giovedì 21 maggio 2020

Libri...d'arredamento

Complice la quarantena e l'esplosione dei collegamenti streaming, delle videochiamate su Zoom e le dirette Instagram di influencer o di qualsiasi altro povero o ricco Cristo, è salito alla ribalta un aspetto che prima veniva sviscerato solo su youtube, ma che non era ancora mainstream, ovvero il feticcio della libreria come sfondo alle spalle dell'utente di turno.

Sono usciti articoli su articoli su come massimizzare un collegamento streaming con tanto di sfondo studiato, sul fatto di scegliere il punto migliore della casa ( che spesso è lo studio o una libreria in modo da passare comunque per acculturato ) ed i libri in questo contesto assurgono al rango di protagonisti, poiché come dicevo tra parentesi offrono una scenografia perfetta.

Scavando a fondo si scopre una molteplicità di usi e consuetudini di arredamento che hanno molto poco a che fare con la cultura.

C'è chi compra libri solo perché i colori sono affini all'arredamento o solo perché devono riempire una libreria.
C'è chi si porta da casa dei genitori intere enciclopedie per farlo.
Chi compra dalle rivendite dell'usato per lo stesso motivo.
Ovviamente ci sono anche i lettori, che amano un po' mostrare e vantarsi dei loro tomi su dirette o video su youtube, con commenti spesso lapidari su un'opera che hanno letto e conservato, giustificati nel giudizio dal minutaggio ridotto, ma non accorgendosi che possono veicolare un messaggio sbagliato su quell'opera.
Come sempre il confine tra esibizionismo e cultura è molto labile.
Perché spesso il libro viene spogliato dal suo essere e trattato come un oggetto da mostrare e di cui vantarsi.

Come ben sa chi mi conosce o mi legge, io non sono così.
Per me un libro anche sporco o con un copertina vissuta ha lo stesso valore dell'opera di pregio con copertina superlusso, e me ne frego se non "dona" nella mia libreria.
Ho pochi Adelphi e Oscar draghi?
E chi se ne frega.
Conta la storia non l'edizione.

Non ho e non avrò mai il feticcio di dovermi vantare di ciò che leggo con gli altri, di dovermi vergognare dei miei Urania o tascabili Newton, o di vecchie edizioni impolverate di libri che compro ad 1 Euro al mercatino dell'usato.

Mi fa paura di essere giudicato soltanto dallo sfondo alle mie spalle durante una videochiamata, perché so che succede, e non voglio giudicare un politico o chiunque altro dallo sfondo della sua libreria o dal fatto che non ne abbia una.

Ed invece ci viene consigliato di fingere, che è necessario avere come sfondo una libreria piena e colorata, perché averne una ci mostra migliori agli occhi degli altri.

I libri sono libri anche quando vengono impilati uno sopra l'altro come una torre di Pisa o come una torre...nera, perché alla fine la maggior parte di quelli che ho, va a parare nell'occulto.

Alla prossima!





lunedì 11 maggio 2020

Scrittori italiani che guariscono temporaneamente la mia esterofilia: Cesare Pavese

" Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi. "

Sono bastati due titoli molto evocativi, due sinossi che lo erano altrettanto, e il passo iniziale della poesia citata in alto a spingermi a leggere le opere di Cesare Pavese.
Quel che ho trovato è uno scrittore molto lirico, pacato, e le cui storie estive e torride di paese, mi hanno ricordato due degli autori di questo genere che amo di più, Ray Bradbury e Kent Haruf.
La differenza è che Pavese ha una visione della storia molto più adulta e simbolica, mentre i due sopracitati puntano più sul sentimentalismo e l'empatia.
Non che queste non ci siano in Pavese, ma sono meno dirette.
Soprattutto ne Il diavolo sulle colline.

Entrambe le storie sono ambientate nella valle del Belbo, ma attraverso degli occhi diversi.
Ne Il diavolo sulle colline da tre giovani studenti universitari e ne La luna e i falò attraverso il ritorno e i ricordi di un uomo andato via e ritornato al paese.




