giovedì 13 gennaio 2022

Il banditore - Joan Samson

Prima di parlare della mia ultima lettura dell'anno 2021, volevo un po' spiegare la mia assenza dalla blogosfera ( anche se dubito se ne sia accorto qualcuno o che sia una cosa che possa interessare più di tanto ).
Non ci sono grossi motivi alla base, se non che sto preferendo spendere il mio tempo in altre cose, persino più banali del leggere libri o divulgare, per certi versi.
Sta anche venendo meno la possibilità di leggere e comprare libri.
Ecco, questo è un problema grosso quanto una casa.
Ormai nel mercatino dell'usato sta diventando raro che io trovi qualcosa che mi interessi, mentre per ciò che riguarda i romanzi in prima edizione, ma anche le librerie fisiche in generale, è altrettanto raro che io abbia la possibilità di spendere quei 20 Euro canonici per ogni libro, previa un'attenta e scrupolosa selezione.
Ecco perché ultimamente per me sta diventando così difficile trovare argomenti per scrivere su questo spazio.
C'è anche un'ultima componente aggiuntiva: mi sto sempre più disinnamorando di Internet, dei social ed anche della blogosfera, che sta andando sempre più verso interessi e disgressioni, che sento non mi interessano più.
Però chiudiamo questo preambolo ed andiamo verso discorsi più attinenti alla natura di questo blog.

Come dicevo inizialmente Il banditore è stata la mia ultima lettura del 2021 ed anche il mio ultimo acquisto di genere librario.
Ci sono arrivato dopo un'attenta selezione, e sapendo di poter spendere denaro in una sola opera, ho scelto quella più nei miei canoni.
Ovvero non quella migliore, ma quella che desideravo più leggere.
Ho sempre dato priorità all'horror nella mia vita letteraria, e sempre sarà così.
Per quanto sia una prima edizione, l'opera di Joan Samson è un libro del 1975.
La prima volta che mi ci sono imbattuto è stata frutto del caso.
Comprai l'ultimo libro di King e come segnalibro vi era la pubblicità di una nuova collana da libreria della S & K denominata Macabre con la presentazione di tre romanzi, tra cui questo.
Quando ho letto la sinossi, e visto che si trattava di un romanzo horror di stampo rurale, l'istinto mi ha teleguidato verso quest'opera, e con il senno di poi ho fatto più che bene.


L'edizione è curata e molto carina.
La filigrana rossa, il packaging molto compatto e la copertina molto suggestiva, rendono questo libro molto bello anche dal punto di vista estetico.
Certo, il prezzo è un po' caro, ed è innegabile.
E visto il problema delle materie prime, questo sarà uno dei temi cardini dei prossimi anni.
Non so quanto in futuro la gente sarà disposta a tollerare aumenti su aumenti per quel che concerne libri, fumetti e graphic novel.
Ma non è tempo e luogo per simili quesiti, ed andiamo di sinossi:


Nell'isolata comunità agricola di Harlowe, nel New Hampshire, la vita è cambiata poco negli ultimi decenni. Ma dal momento in cui il carismatico Perly Dunsmore arriva in città e inizia a sollecitare donazioni per le sue aste, le cose cominciano lentamente e insidiosamente a mutare. ...

La prima domanda che bisogna porsi è questa:
Fu vero horror?
No, Il banditore, per me, non è un romanzo dell'orrore, ma un libro sulla paura.
E no, non c'entra un'acca con Cose Preziose, come ho letto da più parti.
Leland Gaunt era una figura arcana, mentre Perly Dunsmore è fin troppo umano.
Se proprio vogliamo trovare delle associazioni, ci dobbiamo rivolgere o all'episodio dei Simpsons della monorotaia, o a Midnight Mass, con cui quest'opera in quanto ad atmosfera cittadina ha molto in comune.

" Cosa sei disposto a perdere ? " diceva Jovanotti in una sua canzone, è anche il quesito che si pone Paola Barbato nella prefazione, ed è probabilmente la chiave di volta di questo romanzo.

L'opera è ambientata in una minuscola cittadina rurale del New Hampshire.
L'atmosfera è tipica di molti romanzi, ma anche di molti telefilm americani ambientati in piccole cittadine.
Cioè, contesti isolati, e possibilità di aggregazione solo per messe, dibattimenti, aste comunali o le spese nell'unico market della zona.
Improvvisamente in questa comunità, appare questo individuo, un banditore che con la scusa della solidarietà, si insinua lentamente nella comunità.
Lo fa con metodi subdoli e melliflui, chiedendo prima alla comunità oggetti in disuso nelle cantine e nelle soffitte, ma arrivando settimana dopo settimana a depredare le famiglie di ogni suo bene.
Lo fa con metodi molto squadristi e mafiosi, tanto che il substrato di questo libro, diventa credibile, pur nell'incredulità a prima vista dell'opera.
Pensiamoci bene, non è così che funziona il pizzo?
Ma non è soltanto il tratto distintivo della Mafia, Mano Nera, 'Ndrangheta, Yakuza, ecc.ecc.
Quanti politici, rivoluzionari, fomentatori di guerre civili, con la scusa di fare del bene o del migliorare le condizioni dei popoli, utilizzano metodi da squadrismo?
Ecco, Perly Dunsmore utilizza una psicologia e dei mezzi simili.
Non a caso, cosa fa con i primi soldi guadagnati dalle aste?
Assume vice-sceriffi a iosa.

La famiglia Moore, protagonista di quest'opera si vedrà privare ogni giovedì di un pezzo della propria vita, inizialmente roba poco impegnativa, ma via via si vedrà privata di ogni bene e sostentamento, con la minaccia finale di vedersi portare via anche la propria figlia infante.

Il Banditore è un gran bel libro che cresce lentamente, con il crescere della tensione e della frustrazione dei protagonisti.
Il finale forse è un po' anticlimatico, ma è un finale giusto.
Non posso dire di più, ma finisce come finiscono molti contesti simili.

