa L'assassinio del Commendatore uscì in allegato insieme ad un quotidiano ad un prezzo piuttosto favorevole e ne ho approfittato.
Ci ho messo un po' a finirlo, ma alla fine devo dire che è stata una scelta saggia e ne è valsa la pena.
Parliamo di un libro che all'epoca della sua uscita fu troncato in due dalla Einaudi ( scelta infelice per quel che mi riguarda visto che parliamo di 850 pagine circa mica 1200 ) e che adesso ho pagato la modica cifra di 8,90 Euro, che è un'ottima cifra se rapportata al numero di pagine.
Se qualcuno all'epoca lesse il mio post inerente Norwegian Wood si ricorderà sicuramente del mio straniamento e della scarsa empatia provata durante la lettura di quel libro, oggi non so se avrei lo stesso giudizio, visto che L'assassinio del Commendatore è oggettivamente più complesso di un semplice romanzo di formazione come il sopracitato Norwegian Wood, eppure sono arrivato ad apprezzarlo comunque.
Ciò mi ha spinto a delle riflessioni sul mio espandere i miei orizzonti di lettore verso altre culture differenti, perché anche con i romanzi scandinavi di Lindqvist all'epoca percepivo non tanto la differenza di stile narrativo che comunque è normale tra autori di lingua e cultura differente, quanto tra i personaggi narrati così differenti nel modo di vivere e di pensare in cui sono raccontati.
Socialmente parlando i personaggi di Murakami, Lindqvist o anche di Kazuo Ishiguro ( perché mi accadde anche con Non Lasciarmi ) sono molto più impenetrabili, più placidi e freddi, persino nell'accettazione del male e della morte, a volte terribilmente alienanti.
Quello che più mi ha colpito è che la narrativa giapponese mi sembra totalmente diversa da quella che siamo abituati a conoscere tramite manga ed anime.
Cioè non tutta, probabilmente alcune delle opere dello Studio Ghibli potrebbero essere affini a questo romanzo, ma pur conoscendo la storia ed il folklore della mitologia giapponese, davanti ad un romanzo come questo di Murakami si rimane sicuramente colpiti, ma anche confusi.
Confusi perché in fondo in fondo si ha la sensazione di una storia raccontata in maniera verticale e sempre più larga, ma non profondissima, quasi senza scopo, per certi versi.
Colpiti perché è un libro molto introspettivo ed intrigante, che accarezza tanti generi, ma che abbraccia più di tutti il cosiddetto realismo magico, anche se in corso d'opera alcuni frangenti virano proprio nel fantastico più puro con echi alla Clive Barker o Stephen King, nei loro romanzi più fantasy incentrati sull'arte ( tipo Duma Key o Apocalypse ).
Così come salta all'occhio una grande cultura letteraria in questo autore, che in corso d'opera arriva ad omaggiare anche Fitzgerald ( credo che moltissimi noteranno i tratti in comune tra Menshiki e il Gatsby di Francis ) e molti altri autori.
L'assassinio del commendatore è un gran bel libro, molto difficile da raccontare e descrivere, ma molto bello da leggere.Vorrei tanto vedere i ritratti di cui questa storia ci parla, tra tutti quello che porta proprio il titolo del libro.
Come dicevo all'inizio si ha la sensazione di qualcosa di irrisolto in questo romanzo, non è impossibile che qualcuno arrivi alla fine e dica: " E quindi ? "
E' un libro dove conta più l'introspezione, un viaggio onirico attraverso il mistero e i segreti inconfessabili di ognuno di questi personaggi, e dove ci tocca accettare menti ed abitudini diverse, anche quando ci sembrano così astruse e paranoiche come quelle di alcuni personaggi di questa storia.
Per certi versi sono più solide e lineari le parti più fantasy, che quelle reali che sono piuttosto descrittive e lente in alcuni punti, persino ossessive, anche se credo sia una cosa voluta.
Al netto di qualche passaggio poco concreto ( soprattutto sul finale ) è una storia che sono contento di aver letto e che mi spingerà prima o poi verso altre opere di Haruki.
Perché è sicuro che Kafka sulla spiaggia e 1Q84, magari non sarà oggi, magari non domani, ma li leggerò.
Insomma L'assassinio del Commendatore è un romanzo che merita e che consiglio ed a cui va dato atto di scatenare delle riflessioni successive sulla profondità psicologica del narrato, in cui le idee e le metafore la fanno da padrone, in tutti i sensi.
Vi lascio con la sinossi di questo romanzo:
Una borsa con qualche vestito e le matite per disegnare. Quando la moglie gli dice che lo lascia, il protagonista di questa storia non prende altro: carica tutto in macchina e se ne va. Ha trentasei anni, un lavoro come ritrattista su commissione e la sensazione di essere un fallito. Cosí inizia a vagabondare nell'Hokkaidō, finché un vecchio amico gli offre una sistemazione: la casa di suo padre, il grande pittore giapponese Amada Tomohiko, rimasta vuota da quando questi è entrato in ospizio in preda alla demenza senile. Il nostro protagonista accetta e si trasferisce lí, ma un inquietante quadro nascosto nel sottotetto e una misteriosa campanella che inizia a suonare tra gli alberi nel cuore della notte gli fanno capire che la sua vita, anzi la sua realtà, sono cambiate per sempre.