Il diavolo sulle colline fa parte di quella che è considerata la cosiddetta trilogia della bella estate.
Opera che tra l'altro gli valse anche il premio Strega.
Non so se e quando leggerò gli altri due volumi, non escludo di farlo, ma non lo farei adesso, sono onesto.

Su Instagram mi espressi così:

Un racconto molto poetico, pacato e poco immediato ma che racchiude molti simbolismi e mette in contrasto la vita ed i ritmi più lenti della vita di campagna, con quelli più sfrenati e spregiudicati della borghesia.
Queste due anime si congiungono con risultati imprevisti dopo quella che è un'apparizione notturna ed improvvisa di un ragazzo di città nella vita di tre studenti d'università di campagna.
Scrittura splendida, ma che a volte sembra incompiuta.
Mi ha lasciato sensazioni contrastanti, ma sono propenso ad amarlo.
Anche perché è uno di quei libri che ti stimola riflessioni successive, e quando accade è sempre un bene.
Pavese mi piace, e sono già pronto per La Luna e i falò.

Ma chi è il diavolo sulle colline?
Il diavolo è un uomo.
E' Poli.
Porta con sé il peccato, la violenza, un nuovo punto di vista, porta la borghesia nella normalità e nello scorrere quotidiano e rurale degli eventi nella vita di tre universitari che si fanno delle domande e a cui forse quella vita comincia a stare stretta.
E' lo scontro/incontro di due punti di vista e di modi di vivere diversi.
E' molto simbolico e potentissimo il suo arrivo.
L'apparizione improvvisa di un auto che si ferma al buio e di un uomo al volante che sembra morto, come precipitato in quella valle.
L'arrivo di qualcosa di alieno.
Un'apparizione che sconvolgerà le loro esistenze.
Un libro molto, molto bello.
Non immediato, ma che attraverso i suoi dialoghi e i suoi simbolismi, lascia parecchio.
Possiamo definirlo tranquillamente un romanzo di formazione.
Poli porta il lusso, la tentazione e la decadenza, in un certo senso porta l' America di Fitzgerald tra le campagne.
Ed il fascino che la moglie di Poli emanerà in tutti e tre i protagonisti, ne è un esempio lampante.
Quello che ho apprezzato di più è che il protagonista funge proprio da Io narrante.
Un protagonista di cui il lettore non saprà il nome, perché quel personaggio è lo scrittore stesso.





" Che cos'è questa valle per una famiglia che venga dal mare, e che non sappia nulla della luna e dei falò? "


Altrettanto lirico, ma ben più diretto è La luna e i falò.
Qui si entra dritto nella valle delle rimembranze.
Il luogo è sempre la valle del Belbo, subito dopo la seconda guerra mondiale, che non pochi strascichi ( e cadaveri ) ha lasciato anche nella rurale e classica vita di paese.
Ma che non ne ha cambiato le abitudini.
E' la storia di un uomo che torna a casa.
Torna dove è cresciuto, in un racconto scandito dal ritmo brado, rude e torrido della vita di paese, e quello più travolgente dei ricordi.
I più forti e simbolici dei quali, sono quelli inerenti la vita ed il destino di tre giovani ragazze a cui quel paese stava stretto e che si sono bruciate in fretta, come legna da ardere.

La Luna e i falò ha dei punti in comune con Il diavolo sulle colline, ma verte più sulla consapevolezza, sulla maturità di un uomo che ha già vissuto.
" Su bastardo, torna a casa. ", disse una volta qualcuno.
E Anguilla ritorna.
Non trova la sua casa di un tempo, dove da orfano fu accolto, ma ritrova il suo paese e la sua rudezza, trova i suoi ricordi, e un ragazzino zoppo che gli ricorda se stesso.