E' un vero peccato che Joan Samson non abbia potuto pubblicare altro.
E' morta giovane ed era già ammalata quando ha scritto questo libro.
Chissà quante altre belle opere avrebbe potuto scrivere.
Di sicuro, per quel che mi riguarda, è stata una gran bella lettura, che consiglio senza riserve.


Alla prossima!






venerdì 10 dicembre 2021

Melmoth l'uomo errante - Charles Robert Maturin

Pubblicato nel 1820, Melmoth l'uomo errante può essere considerato una sorta di seguito apocrifo de Il Monaco di Lewis o quantunque un palese omaggio a quest'ultimo.

Il romanzo è ambientato anch'esso a Madrid ( per buona parte ), vi è la medesima struttura narrativa, e c'è persino una scena in corso d'opera in cui cita proprio il monastero teatro di molti dei capitoli del libro di Lewis.

Entrambi sono anche metafore di una feroce critica alla chiesa spagnola del periodo ed ai metodi dell'inquisizione.

In verità pur essendoci parecchi punti in comune ed una struttura similare fatta di interludi, Melmoth è molto più stratificato e di difficile lettura.

Lewis pur concentrandosi su molti personaggi, risultava a livello di lettura molto più coeso, mentre ad un certo punto il libro di Maturin sembra partire per la tangente e lasciare per strada la trama principale.

Parliamone dopo la sinossi:

Nell'autunno del 1816 il giovane John Melmoth lascia il Trinity College di Dublino per assolvere un compito ineludibile: assistere uno zio moribondo dal quale dipendono tutte le sue speranze di indipendenza economica. Nella decrepita casa in cui si reca, John viene accolto da un avvizzito vecchio in preda al delirio, che lo supplica di alleviare le sue pene portandogli del Madeira, conservato gelosamente in un ripostigli chiuso a chiave in cui nessuno mette piede da oltre sessant'anni. Nello sgabuzzino dalle finestre murate John scopre un dipinto datato 1646. L'opera cela qualcosa di oscuro e terribile, che traspare con evidenza dallo sguardo spaventevole dell'uomo ritratto. Dalle labbra dello zio morente, John apprende che quel volto appartiene a un lontano parente, un uomo che avrebbe dovuto essere morto, essendo vissuto oltre centocinquant'anni prima, e invece vive ancora. Un antenato che ha ventudo l'anima al diavolo in cambio dell'immortalità, e che da allora vaga per il mondo in cerca di qualcuno che accetti di prenderne il posto. È «Melmoth l'Errante», un discendente dell'Ebreo Errante, il ciabattino che, secondo una leggenda, vedendo passare Cristo sulla via del calvario, gli scagliò contro una ciabatta e venne condannato a vagare sulla terra fino alla fine dei tempi. Così ha inizio uno dei capolavori della letteratura gotica, un romanzo capace come pochi di suscitare raccapriccio nei lettori. L'autore, il reverendo Charles Robert Maturin, calvinista e prozio di Oscar Wilde, covava in sé l'oscura ambizione di «spingere il romanzo gotico al di là dei limiti più estremi, superando Erode in crudeltà e destando più scandalo e scalpore di chiunque l'avesse preceduto». Ma come ricorda Sarah Perry nell'introduzione e questo volume, «non basta infercire un racconto di ceri e manoscritti, o descrivere fanciulle che vagano in camicia da notte in oscuri sotterranei: per funzionare il racconto gotico esige che il lettore provi lo stesso brivido delizioso dei personaggi che incontra sulla pagina».

La prima parte di questo libro, almeno fino al primo interludio è molto lineare ed evocativa.

Ambientata in quel di Dublino facciamo la conoscenza dell'ultimo degli eredi dei Melmoth mentre torna a casa ad occuparsi del vecchio zio morente.

La richiesta in punto di morte dello zio al nipote è piuttosto strana, ovvero quella di bruciare un ritratto di uno degli avi della famiglia, ma sorpresa delle sorprese l'uomo del quadro si presenta al capezzale dello zio morente, praticamente piombando in stanza dal nulla e scomparendo subito dopo la morte del vecchio Melmoth.

Da qui in poi il giovane John Melmoth cercherà di saperne di più sulla figura di questo individuo che sembra vivere molto più dei comuni mortali e che sembra portare morte e sventura su chi osa incrociarne il cammino.

Come dicevo la prima parte è molto intrigante e suggestiva.

Assistiamo a numerose narrazioni sulle imprese di quella mefistofelica creatura che sembra avere così poco d'umano, e la trama sembra andare in linea retta, fino ad una notte tempestosa in cui una nave si arena e si infrange sotto al promontorio di casa Melmoth sotto lo sguardo sardonico dell'uomo errante nella più potente della apparizioni di questo personaggio che tanto ricorda quella del quadro de il viandante sul mare di nebbia ( che non a caso è stata usata come copertina del libro nell'edizione Neri Pozza ).

John soccorre un naufrago, e da qui parte un lunghissimo interludio che copre praticamente l'intero romanzo.

Ed è qui, che questo libro si complica.

L'interludio si rivela una sorta di matrioska con una storia nella storia.

Nella lunghissima prima parte si ritorna dalla parti de Il monaco di Lewis.

L'impostazione è quella classica e gotica che ormai ho imparato a conoscere.

Anche qui si parte con un uomo sofferente ed allettato che racconta la sua storia, e come sempre si tratta di un uomo appartenente ad una famiglia facoltosa ovvero quella dei Moncada di Madrid.

Quest'ultimo è il primogenito dei Moncada, ma essendo nato prima del matrimonio dei suoi genitori sarebbe per la gente e la chiesa considerato illegittimo e quindi a soli tredici anni viene convinto con l'inganno e con delle vere e proprie torture psicologiche ad intraprendere la vita monastica.