Alla prossima! (?)
martedì 22 dicembre 2020
L'ombra dello scorpione - Stephen King
" Lui non muore mai ", rispose Tom. " E' nei lupi, cavoli, sì. I corvi. I serpenti a sonagli.
L'ombra del gufo a mezzanotte e lo scorpione a mezzogiorno. Se ne sta a testa in giù come i pipistrelli. E' cieco come loro. "
Sicuramente L'ombra dello scorpione è un titolo molto suggestivo del ben più difficile The Stand che risulta abbastanza intraducibile a livello significativo in italiano, visto che dovrebbe suonare come " La resistenza " o comunque qualcosa del genere.
The Stand è il sunto dell'elefantiasi letteraria di cui è affetto Stephen King e si gioca il titolo di romanzo più lungo insieme a It.
L'edizione Bompiani ha pure i caratteri piccoli quindi probabilmente parliamo di un libro che con un font diverso avrebbe tranquillamente raggiunto il migliaio di pagine.
Proprio per questo L'ombra dello scorpione è stato messo in commercio due volte.
La prima volta sul finire degli anni settanta in maniera ridotta e successivamente nel 1989 in versione completa e definitiva.
Prima di addentrarmi nella narrazione voglio parlare di un aneddoto personale.
Lessi la prima volta questo romanzo intorno al 1994 o giù di lì, ero un ragazzo, ed è del parere di quel ragazzo che vi dovete fidare.
La mia reazione fu più genuina delle successive riletture, anche di quella odierna.
Ebbene, la mia prima full immersion in quest'opera fu di meraviglia pura.
Ebbi quel libro in prestito da un mio amico e non riuscivo a staccarmene dalla lettura.
Me lo portavo a scuola, me lo portavo a tavola, dappertutto.
Mi piacque tantissimo e ricordo che rimasi sconcertato da una scena in particolare che non ho più scordato e che mi segnò profondamente, poiché toglieva di scena il mio personaggio preferito a poco più della metà della narrazione.
Non nego di essermi commosso e di aver avuto la tentazione di urlare e lanciare il romanzo contro il muro ( che avrebbe avuto la peggio vista la mole del libro ).
Io credo che un romanzo che riesca ad ottenere un effetto simile, sia un gran romanzo.
E lo penso ancora.
Ma da allora sono passate altre riletture, ho letto centinaia di altre opere, anche con tematiche simili, ed oggi ho letto questo libro con un occhio un po' più clinico, rispetto a quello ingenuo, ma più aperto al senso di meraviglia che avevo all'epoca.
Credo che a ragione io mi facessi sedurre da quel che succedeva rispetto a come succedeva.
L'ombra dello scorpione mi piace ancora, ma mi piace meno il contesto.
Proverò un po' a spiegarmi, per chi avrà un po' di pazienza.
Non pubblicherò estratti della trama anche perché credo che la conoscano un po' tutti a grandi linee la storia.
Un virus sfugge al controllo dell'esercito e decima la razza umana per il suo 99%.
I pochi e sparuti sopravvissuti si muovono in un'America ormai in disfacimento in un'avventura on the road di stampo apocalittico.
E quando parliamo di apocalittico, lo diciamo non in senso lato, ma proprio dal punto di vista biblico.
Perché quest'opera ha una fortissima connotazione biblica da Antico Testamento.
A conti fatti King ci dà la sua personale rappresentazione della parabola di Giobbe mettendo i protagonisti in una scacchiera grande quanto l'America intera ( non si hanno notizie degli altri continenti in quest'opera e dobbiamo farcelo bastare senza porci domande ).
I personaggi hanno un libero arbitrio, ma sono comunque teleguidati attraverso i sogni o le divinazioni.
Tutti i sopravvissuti sognano due persone:
- Una vecchina ultracentenaria di nome Mother Abagail che ispira bontà e li invita a raggiungerli in Colorado.
- Un uomo nero, Randall Flagg, sempre in ombra, che a volte appare vestito casual ed a volte avvolto in una tonaca, che ispira minaccia, terrore, paura, ma anche diavolo tentatore per le anime più tormentate.
I personaggi in corso d'opera faranno le proprie scelte, si metteranno in cammino e raggiungeranno questi due personaggi che fungono praticamente da aggregatori sociali nell'eterna lotta tra il bene ed il male.
La prima metà di questo libro è meravigliosa.
Chi mi conosce sa che vado pazzo per la narrazione on the road, e l'ambientazione di questo romanzo è costruita proprio per piacermi.
King fa un grandissimo lavoro con i personaggi, sia quelli positivi che quelli negativi.