Anche qui narrazione e dialoghi strepitosi, per una storia che non arriva subito.
Pavese non è uno scrittore facile e immediato, ma è dannatamente bello da leggere.
Questi due libri sono pieni di frasi da sottolineare ed amare, ma non di immediata comprensione come un Kent Haruf o di  Ray Bradbury quando parlano delle stagioni nella vita di provincia.
Haruf e Bradbury ti lasciano con una sorta di nostalgia sognante.
Pavese ti confonde e ti costringe a fare i conti con le tue riflessioni.
E spesso quella nostalgia più che sognante, sa di dura realtà.
Va coltivata.
E colta.


Alla prossima!







venerdì 1 maggio 2020

In quarantena con Francis Scott Fitzgerald

" Ma alle tre del mattino, un pacchetto dimenticato assume la stessa importanza tragica d'una condanna a morte, e la cura non ha effetto, e in una reale notte in fondo all'anima sono sempre le tre del mattino, giorno dopo giorno."

Ho desiderato per tanto tempo di imbattermi in Fitzgerald solo per questa frase, trovata come aforisma in non so quale libro, in pagina bianca, prima di un capitolo iniziale.
Però tempo e desiderio non sempre coincidono.
E non sempre coincidono con la mia volubilità letteraria, che è molto incostante.
La verità è che quando mi sono imbattuto nel Mammut con gran parte delle opere di Francis, ho avuto paura. Ho avuto paura della mole del libro e del fatto che avevo già una nutrita pila di libri da iniziare e portare a termine.
Ho rimandato e rimandato per settimane che poi sono diventate mesi, e solo adesso, complice la penuria di libri e la quarantena, ho trovato il coraggio di affrontarlo.
E com'è andata?

E' andata che Fitzgerald è un grandissimo, ma che non è propriamente nelle mie corde, ed adesso bestemmio, a parte Il Grande Gatsby ed alcuni racconti della raccolta dell' Età Del Jazz, mi sono spesso impantanato, tanto da dovermi dedicare ad altre opere, perché la lettura mi era risultata pesante e prolissa.

C'è del bello nelle atmosfere delle storie di Fitzgerald.
L'atmosfera dell'America del primo novecento, i cambiamenti in corso d'opera della pre o post grande guerra, le feste sfrenate e l'alcool, il proibizionismo e la ricerca smodata della ricchezza e degli agi.
E soprattutto le donne dei suoi romanzi: tutte bellissime, tutte ricche non solo di fascino, ma anche di potere, soprattutto seduttivo.
Quelle donne che sono le vere protagoniste dei suoi romanzi.
Spesso quasi irraggiungibili e smaniose, e che alla fine della giostra, cadono sempre in piedi rispetto alla controparte maschile tutta uguale in ogni racconto e romanzo, uomini spesso in odore di decadenza e nichilismo da trasudare l'ineluttabilità.

Ecco ciò che non ho molto apprezzato nelle sue storie, tutti gli uomini sono uguali, è come se in un certo modo, Francis abbia messo molto di se stesso nelle sue opere.
Tutti gli uomini delle sue storie sono mossi dallo stesso senso di arrivismo, inadatti alla vita ed al lavoro, se non nella ricerca di una eredità o di un amore troppo spesso fragile ed idealizzato.
E se in Al di qua del paradiso tutto questo è appena abbozzato poiché è un racconto di formazione giovanile che trasuda intraprendenza, rabbia  e inesperienza ed anche un po' di arroganza tipica di un personaggio di quell'età, già traspare moltissimo nel suo secondo romanzo, Belli e Dannati.
Una storia d'amore forte e distruttiva.

Ovviamente ogni personaggio va contestualizzato a quel periodo, ma l'uomo di Fitzgerald è fragile e debole, difficilmente amabile.
Ed ho idea che i primi due romanzi siano quasi di preparazione per quel che sarà il suo grande capolavoro, Il Grande Gatsby.