Le peripezie di questo personaggio ricordano moltissimo quelle di alcuni personaggi del romanzo di Lewis, e l'atmosfera si fa gotica, penitente e punitiva, perché ovviamente il giovane Moncada farà di tutto per sfuggire a quella vita, anche a costo di finire nelle mani dell'inquisizione.

Questo interludio è molto interessante, ma fin troppo lungo.

Ovviamente ci sono dei punti in comune con la trama principale, perché Moncada riceverà l'aiuto non solo del fratello, ma anche...dell'uomo errante.

Ma ogni qual volta che interviene quest'ultimo la sventura è dietro l'angolo.

La seconda parte dell'interludio è dedicata proprio all'uomo errante ed è la parte più strana e prolissa del romanzo, perché praticamente assistiamo ad una dannata storia d'amore tra lui e una giovane naufragata su un'isola, venerata quasi come una Dea e che conosce poco o nulla dell'animo umano.

Questa parte è veramente assurda, perché somiglia più ad una ballata ed ad una tragedia shakesperiana, in cui un'anima votata al male finisce con il provare sentimenti, ma allo stesso tempo non può rinnegare la sua natura demoniaca.

I due si ritroveranno successivamente in quel di Madrid, dove la giovane naufraga che nel frattempo è stata ritrovata dalla famiglia ( ovviamente facoltosa ) è pronta ad essere data in sposa nonostante quest'ultima sia innamorata dell'uomo errante.

Insomma questo romanzo è diviso in tre tronconi con il solo ed unico denominatore comune dell'uomo errante, ma risulta oltremodo sfilacciato, soprattutto perché lascia parecchio in sordina la trama principale che trova il suo snodo solo nei capitoli finali.

In pratica per tre quarti di romanzo troviamo John Melmoth ad assistere ad un racconto al capezzale di Moncada.

Diciamo che la prima parte lasciava presagire un romanzo diverso.

E' molto difficile per me dare un parere su questo romanzo, perché è pieno di avvenimenti sicuramente interessanti e coinvolgenti, ma anche di parti inutilmente lunghe e prolisse.

Le pagine dedicate alla strana ed inquietante storia d'amore tra Immalì/ Isidora e l'uomo errante sono assurde, piene di lungaggini, ma allo stesso tempo molto suggestive, però in un certo senso sono persino inutili nell'economia della storyline.

Sì, ci permettono di conoscere meglio la personalità e la natura dell'uomo errante, ma poco altro.

Insomma, Melmoth l'uomo errante è uno dei libri più strani e particolari che io abbia mai letto.

Non è un libro facile, e sono convinto che oggi gli editori lo avrebbero affettato con l'accetta.

Sicuramente Charles Robert Maturin ci dona uno dei personaggi cattivi più sfaccettati della narrativa gotica, ma non è un libro per tutti.

Io ci sono arrivato dopo aver letto Il Monaco, che avendo una struttura simile mi ha permesso di avere un cammino più agevole nella lettura sul peregrinare di quest'uomo che tanto ricorda il Caino biblico.


Alla prossima!




giovedì 25 novembre 2021

Billy Summers - Stephen King

L'ultima fatica di Stephen King è uscita a ridosso del mio compleanno, e quindi avevo la scusa per auto-assolvermi dal comportamento degno di un fan boy che compra l'opera del proprio autore preferito il giorno della sua uscita.

Ci ho messo un po' a leggerlo poiché Il Monaco si è rivelata una lettura piuttosto impegnativa, e quindi il mio post arriva un po' fuori tempo massimo.

Ormai nella bolla letteraria ne hanno parlato tutti, chi nei blog, chi nei siti di riferimento del settore, e sia sui social.

Basterebbe una sola frase per definire questo libro: Stephen King incontra Ed Bunker.

Parliamone dopo la sinossi:

Billy Summers è un sicario, il migliore sulla piazza, ma ha una sua etica: accetta l'incarico solo se il bersaglio è un uomo davvero spregevole. Ora ha deciso di uscire dal giro, ma prima deve portare a termine un'ultima missione. Veterano decorato della guerra in Iraq, Billy è tra i più abili cecchini al mondo: non ha mai sbagliato un colpo, non si è mai fatto beccare - una specie di Houdini quanto si tratta di svanire nel nulla a lavoro compiuto. Cosa potrebbe andare storto? Stavolta, praticamente tutto.


Non è la prima volta che Stephen King si cimenta in una storia che vira esclusivamente sul crime e sul pulp, basti pensare ad alcuni racconti pubblicati nelle sue raccolte o anche a libri come La metà oscura che in origine doveva essere un romanzo pulp ( non a caso tra un capitolo e l'altro del libro ci sono alcuni estratti del romanzo d'origine ).

King stesso più volte nei suoi saggi e nelle sue interviste cita spesso autori del genere come MacDonald, Westlake o Ellroy, e se vogliamo anche la trilogia di Mr. Mercedes almeno inizialmente è figlia dei romanzieri del genere.

Insomma, associare Stephen King alla narrativa crime, pulp, thriller o vattelapesca, non è una bestemmia.

Uno degli aspetti che più mi ha sorpreso, è che in questo libro non c'è nessuna deriva orrorifica e soprannaturale ( ok, c'è un cammeo dedicato a Shining, ma è poca roba ), come avveniva nell'ultimo libro della trilogia di Mr. Mercedes, chiusa con un modus operandi diverso ed inspiegabile rispetto ai due precedenti.

Chissà, magari con questo libro, King ha capito che non è obbligatorio che ci sia una commistione di generi, e che quindi può uscire dal suo seminato abituale.

Ed infatti la mia idea in tal senso è che la camminata oltre i confini dell'horror gli ha fatto bene, perché Billy Summers è un'opera più fresca ed interessante rispetto a molti dei suoi ultimi libri.