Tutti, nessuno escluso, sono caratterizzati alla perfezione, anche nelle loro complessità d'animo.
Stesso dicasi per la scrittura e l'ambientazione.
Dal punto di vista narrativo, la prima parte sfiora la perfezione.
I capitoli dedicati alla Superinfluenza denominata Captain Trips sono meravigliosi, ed anche i dialoghi e le vicissitudini dei personaggi pre e post-epidemia lo sono altrettanto.
Alcuni capitoli sono iconici ed indimenticabili.
Larry che attraversa il Lincoln Tunnel completamente al buio calpestando i morti e superando gli ingorghi stradali di macchine e vetture militari.
La sconcertante narrazione di un'operazione di appendicite in un mondo dove medici ed ospedali non ci sono più.
Un capitolo non solo da stomaci forti, ma che ci dà ben l'idea di un mondo ormai alla deriva ed in disfacimento.
Il cammino iniziale di ogni personaggio in solitaria o in compagnia, in un'America ormai spopolata e perduta, con cibo d'accatto, sogni, incubi, paura e bivacchi, è narrata in maniera splendida.
So che oggi è un tema stra-abusato, soprattutto in tv, ma King lo descrive splendidamente il tema del viaggio.
Steve sa narrare del pellegrino.
Quindi cos'è che mi perplime?
Il linguaggio ed il modo di atteggiarsi dei personaggi maschili, in primis.
Sono costruiti con un modus operandi da anni '80 che levati.
Gran parte di loro sono machisti che si esprimono con frasi da film americano del tipo " Ehi, piccola ", " Pupa ",
" E' la mia donna." Ed altre amenità varie.
Anche quelli scritti meglio come Larry.
Per non parlare di Stu, il vero protagonista del libro, classico uomo silenzioso e tenebroso che non deve chiedere mai.
Anche se in corso d'opera è uno dei personaggi che evolve di più.
Vogliamo parlare delle donne di questo romanzo?
Lucy e Frannie sono stereotipate altrettanto, con frasette e dialoghi che spesso sembrano uscite da un romanzo Harmony.
" Ho bisogno di un uomo che scaldi il mio letto."
o frasi tipiche tipo: " Scegli me", che manco Beautiful.
Dirò di più: il diario che tiene Frannie è probabilmente il punto più basso dell'opera, non tanto per il suo contenuto imbarazzante ( d'altronde Fran ha solo vent'anni e ci sta che scriva determinate cose ), ma anche perché è un espediente piuttosto di bassa lega per permettere a King di spingere un personaggio verso il lato oscuro.
C'è parecchio di cinematografico e soap operistico nella narrazione di questi personaggi, che spesso vengono trattati in maniera persino bigotta.
E quelli che ne escono peggio sono i personaggi femminili trattati spesso come angeli del focolare che devono farsi i pianti guardando dalle verandine i loro uomini mentre vanno a salvare il mondo.
Come se la funzione della donna in quest'opera sia quella di farsi mettere incinta o poco più.
Infatti è terrificante una frase di Mother che si comporta come una commare di paese qualsiasi quando si rallegra che una delle ragazze ha i fianchi larghi e che quindi è in grado di sfornare tanti figli.
Capisco che si debba riformare la società, ma c'è uno strisciante bigottismo religioso che è difficile accettare oggigiorno.
Difficilmente accettabile anche il fatto che l'unico personaggio femminile cazzuto e pronto alla battaglia sia, indovinate un po', bisessuale, ed in un certo senso è considerato anche sacrificabile in corso d'opera ( infatti viene spedito come spia in una vera e propria missione suicida), pensate un po'.
Sembrerà che io ne stia parlando male, ma non è così.
Io amo questo romanzo e mi sono goduto anche questa rilettura.
Pur contestualizzandolo però ad una rilettura attenta salta all'occhio un tipo di narrazione che oggi appare un po' manichea e superata, per lo meno nel modo di esprimersi di alcuni dei personaggi principali.
Ed è un peccato, perché tolto quel contesto, L'ombra dello scorpione è un viaggio meraviglioso e spaventoso.
Randall Flagg è un cattivo bellissimo, delineato splendidamente.
E fa specie che funzioni più qui, che nella saga dove ci si aspettava che figurasse di più come quella della Torre Nera, dove doveva essere uno dei protagonisti.
Ed in più io mi metto tra quelli che accetta tranquillamente uno tra i finali più discussi di sempre tra i libri del Re.
Perché è un finale che in un'opera biblica come questa ci sta tutto.
So che in questi giorni dovrebbe debuttare l'ennesima miniserie tratta da questo libro, e sono molto curioso del fatto se avranno il coraggio di tenere un finale simile o se sceglieranno di cambiarlo.
E' valsa la pena rileggerlo?
Sì.
L'ombra dello scorpione è e resterà sempre una delle mie opere preferite di King, e non m'importa se alcuni personaggi spesso parlino e si comportino come delle macchiette, perché l'essenza del viaggio e dell'avventura è palpabile ugualmente.