Persino lui, il grande e famigerato Gatsby, è mosso da un desiderio naturale, quanto banale, come l'amore idealizzato.
Il Grande Gatsby rispetto a Tenera La Notte, Belli e dannati e Al di qua del Paradiso, ha però una struttura narrativa molto più avvincente e coesa, che comunque me lo ha fatto apprezzare di più.
E' un gran romanzo, anche se purtroppo avendo visto il film di Luhrmann poco tempo fa, mi ero già spoilerato gli eventi principali.
Avrei voluto arrivarci vergine alle pagine finali, dove probabilmente mi avrebbe ferito di più.
Resta però un romanzo che mi piacerebbe ritrovare in formato cartaceo e che vorrei inserire nella mia libreria.
Delle altre storie mi restano tante belle frasi, tanti bei dialoghi, e le splendide descrizioni dell'America e di altri luoghi di quel periodo storico, il che non è poco, ma non mi hanno lasciato moltissimo.

Bellissimi invece I Racconti dell'età del jazz, che forse proprio perché più brevi, arrivano subito al punto risultando oltremodo gustosi.
E' probabilmente l'opera che ho trovato più di mio gradimento del libro.

Di tenera è la notte posso dire poco, credo che ci sia molto d'autobiografico nella storia, visto che la moglie del protagonista è gravata da uno squilibrio mentale, molto simile a quello della moglie dello scrittore.
Anche qui protagonista è l'amore forte, ma incostante, e con una controparte maschile che lo è altrettanto, come in ogni opera di Fitzgerald, dopotutto.
Non credo che Francis avesse una grande opinione del genere maschile, visto le vicissitudini tendenti all'oblio dei suoi personaggi.

Passare comunque la quarantena con Francis è stato bello, e di questo lo ringrazio.
E' stato impegnativo, spesso al limite dell'arrendevolezza, ma riconosco che è un limite mio.
Sono anche giustificato dal fatto che sono state 1300 pagine di storie.
Io non sono all'altezza della sua narrativa alta e pomposa, ma in qualche modo, ho indossato l'abito nuovo e mi ci sono imbucato.
E per un po' sono stato anch'io in una delle grandi feste di Gatsby e in quel pontile a guardare da lontano il bagliore di una luce verde.

" E così andiamo avanti, barche contro la corrente, incessantemente trascinati verso il passato."

Alla prossima!


giovedì 16 aprile 2020

Mystic River - Dennis Lehane

" A volte penso che siamo saliti tutti e tre insieme in quella macchina."



Come dissi nel post scorso, venne il momento, la settimana scorsa, di andare a pescare il tablet e gli e-book di emergenza, che tenevo in un cantuccio per i momenti di inedia di libri cartacei.

Il tomone contenente tutte le opere di Fitzgerald ha retto un po', poi ho dovuto rallentare perché non ce la facevo più ed ho dovuto trovare qualcosa che mi desse la possibilità di metabolizzare ed alleggerire un po' la lettura alta e un po' pomposa di Francis, che spero mi perdonerà.

Quello che però doveva essere un intermezzo, è stata una lettura che mi ha avvinto e trascinato inesorabilmente tra le lande più degradate di Boston e il lento, ma inesorabile scorrere del fiume Mystic, con le sue acque torbide, che costituiscono segreti e misteri.
Un po' confidente, un po' alleato, ed anche incubo.

Probabilmente Mystic River è famoso più per lo splendido film del duro e con gli occhi da bombardiere Clint Eastwood, ma per fortuna, io pur avendolo visto, non ne ricordavo gli snodi fondamentali, e quindi mi sono goduto ogni singola pagina ed ogni singola svolta narrativa di questo gran bel thriller.