Sia chiaro, parliamo di un romanzo di genere, un'opera molto scorrevole ed action, ma che si rivela anche più profonda del previsto, anche grazie alla sapiente scrittura del personaggio principale, che personalmente ho trovato ben costruito.

E' tutto oro questo libro?

No, personalmente io l'ho trovato molto altalenante.

La parte action è piuttosto buona, secondo me.

Cioè è avvolgente e ben narrata, e spinge il lettore alla curiosità e trasmette la giusta suspence.

Non vedevo l'ora che Billy Summers portasse a termine il suo incarico e le relative conseguenze, che fin dall'inizio appaiono molto sfumate e pericolose anche per la sua stessa esistenza.

Ciò che non mi ha convinto sono le interazioni tra i personaggi, piuttosto veloci, con dei rapporti umani che si fidelizzano troppo in fretta in corso d'opera.

So che è un libro d'azione, e quindi non rappresentano lo snodo fondamentale, però non mi hanno convinto, devo dirlo.

Però per parlarne è necessario dare un minimo di contesto: Billy è un assassino di professione, ex marine, che per svolgere il suo ultimo incarico deve assumere una nuova identità e mischiarsi agli abitanti di una cittadina.

Ecco, diventa quasi subito il beniamino del quartiere.

Ok, si presenta come un aspirante scrittore, ma mi paiono esagerati tutti i salamelecchi dei vicini di casa.

Per carità, io non conosco molto le abitudini degli americani riguardo al buon vicinato, al massimo ne ho una parziale visione attraverso i telefilm o il cinema, ma a me, cotanta fiducia mi è sembrata implausibile.

Del tipo che i vicini lasciano tranquillamente che i loro figli piccoli giochino a monopoli nello scantinato di casa da soli con il nuovo arrivato o che se lo portino a spasso nelle loro gite.

No, non sono la Signora Lovejoy di turno, ma mi sembra una visione molto vecchio stampo quella di King, dubito che i genitori di oggi siano così bendisposti verso uno semi-sconosciuto, ma magari sbaglio io, chissà.

Insomma la parte iniziale di questo libro a me è sembrata parecchio romanzata.

E' così anche per quel che concerne la co-protagonista del libro, la cui conoscenza con il protagonista avviene in maniera turbolenta e frutto di una coincidenza che definire assurda è poco.

Insomma nel contesto narrativo le relazioni umane sono quelle che mi hanno convinto di meno.

Riguardo il resto, invece è un buon libro, ben più profondo di quel che appare.

Billy Summers è un personaggio ben strutturato.

Billy si finge uno scrittore, ma è anche quello che vorrebbe essere.

Si cimenta scrittore e trova gusto nel farlo.

Si rivela abile non solo nel tenere in mano un'arma, ma anche una penna.

King attraverso questo personaggio ci parla anche della struttura di una storia narrativa e lo fa con maestria.

L'autobiografia di Billy, in cui King utilizza come suo solito un font diverso, è decisamente la parte più bella di questo romanzo.

King è sempre abilissimo nei racconti di formazione, e tutta la storia relativa all'infanzia, all'arrivo in una casa famiglia, ed anche i capitoli dedicati all'arruolamento nell'esercito con relative missioni in Iraq, è parecchio incisiva.

Per certi versi, molto più della parte prettamente action del romanzo, che è fin troppo canonica, secondo me, e su cui c'è poco da segnalare, poiché il percorso narrativo è molto standardizzato.

Cioè è divertente, ben narrato, ma non meritevole di approfondimento, chi ha un minimo di infarinatura del genere, sa già cosa aspettarsi.

Qualche botto a sorpresa c'è, ma tutto sommato è molto lineare.

Menzione anche per il finale, che è piuttosto evocativo.

Insomma, non credo che King ruberà il mestiere ai maestri del genere, ma Billy Summers è certamente un libro scorrevole e divertente.

Insomma, un libro in cui i mostri sono tutti umani, ed in cui il tessuto della realtà è strappato, non da un fantasma o da un mostro con gli artigli, ma a colpi di pistola.


Alla prossima!



giovedì 11 novembre 2021

Il monaco - Matthew G.Lewis

Ho corteggiato questo libro per parecchio tempo, almeno dai tempi in cui ne venni a conoscenza durante la lettura del saggio Danse Macabre di Stephen King.

So che inizio spesso i miei post in questo modo, ma è la realtà dei fatti.

Molti dei romanzi che ho desiderato leggere, soprattutto in salsa gotica ed horror, provengono da quel libro.

Leggere i romanzi precursori del genere che prediligo di più è sempre stato uno dei miei obiettivi, e quindi è da tempo immemore che Il Monaco era in lista.

Avevo deciso di aspettare l'uscita dell'edizione RBA, ma poi girovagando tra le bancarelle librarie mi è capitato sottomano in un'edizione vecchia de I Mammut della Newton contenente alcuni dei libri gotici più famosi.

In quella raccolta c'erano alcuni romanzi che ho già letto, uno a cui non ero interessato, ma anche altri due che ho sempre desiderato leggere: Il Monaco e Melmoth l'errante, ma del secondo parleremo in un prossimo futuro, ancora non l'ho nemmeno letto.

Magari l'edizione non è il massimo della leggibilità per via della massa, ma anche del font parecchio fitto, ma al prezzo di 2 Euro è stato un affarone.