Nella seconda parte il libro forse perde un po' e risulta un po' prolisso soprattutto quando i personaggi hanno compiuto il loro percorso e quindi si prodigano per riformare la società, ma diciamo che va considerata come quella parte in cui le fazioni si preparano per il gran finale.
Menzione per alcuni personaggi negativi: penso che Pattume e LLoyd siano tra i personaggi meglio riusciti di questo libro.
E poi c'è lui, il mio personaggio preferito.
Non perdonerò mai King per averlo fatto fuori, era pure uno dei pochi che non si esprimeva come un tamarro da film action.
Non ho parlato del paradosso o della premonizione di King di narrare di un'epidemia di influenza in epoca Covid come questa, ma non lo faccio perché nella narrazione funge più da prologo che altro e perché non l'ho riletto con quella sensazione in mente.
Il che è abbastanza brutto, perché significa che in un certo senso mi sono abituato a quel che stiamo vivendo.
Buone feste ed...
Alla prossima!
venerdì 16 ottobre 2020
L'incendiaria - Stephen King
" Bruciare era un piacere."
Ray Bradbury
Concludo e mando a maggese per un po' King con questo post dedicato ad un altro dei suoi più vecchi romanzi, L'incendiaria.
Mentre leggevo questo romanzo, ma anche Christine e La Zona Morta mi sono domandato cosa significa leggere questi romanzi oggi.
Io lo feci nel 2003 circa o giù di lì, e pur essendo cresciuto con il cinema, i cartoni animati, i fumetti ed i telefilm degli anni '80 non percepivo una sovraesposizione di tematiche ricorrenti.
Leggere un romanzo del genere oggi, invece, è un'esperienza un po' strana, specie per un nuovo lettore.
Mi capita spesso di spulciare le recensioni dei nuovi "fedeli lettori " di King, soprattutto di quelli giovanissimi su Instagram e di leggere un po' di perplessità nei riguardi di plot narrativi che ai loro occhi oggi appaiono desueti e banali.
E li capisco benissimo.
Di storie simili oggi ne è pieno il fosso.
I cinecomics, i telefilm, persino i fumetti, hanno sdoganato e di fatto riempito i media di supereroi, di gente con superpoteri e tutto il companatico, rendendo quindi prevedibili alcune opere del passato, specie un libro come l'Incendiaria del 1979.
L'incendiaria infatti è un'opera molto cinematografica e ricca di cliché narrativi, ma allo stesso tempo molto solida.
Al tempo credo che un'opera del genere avesse pochi paragoni, forse qualcuno tra i cartoni animati ed i fumetti, infatti una storia come quella che vede protagonista Charlie, negli X-Men apparirebbe normalissima, ma fino all'esplosione dei cinecomics comunque una roba per pochi nerd e non per la massa.
E soprattutto senza internet a fare da cassa di risonanza.
Eppure l'Incendiaria è un buon romanzo.
Andiamo di sinossi tratta da Ibs ( abbastanza bruttina, parere personale):
Charlie: una bimba terrorizzata e terrorizzante dotata di energie psichiche straordinarie. La "Bottega": un'agenzia governativa decisa a sfruttare tali facoltà per i suoi folli scopi. Si scatena così una ricerca senza quartiere per braccare la piccola che tuttavia riserverà qualche sorpresa ai suoi persecutori.

L'incendiaria parte col botto.
La prima parte è infatti molto bella e coinvolgente. Un'avventura che parte al cardiopalma ed on the road, con quell'atmosfera da fuga rurale, che a me piace un casino.
La storia prende forse una piega inevitabile e prevedibile, e la parte centrale soffre molto questa prevedibilità, perché tutti i lettori, e non sarà uno spoiler, sanno dove vanno a parare trame del genere, quindi sanno che Charlie e suo padre passeranno un po' di tempo tra le grinfie degli avversari.
Ecco, quella parte forse è fin troppo prolissa e descrittiva, ma in generale io credo che L'incendiaria sia un romanzo che funzioni.
Bellissima la terza parte quando finalmente King lascia che Charlie si scateni con tutta la sua forza.
C'è qualche ingenuità narrativa nel cosiddetto duello finale, ma credo che sia funzionale alla trama, quindi voluto.
Finale ottimo ed in dissolvenza, l'unico possibile, visto che comunque parliamo di un libro che vede per protagonista una bambina di 8 anni.
Ci sono alcune supercazzole soprattutto in ambito scientifico e nei riguardi della natura del potere di Charlie e degli esperimenti sui suoi genitori, ma si accettano tranquillamente, come d'altronde accettiamo che una ragazzina di 8 anni abbia il potere di mandare a fuoco il mondo intero.
Molto belli alcuni sottotesti narrativi nei riguardi del potere, soprattutto quello affidato ad un infante, ma ripeto che è comunque una roba già letta se si è cresciuti a pane ed X-Men come il sottoscritto.