Via di sinossi, presa in prestito da Amazon:

Boston, 1975. East Buckingham è un quartiere in cui tutti conoscono tutti. Nessuno dei suoi abitanti se n'è mai andato, se non quei ragazzi che la guerra ha strappato dalle proprie case per non restituirli più. Crescere in una periferia come questa non è certo il modo migliore per dare alla propria vita grandi prospettive. Ma è qui che Sean, Jimmy e Dave sono nati, e la loro esistenza sarebbe stata uguale a quella di tanti altri se non fosse arrivata quella dannata mattina. La mattina in cui Dave, con i suoi occhi spenti pieni di lacrime è salito sul sedile posteriore di quella macchina. Ed è scomparso per quattro, terribili giorni. Venticinque anni dopo, la violenza torna a segnare la vita di Dave. Questa volta però gli sguardi che si posano su di lui non sono compassionevoli, ma carichi d'odio e disprezzo. Reazione più che naturale di fronte all'omicidio di una ragazza di diciannove anni di cui Dave è accusato. E, quasi che il destino volesse rinsaldare un tragico legame, la vittima è la figlia di Jimmy, mentre Sean, diventato poliziotto, è incaricato delle indagini.



Non conoscevo Dennis Lehane, sono onesto, ho visto alcuni adattamenti cinematografici delle sue opere ( è stato scrittore anche di Shutter Island ), ma conto di approfondirlo appena possibile.

Mystic River è per me un'opera perfetta, scritta a puntino, e non solo scorrevolissima, ma anche precisa come un orologio svizzero.
Non tradisce mai la coerenza narrativa e va dritta per la sua strada dando vita a un nugolo di personaggi uno più bello dell'altro, complessi e strutturati benissimo.
La bravura di Lehane si nota non solo per lo sviluppo dei tre protagonisti, ma per il sapiente utilizzo di tutti i comprimari, ugualmente vividi.
Un libro che è già sceneggiatura, praticamente.
E che finale, ragazzi!

Un grande spaccato della difficile e spietata vita di provincia americana.
Anzi più che spaccato, dovremmo parlare di una vita in circolo, ma molto più che vizioso, bensì amaro e violento come un abuso.
I peccati, le paure e le colpe del passato, che riemergono a causa del delitto insensato di un'innocente.

Una vita che si rivela puttana e che spiattella in faccia i fantasmi di un passato in comune, che diventa un grigio e plumbeo presente, inesorabile come il lento defluire del fiume che fa da corollario alla vicenda.

Visto il narrato, Lehane è stato persino clemente, proponendoci sì una narrazione spietata, ma non lanciandosi in scene particolarmente cruente, e forse questo è anche peggio, perché è la nostra immaginazione a creare ed elaborare quelle sordide azioni.
L'incipit iniziale con i protagonisti ancora bambini e protagonisti del rapimento da parte di una coppia di pedofili di uno di loro, è un pugno nello stomaco, narrato in dissolvenza.

Gran bel libro, veramente.
Il film non lo vedo da tanto, ma lo ricordo molto bello, posso quindi dire con il senno di poi, che Clint ha reso piena giustizia al romanzo.

Un libro che consiglio senza riserve.


Alla prossima!





lunedì 6 aprile 2020

Il Grande Cielo - A.B. Guthrie Jr.

" Il mondo mi assale come un mare" disse " una collina e poi un vuoto che mi rotola sotto i piedi, cercando di rovesciarmi"

Si ritorna al west, alla vita di frontiera, ai bivacchi solitari, tra le braccia di una squaw, tra bisonti e lupi, tra caccia alle pelli di castoro, ed ai sentieri impervi e scoscesi di montagna.
Si ritorna ai grandi paesaggi americani, tra gli indiani a caccia di scalpi, fino alle compagnie francesi e inglesi di pellicce.
Un crocevia prima dell'avvento di colonizzatori senza scrupoli.
Un grande spaccato di storia americana del primo ottocento.
Dove spesso i contenziosi si risolvevano a colpi di fucile.


Il Grande Cielo è tutto questo ed anche di più.
Strutturato in più archi temporali, questo libro è di facile immersione, ma pesante ed irto, da risultare impegnativo.
Però ripaga, eccome se ripaga.