Andiamo di sinossi, pescata su Amazon, e fin troppo spoiler per i miei gusti:

Il romanzo, ambientato a Madrid, narra del monaco cappuccino Ambrosio, il quale, celebrato per la propria presunta santità, diviene il confessore più ricercato e colui alle cui prediche domenicali presenzia tutta la città. Ma il demonio è in agguato: sfruttando alcuni aspetti della sua personalità che egli non riconosce come proprie debolezze, lo condurrà nell'abisso della perdizione, avviluppato nel quale Ambrosio compirà una serie di azioni nefande che culmineranno nella vendita della propria anima. Il Monaco (A Monk: a romance), pubblicato per la prima volta nel 1796, è una gothic novel, il primo e più famoso lavoro dell'autore britannico M.G. Lewis. Il romanzo ebbe subito notevole successo, tuttavia non senza suscitare grande scandalo. L'opera infatti si pone nell'ambito della tradizione del romanzo gotico tedesco, e ne contiene tutti gli elementi di genere: castelli, abbazie, conventi, segrete, fantasmi, ma anche violenze, stupri, incesti, presenze demoniache. Nel 1798, allora, l'autore ne propose una versione censurata, priva di alcune delle situazioni più scabrose, ma ciò nonostante dai toni ancora molto forti, anche per lettori del XXI secolo.



Partiamo dal fatto che io ho letto questo libro senza conoscere nulla del suo contenuto e quindi me lo sono goduto molto di più.

E' stato bello scoprire la natura di un personaggio in corso d'opera, che appariva fin troppo surreale già dalle pagine iniziali, ma di cui anche facendone il nome sarebbe come spoilerare mezzo romanzo.

Ecco, trovo assurdo che già nella sinossi si parli della natura infernale di parte di questa storia, che per gran parte del romanzo non viene nemmeno accennata.

Capisco che parliamo di un romanzo del 1796, ma praticamente è come svelare gli snodi principali della trama, mah.

infatti mi giustifico fin dall'inizio dicendo che non sarà facile parlare di questo libro.

Prima di tutto parliamo di un romanzo del 1795/96 con tutto ciò che comporta in termini stilistici, ma anche contenutistici.

Contestualizzarlo è importantissimo, e bisogna entrare nel modo di vivere e porsi di quel periodo, quindi accettare una certa pomposità di fondo, e dei personaggi che si comportano in maniera un po' enfatica e teatrale.

Soprattutto per quel che concerne i rapporti sentimentali.

Questo romanzo all'epoca della sua uscita fu un autentico caso poiché è un romanzo dalla forte componente erotica.

Una componente erotica piuttosto malsana in realtà.

E' un libro di tentazioni, che sfociano in maniera sordida e lussuriosa, di cui cade vittima Ambrosio, il monaco protagonista di questa storia.

In realtà Ambrosio non è l'unico protagonista, le sue vicende si intrecciano con quelle di alcuni personaggi, e sono parecchi gli interludi in cui il monaco è fuori fuoco.

Prima di tutto parliamo di lui.

Ambrosio è un personaggio assurdo.

Un personaggio che cede alla lussuria e che si comporta peggio di un quindicenne ai primi approcci.

Rinuncia al voto di castità per una donna, ma si stanca di lei dopo una settimana, si invaghisce di un'altra, e per averla è disposto anche ad uccidere ed a stuprarla.

Minchia, che persona retta, vero?. :-P

Il monaco è un libro davvero ricco di eventi.

Superata una certa ampollosità iniziale, si viene catapultati in un romanzo che è anche abbastanza action per l'epoca.

Infatti le vicende di Ambrosio si mischiano a quelle di altri personaggi, tra cui Antonia, la giovane donna concupita sia da Ambrosio che dall'altro protagonista della storia ovvero Lorenzo, per poi passare ad Agnes sorella di Lorenzo e novizia suora che però ha una relazione con un marchese amico di Lorenzo, Raymond.

Gran parte degli avvenimenti avvengono in un monastero ed un convento di suore collegati tra loro attraverso una cripta in quel di Madrid.

Il romanzo ha anche una forte componente non solo gotica, ma anche religiosa, quella più bigotta ed intransigente, ma anche parecchio ipocrita.

Lewis ci infila veramente di tutto, fughe, omicidi, tradimenti, cripte terrificanti con tanto di passaggi segreti, riti magici, briganti, fantasmi, e persino l'ebreo errante e l'inquisizione.

Devo ammetterlo, è un libro che a tratti mi ha preso davvero tanto.

Certo, forse c'è fin troppa carne al fuoco, e bisogna passare sopra ad un po' di scene che come dicevo all'inizio sono molto teatrali e sopra le righe, ovvero quelle classiche scene di donne svenevoli e piuttosto ingenue, scene di pianti al capezzale o uomini che si contorcono nel letto per settimane e mesi per il dolore, o riti di corteggiamento un po' desueti che oggi fanno un po' sorridere, e che Lewis utilizza benissimo ai fini della trama.

Il monaco è un gran bel libro.

Anche se tratta di argomenti non proprio idilliaci, riesce ad essere piuttosto conturbante, e quest'ultimo è un aggettivo che non ho usato a caso.

Non è un romanzo per tutti, lasciatemelo dire.

Capisco perché all'epoca della sua uscita fu giudicato così scabroso.

Il finale è veramente terrificante e sorprendente, cioè lo sarebbe se non leggeste la sinossi. XD

Cioè, sorprendente forse no, però spiega almeno un po' il comportamento assurdo di un personaggio in particolare, che fino a quel momento è molto difficile trovare credibile.

Sono veramente contento di aver colmato l'ennesima lacuna, e spero che anche Melmoth mi risulti interessante quanto Il monaco di Lewis.

Prima però mi dedicherò all'ultimo libro di Stephen King, che per una volta sono riuscito a comprare proprio il giorno della sua uscita.


Alla prossima!




sabato 6 novembre 2021

Fluke l'uomocane - James Herbert

Chi mi conosce da tempo credo sappia che James Herbert è uno dei miei scrittori preferiti.

Per fortuna gran parte delle sue opere sono state pubblicate in edizione Urania e quindi sono facilmente rintracciabili in qualsiasi mercatino dell'usato.

Tutte tranne una : I topi.

I topi è l'unico romanzo che è stato pubblicato sotto un'altra etichetta ed ad oggi è praticamente introvabile nel circuito delle bancarelle.

In verità il romanzo è facilmente raggiungibile su Ebay, ma veleggia su prezzi proibitivi.