Da questo film fu tratto il film Fenomeni Paranormali Incontrollabili con una bravissima e piccolissima Drew Barrymore e di cui ricordo pochissimo, tranne la bellissima scena della pallottola che è presente anche nel romanzo.
Che dire, non rileggevo questo romanzo da quasi vent'anni, ed oggi è molto invecchiato, ma rimane una buona lettura.
Per me è un buon romanzo, dalla struttura sicuramente prevedibile, ma che si fa leggere volentieri.
Tanto per dire: il romanzo recente a cui può essere paragonato e che parte da premesse simili, ovvero L'istituto per me vale meno della metà de L'incendiaria, che appare molto più corposo e narrativamente interessante.
L'istituto è fin troppo facilone e sempliciotto, sicuramente più scorrevole, ma senza nessuna complessità di fondo.
Forse a livello di scrittura oggi King è più piacevole e meno prolisso da leggere, ma un tempo ai miei occhi sembra che avesse una penna più libera e meno trattenuta.
E soprattutto era una fucina di idee, ed era più giovane, e probabilmente meno politicamente corretto.
Alla prossima!
martedì 15 settembre 2020
I miei libri preferiti: Il figlio del cimitero - Neil Gaiman
" Voglio vedere la vita " annunciò Bod.
" Voglio stringerla tra le mani. Voglio lasciare un'impronta sulla sabbia di un'isola deserta. Voglio giocare a pallone con la gente. Voglio... " disse, poi si interruppe per pensare.
" Voglio tutto. "
E mi rendo conto che molti storceranno il naso all'idea che un quarantenne come me, possa pensare di inserire tra i suoi preferiti un romanzo del genere.
La verità è che Il Figlio Del Cimitero mi emoziona sempre un sacco, tutte le volte.
E credo che questo basti.
Sarà per lo stile di Neil Gaiman così elegante, poetico e delicato, uno stile che ho riscontrato soltanto in un altro scrittore che amo alla follia : Ray Bradbury.
In verità il mio amore per questo romanzo va un attimino contestualizzato.
Sarei un pazzo se volessi paragonare un romanzo del genere a capolavori come quelli di Steinbeck, Hemingway o McCarthy.
Questo libro di Neil è molto leggero, ermetico e per certi versi sfuggente.
Pregno di avvenimenti e di dialoghi, precisi e dettagliati, ma allo stesso tempo ermetici, dove c'è molto non detto e non raccontato.
Ed è forse l'unico difetto che riscontro in questo libro.
Mi ha ricordato molto Ballard.
Cioè per dire, se fosse stato King avrebbe sicuramente dato più spazio al passato di alcuni personaggi e alle loro motivazioni, che in questa storia appaiono un po' fumosi e blandi, ed è un peccato perché pur delineandoli in maniera ermetica Gaiman riesce a farti amare tutti i personaggi del cimitero con cui Bod interagisce, da Silas fino alla Signorina Lupescu, per finire alla misteriosa figura della Signora dal cavallo bianco.
Ma mi rendo conto che senza sinossi sarebbero discorsi senza senso:
Ogni mattino Bod fa colazione con le buone cose che prepara la signora Owens. Poi va a scuola e ascolta le lezioni del maestro Silas. E il pomeriggio passa il tempo con Liza, sua compagna di giochi. Bod sarebbe un bambino normale. Se non fosse che Liza è una strega sepolta in un terreno sconsacrato. Silas è un fantasma. E la signora Owens è morta duecento anni fa. Bod era ancora in fasce quando è scampato all'omicidio della sua famiglia gattonando fino al cimitero sulla collina, dove i morti l'hanno accolto e adottato per proteggerlo dai suoi assassini. Da allora è Nobody, il bambino che vive tra le tombe, e grazie a un dono della Morte sa comunicare con i defunti. Dietro le porte del cimitero nessuno può fargli del male. Ma Bod è un vivo, e forte è il richiamo del mondo oltre il cancello. Un mondo in cui conoscerà l'amicizia dei suoi simili, ma anche l'impazienza di un coltello che lo aspetta da undici lunghissimi anni... Età di lettura: da 12 anni.
Il figlio del cimitero è un teen fantasy dalle venature horror.
Anzi potremmo dire che l'inizio è dichiaratamente horror, ma narrato con così naturalezza e delicatezza da assomigliare ad una fiaba.
Un bambino in maniera piuttosto fortunosa sfugge all'assassinio della sua famiglia e si rifugia tra le tombe del cimitero vicino casa, dove i morti si prenderanno cura di lui nascondendolo da questa misteriosa confraternita che vuole ucciderlo.
Bod crescerà all'interno del cimitero in una sequela di micro-avventure volte a farlo crescere e maturare.
Lo dico apertamente, questi micro-capitoli sono stupendi.
E' un romanzo che scivola via che è un piacere e che si legge alla velocità della luce.
E come ho detto su, sembra assurdo che in così poche pagine, Gaiman è riuscito ad infilarci il mondo intero.