Via di sinossi:

"Invecchiando, cominciava a sentire le cose in un modo diverso. Gli piacevano ancora vedere le colline e percorrere i fiumi, ma la metà del piacere era nel ricordare. Dopo che c'eri stato, un luogo non era più soltanto un posto qualsiasi. Si aggiungevano il tempo che ci avevi passato, le cose che avevi pensato, le persone con cui avevi bevuto. C'era un tempo iniziale e il posto in sé, e poi c'erano lo stesso luogo, il tempo e l'uomo che eri stato, tutti mescolati insieme, uno con l'altro".

La sinossi è molto suggestiva, ma spiega poco limitandosi a citare una delle più belle riflessioni del romanzo.

Al di là della mole di episodi, la trama è abbastanza semplice:
Seguiamo il percorso di vita di un giovanissimo Boone Caudill ancora capace di provare emozioni ed empatia fino all'inevitabile nostalgia di casa in seguito alla sua fuga, fino alla sua trasformazione in una figura complessa e sempre più enigmatica smussata dal suo candore dalla vita selvaggia e faticosa di montagna.
Dapprima viaggiatore solitario, poi aggregato ad una compagnia che commercia pellicce, fino alla sua ossessione per una giovanissima indiana che lo porterà a vivere e comprendere altri modi di vivere e punti di vista.
Un personaggio con cui in corso d'opera diventerà sempre più difficile empatizzare.
La storia è suddivisa in almeno cinque/sei macro capitoli sulla sua vita e le sue avventure.
Spesso accompagnato da altri due pellegrini con cui incrocia il cammino, Dick Summers e Jim Deakins, due personaggi che chiamare comprimari è riduttivo.
Dick Summers con la sua esperienza, con il suo sentire il peso dell'età, e con le sue riflessioni, è per me il miglior personaggio del libro.

Dire di più su questa splendida avventura sarebbe un delitto.
Il Grande Cielo è un romanzo rude, ma onesto.
Una storia monumentale, in cui percepisci la fatica, la fame, la gioia del nutrimento e della caccia, del rispetto, ma anche di umani che la montagna trasfigura fino alla loro essenza, e non saranno mai più gli stessi.
E dove il fiume Missouri con le sue acque torbide ci ri-catapulta tra i cuori di tenebra.

Dio, come adoro queste storie, e come ho imparato ad amare le lande sconfinate della frontiera.

Il Grande Cielo è parte di una saga in sei volumi, ed il secondo a Guthrie è valso persino il premio Pulitzer.
E' inutile affermare che presto o tardi conto di leggere gli altri volumi, o almeno quelli che sono stati tradotti in italiano.

Un'opera maestosa che merita di essere letta e riletta.
Sarò stato fortunato ad aver scelto finora il meglio del meglio, ma il western mi sta dando parecchie emozioni.


Alla prossima!









martedì 31 marzo 2020

L.A. Confidential - James Ellroy

Ed ecco quello che in questo tempo sospeso potremmo definire il mio ultimo libro cartaceo.
Non credevo che sarei arrivato ad azzerare la pila di libri che si era formata, ma viviamo in un limbo in cui devi occupare il tempo, ed io non essendo uno che guarda Tv o le pareti, devo riempire la mia giornata in qualche modo.
E quindi leggo e vivo nelle vite di persone immaginarie.

A dirla tutta L.A. Confidential non sarebbe il mio ultimo libro cartaceo, ma il penultimo, ma l'altro aprendolo ho scoperto che gli mancavano sessanta pagine, e quindi lo tengo in sospeso finché non troverò il modo di recuperarle.