Proprio mentre scrivevo questo post c'erano due inserzioni in cui il romanzo veniva venduto sui 50/60 Euro.

Noccioline, direi, se fossero d'oro. :-P

Messomi il cuore in pace per l'unico libro che difficilmente potrò leggere di questo autore, ho recuperato con il tempo l'unico altro suo lavoro che mancava alla mia collezione, Fluke l'uomocane.


Fluke l'ho incrociato parecchie volte nei mercatini, ma ogni volta decidevo di non prenderlo.

E' l'unico romanzo di Herbert la cui sinossi non mi convinceva.

L'ultima volta che sono stato al mercatino delle pulci mi sono fatto vincere dalla curiosità e con il senno di poi posso dire di aver fatto bene.

Fluke mi è piaciuto molto.


Partiamo da una premessa, che è anche uno dei motivi per cui non ero convinto di questo libro.

Io non sono un grande amante degli animali.

Non ne ho mai avuti in casa, ed a tutti gli effetti, cani e gatti mi sono abbastanza indifferenti.

Cioè non li odio, ma non riesco ad avere quell'empatia che contraddistingue tutti coloro che amano gli animali.

Al massimo a casa, da piccolo, ho avuto una tartaruga di terra, quando era ancora legale possederne una.

Detto ciò, leggere una sinossi di un romanzo in cui il protagonista è un cane che pensa come un uomo, non mi sollucherava moltissimo.

Però Herbert ci ha messo poco per farmi apprezzare questo romanzo.

Si può dire che Fluke è un libro molto diverso da tutti gli altri scritti finora da Herbert.

A volte sembra quasi sfondare la quarta parete, e la trama per gran parte del narrato è più tragicomica che fantastica.

In effetti è uno di quei romanzi che sfugge ad una precisa catalogazione.

A tratti è simpatico e divertentissimo, ma via via che si procede con la trama, la storia prende una piega sempre più cupa ed inaspettata.

Fino alle pagine finali che sono abbastanza sorprendenti.

Una in particolare mi ha ricordato tantissimo uno dei paragrafi più famosi de il racconto Il gatto nero di E.A.Poe.

Il romanzo è piuttosto semplice, in realtà.

Persino le risposte sulla natura di Fluke, sul perché sia in grado di pensare come un uomo, sono tra le prime che vi verranno in mente, non a caso è molto difficile associare questo scritto alla fantascienza più classica.

Però è scritto davvero bene ed è scorrevolissimo.

E' molto piacevole leggere le gesta di Fluke fin da quando è cucciolo.

In più è parecchio suggestivo il fatto che ragioni come un uomo, ma è costretto a seguire il suo istinto canino.

Durante l'elaborazione di questo post ho scoperto che ne è stato tratto anche un film, persino abbastanza recente visto che uscì nel 1995.

Mi ha sorpreso che il film praticamente fin dalla sinossi spoilera quella che è la natura di Fluke, cosa che nel romanzo diventa evidente solo in corso d'opera.

Ed è proprio quella struttura narrativa a rendere il libro ancora più interessante poiché le risposte arriveranno poco a poco, e nel mentre seguiremo soltanto la sua evoluzione canina.

A chi volesse leggere questo libro, consiglierei di non avvicinarsi manco per sbaglio alla trama del film.

Per carità, come dicevo all'inizio i misteri di questo libro sono piuttosto basici, ma è comunque bello seguire l'evoluzione dell'opera.

Herbert ha scritto un romanzo che è leggibile da tutti, anche dai più piccoli, almeno per quel che concerne i primi capitoli.

In più la natura tragicomica del romanzo non fa solo divertire, ma anche riflettere, soprattutto sul randagismo e sui suoi effetti, ma anche sulla natura dell'uomo al cospetto di un animale che considera inferiore.

Insomma questo libro potrebbe sembrare un'opera minore di James Herbert, ed io stesso l'ho sottovalutato, ma invece è un buon libro, che paradossalmente lascia qualcosa in più in termini emotivi, di altri suoi libri più ( giustamente ) celebrati.

Fluke merita.


Alla prossima!





martedì 26 ottobre 2021

I miei libri preferiti: Ti prendo e ti porto via / Io non ho paura - Niccolò Ammaniti

 " Preparati, perché quando passo da Bologna ti prendo e ti porto via. "


E' già capitato che in questo spazio io parlassi di Niccolò Ammaniti.

Si può tranquillamente dire che è stato il primo autore italiano che ho letto ed approcciato fino in fondo, e per tanto tempo, l'unica eccezione alla mia esterofilia.

Ti prendo e ti porto via addirittura lo lessi prima che in me attecchisse la passione per la letteratura.

E' una di quelle letture da edicola che facevo all'epoca.

Uno di quei rari casi in cui insieme ad un manga ed ad un fumetto Marvel tornavo a casa con un libro.

Beh, non era raro all'epoca incappare in edizioni da edicola molto valide ed anche convenienti da un punto di vista economico.

E' così che i primi libri di Stephen King sono entrati nella mia libreria, ed è stato così anche per Niccolò Ammaniti.

Ammaniti con me ha sempre giocato facile.

Io amo le storie di formazione, sono nato per leggerle, e lui ci ha sguazzato in questo genere per buona parte della sua bibliografia.

Possiamo dire che in un certo senso ha creato una vera e propria tetralogia, poiché Ti prendo e ti porto via, Io non ho paura, Come Dio comanda ed Io e te, partono tutti con premesse simili.

Addirittura ci potremmo anche infilare Anna, anche se è più un libro distopico e meno un racconto di formazione provinciale.

Ecco, la provincia è spesso protagonista delle sue storie.

Storie di agglomerati urbani, di gente coatta e spesso sopra le righe.

Ed in cui i ragazzini sono le principali vittime di contesti in cui sono costretti a crescere in fretta.