Il figlio del cimitero regala molte pagine veramente toccanti, ci dona un'interpretazione della Danza Macabra sotto forma di un ballo rituale, che è qualcosa di sublime.
Ma tutte le avventure che Bod vivrà all'interno e fuori dal cimitero sono narrate in maniera divina.
Il capitolo dedicato ai Ghoul che tanto omaggia e ricorda Lovecraft, è un qualcosa di eccezionale.
Il finale è giustissimo e da applausi.
Per me questo libro è un piccolo capolavoro.
L'unica riserva è relativo al fatto che alcuni personaggi e le loro motivazioni vengano lasciate quasi all'interpretazione del lettore ( per esempio non è impossibile ipotizzare che Silas possa essere un famoso conte che tutti conosciamo ) o raccontate con quattro frasi in croce, lasciandoci con il dubbio su che cosa siano I Mastini di Dio, la confraternita dei Jack e tutto il companatico.
Con venti, trenta pagine in più questo romanzo sarebbe stato un capolavoro.
Ma forse questo non era l'intento di Gaiman.
Voleva narrare l'avventura fantastica di un bambino che diventa ragazzo e poi uomo.
Un bambino che vive con i morti, e che così poco conosce del mondo dei vivi.
Un'avventura scritta in maniera divina con perizia e saggezza, e che soprattutto commuove.
Chi conosce Gaiman sa già cosa lo aspetta, perché l'autore a volte tende un po' a ripetersi ( per esempio a me leggendo questo romanzo sono tornati in mente alcuni passaggi di Sandman ), ma per chi non conosce quest'autore, lasciatemelo dire, che grave mancanza!
Neil Gaiman è un narratore immenso, e andrebbe letto e riletto.
Anche se sono convinto che bene o male, ormai le sue storie le conoscano quasi tutti visto quanto è stato saccheggiato dalle serie Tv e dal cinema.
Quindi se conoscete American Gods, Good Omens, Coraline e Stardust, sappiate che sono tutte opere del buon Neil che andrebbero lette, rilette, e poi rilette.
Si parlava anche di un film relativo a Il figlio del cimitero ed in effetti mi sembra strano che non sia stato ancora realizzato.
Raramente horror, fantasy e fiaba, si sono mischiati così bene.
Neil trova il tempo ed il modo in questo piccolo libro di inserire di tutto: romanzo di formazione, horror di stampo classico con vampiri, ghoul, licantropi e fantasmi, assassini che sembrano usciti da uno slasher, streghe, e personaggi mitologici.
Questo romanzo è stato anche vincitore dello Hugo Award del 2009 ed anche della Newbery Medal, quindi eventualmente non sono stato l'unico ad amarlo. :-P
P.s: dimenticavo di citare le belle illustrazioni di Dave McKean che fanno da corollario alla narrazione.
Alla prossima!
mercoledì 2 settembre 2020
Christine - La macchina infernale - Stephen King
"Figliolo, probabilmente sei troppo giovane per cercare la saggezza in parole che non escano dalla tua bocca, ma ti dirò una cosa: il nemico è l'amore."
Annuì lentamente.
" Sì. I poeti fraintendono l'amore continuamente e qualche volta in buona fede. L'amore è il più antico degli assassini. L'amore non è cieco. L'amore è un cannibale con una vista estremamente acuta. L'amore è un insetto che ha sempre fame."
" Che cosa mangia? " Domandai senza pensare.
"L'amicizia", mi rispose.
Christine è un horror, ma anche una classica storia d'amicizia adolescenziale, che in genere sappiamo tutti, grazie al nostro trascorso, che si interrompe o prende una piega diversa, nel momento in cui entra in gioco l'amore.
Qui la ragazza destinata a rompere un'amicizia c'è pure, ma somiglia più ad un espediente, perché il vero amore di Arnie è Christine, un' automobile.
Questa quindi è la storia di un triangolo d'amore o un quadrilatero se ci mettiamo in mezzo anche Leigh Cabot.
E' il classico horror scolastico che King ci ha già venduto e ci venderà ancora dopo, molto simile a Carrie, IT o Il Corpo nell'impostazione.
Cittadina tranquilla, scuola, bulli, amicizia, e l'arrivo dell' orrore esterno, che questa volta sarà un'automobile.
Christine è uno dei romanzi più famosi di King, è stato anche trasposto cinematograficamente da un maestro come Carpenter, e probabilmente la sua fama è più al passato che al presente.
Probabilmente oggi la figura di questa Plymouth del 1958 è meno famigerata di un tempo, ed è un peccato, credo anche perché in tempi moderni la macchina non racchiude più un'importanza fondamentale come nelle adolescenze del passato o almeno appartiene ad un genere narrativo e cinematografico nell'immaginario un po' desueto.
Resta comunque sicuramente un'opera iconica, con cui King ha saputo giocare ed ammaliare il lettore, soprattutto un lettore cresciuto in quegli anni di miti cinematografici motorizzati.