Sapevo che prima o poi mi sarei imbattuto in James Ellroy, è un autore che soppesavo da tanto tempo, ed è un po' l'evoluzione moderna di Raymond Chandler.
O almeno così ho trovato scritto tra le note della prefazione di questo libro.
Però tra i due scrittori, a livello di stile di scrittura, c'è un abisso.
Ellroy è più crudo, più realistico, più moderno.
Moderno per quel che concerne l'approccio e la struttura dei personaggi, visto che comunque gli eventi del romanzo si svolgono negli anni '50.
Forse perché in qualche modo ha vissuto un'infanzia ed un'adolescenza entrambe problematiche, ma la sua scrittura è più rabbiosa di quella decadente e un po' romantica di Chandler.


Resta il fatto che però la prosa di Chandler è più nelle mie corde, e continuo a preferirla.
Ciò non toglie che L.A. Confidential sia una bomba.
Un romanzo trascinante e travolgente, che non perde un colpo e che soprattutto presenta tre personaggi molto diversi tra loro e tutti con un passato da nascondere, sfaccettati e complessi come non mai.
In bilico tra poliziesco, noir e giallo è un romanzo serrato e dalla trama intricatissima ( forse un po' troppo ) ed a volte un po' artificiosa, i cui snodi però alla fine mi hanno lasciato un po' insoddisfatto, perché per tre quarti di storia la storia stava virando verso una piega inevitabile che mi intrippava di più.
Per me l'ultima parte tradisce un po' il percorso che i personaggi avevano fatto fino a quel punto.
Ma è un problema mio, Ellroy è il Dio della sua storia, e lui sa.
Lui è la penna, e la penna comanda.
al di là dei miei dubbi, non posso non affermare che mi sono trovato davanti un'opera molto, ma molto bella.
Se amate il genere, lo straconsiglio.
Tra tutti spicca, secondo me, la figura di Bud White, che sicuramente tra i tre difensori della legge protagonisti è il più rude e cattivo con i suoi modi da giustiziere, ma il più complesso e trasparente dei tre.
Mentre Ed Exley che in qualche modo rappresenta il poliziotto intransigente e ligio al dovere e che è il vero protagonista del romanzo, è un po' troppo ingessato ed in balia degli eventi.
L'odio tra questi personaggi che si occupano dello stesso caso, è la vera trama strisciante, e sicuramente l'anima di questo libro, molto più dell'intricatissimo caso del Nite Owl che fa da collante e corollario alla storia.
Il terzo personaggio Jack Vincennes per quanto importante e strutturalmente complesso anch'esso, resta comunque un po' ai margini della storia, una sorta di ingranaggio importante, ma non fondamentale.
Un romanzo che è anche una non troppo velata critica alla politica ed alla corruzione che dilagano alle spalle del dipartimento di polizia di L.A.

L.A. Confidential è un romanzo che mi ha convinto fino in fondo, e che sicuramente mi spingerà a procurarmi altre opere di James Ellroy.
The Black Dahlia, almeno è sicuro che lo scoverò, e lo prenderò.

Il noir è un genere che sto imparando a scoprire ed amare adesso, e sicuramente mi spingerà anche altrove.
Infatti mi sta venendo voglia di esplorare anche il mondo dell'agente 007 creato da Ian Fleming che sicuramente sarà una delle mie letture future.
Quarantena, permettendo.
E' normale che sia così, perché quando sono saturo di alcuni generi, vengo spinto altrove, verso altri luoghi cartacei da scoprire e colonizzare con la mente.

Vi lascio con la sinossi di L.A. Confidential presa in prestito da Ibs ed un po' risicata in verità rispetto a quella della mia versione cartacea, ma sono convinto che molti ne conoscano comunque la storia per via dell'apprezzatissima versione cinematografica che gli valse anche due Oscar:

"I sapori e le atmosfere della Los Angeles del dopoguerra. Pornografia, corruzione, lotte tra gang rivali, terrificanti omicidi che investono le vite delle vittime tanto quanto quelle dei carnefici, ai confini della legge."