Nei romanzi di Ammaniti grottesco e storie di formazione diventano una miscela esplosiva.


Ti prendo e ti porto via è stato pubblicato intorno al nuovo millennio, ma appare ugualmente molto invecchiato, o meglio, oggi andrebbe contestualizzato parecchio.

Andrebbe contestualizzato per il modo di parlare dei personaggi, ma anche perché presenta alcuni personaggi oggi un po' desueti.

Da Erica Trettel che sogna di fare la velina e di andare in televisione ed ad essere disposta a tutto pur di  sfondare, a Graziano Biglia, una sorta di vitellone gitano, che oggi apparirebbe un po' patetico e manicheo.

Quello che mi piace di questo romanzo è che appare molto spontaneo e senza filtri.

Forse perché è il suo primo libro, ma appare meno costruito degli altri.

Ti prendo e ti porto via è una bomba.

Un romanzo di formazione che a prima vista sembra virare tra la commedia e il grottesco, ma che via via si trasforma in altro.

Una storia di vittime che diventano carnefici e di promesse non mantenute.

Ma sono soprattutto gli interludi a colpire.

Che sia il capitolo dedicato al bidello che durante la scappatella extraconiugale si porta a cena una prostituta di colore, a quello in cui due poliziotti incazzati fermano ad un posto di blocco una coppia di ragazzi fatti di cannabis.

Beh, ammetto che a volte l'autorità a me fa più paura di un horror.

C'è un po' di tutto in Ti prendo e ti porto via, e lo viviamo quasi tutto attraverso il piccolo protagonista Pietro Moroni.

C'è il bullismo, la violenza casalinga, i giri in bicicletta, l'amicizia ed i primi amori, la scuola e le promesse infrante.

A fare da contraltare al protagonista troviamo la professoressa Flora Palmieri, una zitella che si ritrova invischiata in una travagliata storia d'amore proprio con il tombeur de femme Graziano Biglia.

Ti prendo e ti porto via è un romanzo che consiglio senza riserve.

Non è un libro perfetto.

A volte i capitoli sembrano un po' sconnessi tra loro, ed ho spesso avuto la sensazione di un certo ermetismo di fondo per quel che concerne alcuni personaggi.

Però è un libro tremendamente spontaneo e travolgente.

Personalmente è l'opera che mi è più affine di Niccolò Ammaniti.

La lettera finale vale da sola l'intero romanzo.


E veniamo ad Io non ho paura, il romanzo che valse a Niccolò Ammaniti il premio strega, e che divenne un film diretto da Salvatores.

Romanzo volutamente più drammatico, ed anche più maturo e costruito.

Io non ho paura è cesellato e strutturato alla perfezione.

La trama è molto più solida di Ti prendo e ti porto via, ed oggettivamente come idea di base è potentissima.

Anche qui protagonista è un ragazzino di provincia, ma qui l'ambientazione è molto più rurale.

Ci troviamo in un paese indefinito del Sud Italia, ed è praticamente una storia d'amicizia tra un bambino e un altro bambino vittima di un sequestro.

A tenere in ostaggio questo bambino è...l'intero paese.

Storia che sembra surreale, ma meno di quanto si pensi.

Da un punto di vista stilistico è un romanzo splendido e vivo, quasi narrato per sottrazione.

In alcuni frangenti più che in un romanzo di formazione, si vira proprio nell'horror puro.

Cos'è che mi piace tanto di questi romanzi?

E' che pur essendo due romanzi che sembrano uscire da un immaginario pop e cinematografico anni '80, riescono a brillare di vita propria ed a rappresentare in tutto e per tutto la provincia italiana.

Segno che anche in Italia possano essere pubblicati romanzi di genere all'altezza della narrativa di Stephen King, Ray Bradbury o Dan Simmons.


Alla prossima!







martedì 5 ottobre 2021

Dune - Frank Herbert

 " Non devo aver paura. La paura uccide la mente.

La paura è la piccola morte che porta con sé l'annullamento totale.

Guarderò in faccia la mia paura. 

Permetterò che mi calpesti ed attraversi.

E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso.

Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla.

Soltanto io ci sarò. "


Il mio primo incontro con uno dei libri della saga di Dune avvenne circa una decina di anni fa nella solita rivendita polverosa e confusionaria di libri usati in cui bazzicavo a quel tempo.

L'ignoranza verso quest'opera era tale che in effetti non sapevo che fosse una saga e che quindi stavo per portare alla cassa un libro che poteva non essere il primo volume.

Quel libro quel giorno non lo comprai, poiché per entrambi i libri che avevo preso, il rivenditore mi sparò un prezzo sui 15 Euro e decisi quindi di lasciare Dune e di prendere solo l'altro.

Di ponti ne sono passati da allora, e quella rivendita manco esiste più.

Però questa saga mi è rimasta in mente per anni e speravo di incrociarla nelle bancarelle, ma non è mai accaduto.

Poi ho visto il trailer del film e mi sono innamorato dell'ambientazione, tanto da decidere di recuperare l'opera in qualche modo.


L'ho cercata su Ebay, ma sono scappato via subito visto che i vecchi libri dell'edizione Cosmo oro vengono venduti ad un prezzo abbastanza alto, però con il senno di poi e dopo aver comprato il primo libro in libreria, mi sono reso conto che se un lettore è interessato all'intera saga fa prima a prenderla su Ebay poiché comunque risparmia.

I prezzi dell'edizione Fanucci sono folli.

Solo per i primi due volumi si arriva a spendere 35 Euro e si superano tranquillamente le 100 Euro per tutti e sei insieme.

Dopo aver letto il primo volume però non sono convintissimo che anche disponendo di quella cifra, avrei proseguito nella lettura dei successivi.

La saga va in una direzione che va contro i miei gusti di lettore.