Credo che Steve possa anche essere stato ispirato da opere come La macchina nera, Supercar e persino Duel.
In certi frangenti si respira l'area di un contesto televisivo alla Grease o a un Happy Days in chiave orrorifica.
Perché quasi ogni adolescente sogna di guidare una macchina, sogna l'indipendenza, ed ha la convinzione che il mezzo sia uno degli ingranaggi che porta alla conquista del sesso e dell'amore.
Molto aspettano i diciotto anni solo per questo ( o i 16 nel caso degli americani ).
Non a caso Arnie trova l'amore solo dopo aver adocchiato Christine.
E' la quarta o quinta volta che rileggo Christine, ed ogni volta è amore, ma anche perplessità.
Lo amo, ma per me ha dei difetti evidenti, robe che non mi piacciono e che narrativamente parlando avrei preferito diverse.
Andiamo di sinossi:
Tre amici vivono la loro adolescenza in una tranquilla cittadina di provincia. Le novità sono poche, finché non compare Christine, un'auto - una Playmouth del 1958 - che Arnie, uno dei ragazzi, vuole a ogni costo rimmettere a nuovo. Un'impresa disperata, che per lui si trasforma in un'ossessione, mentre la macchina inizia a manifestare un'inquietante vita propria. E nelle buie strade del paese la gente comincia a morire.
Ho notato che alcuni trovano la prima parte di questo libro eccessivamente statica e prolissa.
Ed è vero.
Probabilmente oggi, King avrebbe affettato e velocizzato un po' la parte iniziale, visto che per circa 180 pagine succede poco o nulla in termini d'azione, e molto è dedicato all'approfondimento dei personaggi.
In verità è una parte che io ho apprezzato molto.
Personalmente io trovo la prima parte molto più coesa anche nella struttura narrativa, non a caso ritengo che le parti più belle del romanzo si trovino tra queste pagine, almeno fino a quando non si scatena Christine in tutta la sua potenza.
Cosa non va in questa storia ( per me ovviamente )?
Ho sempre avuto l'impressione leggendolo che i personaggi, a parte Arnie, non siano stati centrati benissimo.
La figura di Roland LeBay su tutti, ma anche Dennis, il migliore amico di Arnie nonché eroe della storia.
Se Arnie compie un percorso ben preciso e delineato, fino alla sua completa trasfigurazione di sé, non si può dire lo stesso degli altri personaggi.
Leigh Cabot è protagonista di uno dei passaggi più spaventosi del romanzo, ma per essere la fidanzata di Arnie e quindi terzo incomodo tra lui e Christine, resta una figura molto eterea e sbiadita nell'economia della storia, tranne che nel controverso passaggio narrativo verso il finale, che io ho trovato molto infame e forzato, ma è una cosa mia.
Ci sono molte forzature in questa storia, che avrebbe potuto essere molto più semplice e lineare.
La natura malefica di Christine e il suo rapporto molto forzato con LeBay.
La stessa trasfigurazione di Arnie è piuttosto contorta.
Non ce n'era bisogno.
Sarebbe bastata l'ossessione per una macchina malefica con successiva possessione.
In più punti King stesso sembra confuso su chi sia il vero diavolo, se LeBay o la macchina, creando parecchia confusione.
Però quando l'autore preme l'acceleratore e lascia scatenare Christine diventa un libro spettacolare.
Nonostante alcune scelte narrative che ho trovato un po' attaccate con lo sputo, amo e amerò sempre molto questo romanzo, che in più punti mi ha anche fatto riflettere su me stesso, perché in alcuni passaggi ti fa tifare per...Christine.
Infine vorrei spendere due parole sull'eroe della storia, Dennis.
C'è un qualcosa che non mi è mai piaciuto in questo personaggio.
Non metto in dubbio la sua amicizia verso Arnie, ma spogliato un po' dal contesto, c'è un sottotesto quasi...classista in Dennis, come se in fondo in fondo, apprezzasse il vecchio Arnie perché inferiore e più debole di lui.
La stessa chiosa iniziale e anche quella finale in cui definisce Arnie un perdente, ti porta a pensarlo.
E poi c'è sempre del marcio in un migliore amico che ti frega la ragazza.
Christine è un buon romanzo che si perde un po' nella fase decisiva, ma che parte e finisce benissimo.
Il finale è tra i più belli mai partoriti da Stephen King, e quando Christine si prende la scena è irresistibile.
" La sua infinita tenacia."
" La sua furia indomabile."
Alla prossima!
martedì 11 agosto 2020
Scrittori che guariscono temporaneamente la mia esterofilia: Italo Calvino
Tempo fa, non ricordo esattamente quando, su un sito lessi un bell'articolo su Marcovaldo di Italo Calvino, che fece sì che mi interessassi a questo autore.
In genere mi segno libri ed autori che mi interessano nelle note del telefonino, sperando di imbattermici nelle mie sortite al mercatino dell'usato.