Andiamo un attimo di sinossi, e poi ne parliamo meglio:

Arrakis è il pianeta più inospitale della galassia. Una landa di sabbia e rocce popolata da mostri striscianti e sferzata da tempeste devastanti. Ma sulla sua superficie cresce il melange, la sostanza che dà agli uomini la facoltà di aprire i propri orizzonti mentali, conoscere il futuro, acquisire le capacità per manovrare le immense astronavi che garantiscono gli scambi tra i mondi e la sopravvivenza stessa dell'Impero. Sul saggio Duca Leto, della famiglia Atreides, ricade la scelta dell'Imperatore per la successione ai crudeli Harkonnen al governo dell'ambito pianeta. È la fine dei fragili equilibri di potere su cui si reggeva l'ordine dell'Impero, l'inizio di uno scontro cosmico tra forze straordinarie, popoli magici e misteriosi, intelligenze sconosciute e insondabili.


Oddio, forse non dovevo dirlo visto quanti fan ci sono di quest'opera.

Un'opera che in questo primo volume ho trovato suggestiva, affascinante e chi più ne ha più ne metta di aggettivi.

Non sono qui a farne una recensione anche perché oggettivamente ce ne sono già a milioni sparse sull'etere, però volevo fare sapere al mondo che anch'io trovo quest'opera bellissima.

Il romanzo è strutturato in modo pazzesco.

E' vero, la trama portante è basica, poiché in fondo in fondo è la solita storia del percorso dell'eroe, e Paul Atreides è una figura predestinata e messianica.

Il merito di Frank Herbert è stato non solo quello di creare una geografia narrativa interessantissima, ma anche di aver creato un pantheon di personaggi veramente vividi e tridimensionali.

La struttura a POV che tanto ricorda quella di Martin funziona alla perfezione ed è cesellata come un mosaico, in un percorso delineato alla perfezione.

In più è incredibilmente attuale per un romanzo che è stato scritto nel 1965, tanto che potrebbe essere stato scritto...domani, tanto per ripetere quello che ho scritto altrove.

Ho adorato il pianeta Arrakeen e la città desertica di Arrakis, mi sono innamorato dei Fremen e sono rimasto estasiato dinnanzi alla maestosità dei vermi delle sabbie.

In verità tutti gli usi e costumi in uso su quel pianeta sono fenomenali.

Sapiente anche l'uso che fa Herbert delle religioni, mischiando un po' di Bibbia ed Islam, ed anche elementi della nostra storia ( o comunque di quel tempo in cui il romanzo venne scritto ) tanto da poter considerare Arrakis come una sorta di Afghanistan fantascientifico ( funzione della donna a parte ).

Ma anche queste sono argomentazioni trite e ritrite per quel che concerne questa saga.

Di Dune e dei suoi simbolismi penso ne abbia parlato anche il tabaccaio sotto casa.

Incredibile il numero di opere che mi sono venute in mente durante la lettura, che hanno attinto da quest'opera.

Primo tra tutti Star Wars, ma questa l'avrete già letta centinaia di altre volte.

Ora probabilmente shockerò tutti i fan di questa saga, ma il mio personaggio preferito di questo primo volume è stato probabilmente il Barone Vladimir Harkonnen.

Un villain con i fiocchi: viscido, machiavellico, e la cui imponenza fisica dovuta alla sua obesità, atterrisce.

Appare in pochi capitoli, ma quei pochi sono indimenticabili.

E quindi, perché all'inizio ho scritto che probabilmente non continuerò nella lettura di questa saga?

Ci sono più motivi in verità.

Il primo è una questione di miei gusti personali per quel che concerne l'epica narrativa, ed una volta che il percorso dell'eroe viene concluso ho meno voglia di leggerne la prosecuzione.

Paul diventa onnisciente e troppo potente.

In più ho trovato il romanzo troppo accelerato sul finale.

Mi spiego: il romanzo supera abbondantemente le 600 pagine. Intorno alla pagina 400 il romanzo andava talmente lento ed in maniera così strutturata, che pensavo fosse impensabile che tutti i nodi potessero venire al pettine in così poco tempo, però Herbert ad un certo punto usa l'espediente del time skip portando l'opera in avanti di un paio d'anni.

Ecco, se da un punto di vista narrativo ci può stare, io l'ho trovato un po' in disarmonia con lo stile precedente, tanto che da lì in avanti gli eventi si susseguono ad un ritmo ben più accelerato.

Sia chiaro, dal punto di vista narrativo anche queste pagine sono bellissime ed avvincenti, ma per i miei gusti tradiscono un po' lo spirito delle pagine precedenti.

In più mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca il finale del libro.

Mi aspettavo un epilogo ed invece il libro si conclude come un fine capitolo.

All'inizio pensavo che la trama del prossimo fosse diretta conseguenza di questa e che quindi fosse un modo per stimolare la lettura del romanzo successivo della saga, ma leggendo la sinossi del secondo libro si scopre che la storia è ambientata molti anni dopo.

Ho anche altri dubbi narrativi su quel che concerne alcuni elementi solamente accennati e non narrati fino in fondo tipo la Gilda o anche L'imperatore e le altre casate, ma questi sono elementi che potrebbero essere sviluppati nei romanzi successivi quindi potrebbero essere dubbi facilmente dissolti.

Prima o poi penso che comunque almeno Messia di Dune lo leggerò, è anche più corto e meno costoso degli altri.

Mi piacerebbe sapere l'opinione di qualche lettore della saga, merita la prosecuzione?

Girando in rete, poiché ho cercato di informarmi il più possibile su questa saga, sembra che i volumi successivi non siano all'altezza del primo.

Comunque al di là di tutto, che dire: Dune è un'opera maestosa che merita tutti i premi ed il successo che ha avuto, e credo che vedrò anche il film.

Sono contentissimo di aver colmato un'altra delle mie lacune letterarie.

Qui piove, e forse non è l'ideale per parlare di Dune, visto che lì l'acqua scarseggia.

Quindi mi eclisso ed...

Alla prossima!