Sono stato fortunato perché nemmeno un mese dopo sono entrato in possesso a pochi spicci sia di Marcovaldo che de Il Barone Rampante.
L'edizioni sono quelle che sono, quella de Il Barone Rampante è addirittura un'edizione da narrativa scolastica, mentre quella di Marcovaldo appartiene a quelle de Il Novecento Italiano che usciva in allegato con La Famiglia Cristiana.
Edizione di cui ho già altri libri, e che non mi dispiace come cura e formato.
Calvino mi è stato utile.
Entrambi i libri sono piuttosto leggeri ed associabili alla letteratura giovanile, e ne avevo bisogno, visto che non ero in un periodo tranquillissimo.
Al di là dello stile sicuramente molto ricercato, le due storie sono quasi favolistiche con delle morali di fondo semplici, ma ben radicate.
Marcovaldo è un libro splendido.Mi ha ricordato un po' Fantozzi per il suo andazzo tragicomico, ma anche opere familiari come la saga di Maulassène di Pennac.
L'idea di scandire capitoli, tempo narrativo ed avventure attraverso le quattro stagioni l'ho trovata geniale, ed ogni capitolo diverte e appassiona.
Marcovaldo è uno sfigato cronico ed ingenuo, ma che si ingegna in ogni modo per portare a casa la pagnotta, e tutto l'ambiente cittadino in cui si muove è strutturato benissimo.
Un microcosmo perfetto come un orologio svizzero.
Un racconto umoristico dal sapore agrodolce che mi ha avvinto moltissimo.
Lo consiglio vivamente.
Il Barone Rampante sembra quasi più una parabola fantasy per ragazzi, scritta in modo altrettanto divino, ma forse non per tutti.La storia è molto semplice: un ragazzino nobile di dodici anni arrabbiato con i suoi genitori decide di salire sugli alberi e vivere su gli stessi, e di non toccare mai più terra.
Lo farà veramente, e vivrà la sua vita non toccando più il terreno con i piedi.
Avrà il tempo di vivere avventure ogni tipo, storie d'amore, e persino di studiare e conoscere alcuni luminari.
Il romanzo è ambientato nel settecento con echi dei tumulti sociali di quel periodo.
Un libro che sembra semplice sulla carta, ma che è una lettura ben strutturata e complessa.
Insomma Calvino mi è sembrato un narratore che riesce ad unire semplicità e ricercatezza dello stile, muovendosi in abile modo tra fiaba e realtà, e tra il dolce e l'amaro.
Se mi capita, leggerò certamente altro di suo.
Se è destino ci incontreremo ancora.
Buon Ferragosto ed alla prossima!
martedì 14 luglio 2020
Odi et amo: J. G. Ballard
giovedì 11 giugno 2020
Le mie letture di stampo pandemico al tempo del Coronavirus.
lunedì 1 giugno 2020
L'istituto - Stephen King
Dopo classici come L'incendiaria e It, Stephen King si mette di nuovo alla prova con una storia di ragazzini travolti dalle forze del male, in un romanzo come sempre trascinante, che ha anche molto a che fare con i nostri tempi.
«King travolge il lettore con una storia di bambini che trionfano sul male come non ne scriveva dai tempi di "It". Entrando nella mente dei suoi giovani personaggi, crea un senso di minaccia e di intimità magici Non c'è una parola di troppo in questo romanzo perfetto, che dimostra ancora una volta perché King è il Re.» – Publishers Weekly
«Con L'Istituto il re del brivido torna al suo massimo splendore» – Robinson
È notte fonda a Minneapolis, quando un misterioso gruppo di persone si introduce in casa di Luke Ellis, uccide i suoi genitori e lo porta via in un SUV nero. Bastano due minuti, sprofondati nel silenzio irreale di una tranquilla strada di periferia, per sconvolgere la vita di Luke, per sempre. Quando si sveglia, il ragazzo si trova in una camera del tutto simile alla sua, ma senza finestre, nel famigerato Istituto dove sono rinchiusi altri bambini come lui. Dietro porte tutte uguali, lungo corridoi illuminati da luci spettrali, si trovano piccoli geni con poteri speciali – telepatia, telecinesi. Appena arrivati, sono destinati alla Prima Casa, dove Luke trova infatti i compagni Kalisha, Nick, George, Iris e Avery Dixon, che ha solo dieci anni. Poi, qualcuno finisce nella Seconda Casa. «È come il motel di un film dell'orrore», dice Kalisha. «Chi prende una stanza non ne esce più.» Sono le regole della feroce signora Sigsby, direttrice dell'Istituto, convinta di poter estrarre i loro doni: con qualunque mezzo, a qualunque costo. Chi non si adegua subisce punizioni implacabili. E così, uno alla volta, i compagni di Luke spariscono, mentre lui cerca disperatamente una via d'uscita. Solo che nessuno, finora, è mai riuscito a evadere dall'Istituto.