Alla prossima!

domenica 22 marzo 2020

Contraddittorietà all'epoca della quarantena

Questa sarà la prima ed ultima volta che parlerò del Coronavirus, e lo farò nel posto dove più mi sento franco e sicuro di poterlo fare, ovvero qui.

Non sono e non sarò mai uno di quelli che si affaccia al balcone ( che comunque non ho ) per cantare, che fa dirette su Instagram, Facebook e vattelapesca, e poche volte mi sono lasciato andare a scrivere boiate su Twitter o a partorire complottismo sui gruppi Whatsapp come fanno molti che conosco.
La quarantena ha cambiato poco le mie abitudini, e più di tutto ha cambiato poco il mio approccio ai social.
Non li demonizzo, ed anzi di questi tempi fanno compagnia e li trovo utili per gli altri, ma allo stesso tempo faccio fatica ad interessarmi delle vite casalinghe degli altri.

Io non riesco a lamentarmi della costrizione a stare a casa semplicemente per un motivo: " Meglio stare sul divano che in un reparto di terapia intensiva."
Come disse un'anziana bardata di mascherina e guanti mentre comprava il pane e stava a debita distanza da me.

Stiamo vivendo una contraddizione perpetua.
Un po' perché i decreti stessi sono contraddittori ed un po' perché l'isolamento ci sta trasformando tutti in cacciatori di untori.
Pronti ad indicare dal balcone e brandire cellulari come fosse un'arma.
Pronti a fargli fare la fine di Gian Giacomo Mora.
Manzoni che incontra Orwell.


E dagli con quel manganello, dissero gli stessi che ieri si vedevano i video de Le Iene e si commuovevano per Cucchi ed Aldovrandi.

Contraddittori perché un giorno ti dicono che devi indossare una mascherina ed il giorno dopo ti dicono che non serve.
Ed i guanti? E' meglio se li indossi, ma se non li indossi non cambia niente se poi ti lavi le mani.

Contraddittori perché ultimamente quasi tutti indistintamente vogliono i militari e la repressione verso coloro che corrono o passeggiano il cane.
Anche quelli che fino a ieri parlavano di pace, preghiere, angeli e santi.
Sì, colei che la sera si fa il rosario ama il verde e vuole G.I. Joe.

Contraddittori perché io stesso penso che si possa rinunciare a correre.
Hanno smesso i professionisti, perché i dilettanti non possono farlo?

Ed in più noto un incremento di gente che parla di questa pandemia come fosse un libro, un fumetto o un film in cui si sentono protagonisti ed eroi, con un atteggiamento quasi da vigilantes.
Stiamo vivendo la storia, ragazzi.
Potremo dire ai nostri nipoti che noi c'eravamo, altro che i nostri nonni e bisnonni che partivano per la guerra!

Si citano come non mai Camus, Boccaccio, Manzoni, Matheson, Stephen King, persino Dean Koontz.
I Simpson vengono presi come novelli Nostradamus, visto che sembrano prevedere tutto.
Però i virologi posso essere insultati.
Ne sanno meno di uno scrittore o di Groening, evidentemente.

Contraddittori perché hanno ripreso vita i gruppi Whatsapp.
Amici di infanzia che causa l'isolamento oggi sono attivi e presenti, e che è un piacere ritrovare e risentire.
Ed è strano per me, che in genere nei gruppi partecipo poco.
Non ero uno che silenzia, ma nemmeno l'anima della festa, al massimo ero quello appoggiato alla parete.

Contraddittori perché anche coloro a cui voglio bene vogliono legge marziale, militari, ecc.ecc.
Gli stessi che ieri avrebbero aiutato le vecchine ad attraversare la strada e che erano sportivi.

Contraddittori perché quaggiù fino alle 18 sembra tutto normale, nonostante il deserto urbano, perché la percezione domestica trasuda normalità.
Poi il bollettino delle 18 ed è subito buio.
E' subito oblio.

La Calabria, Calafrica o terronia per alcuni, che rispetta le regole e non esce.
Che ha paura.
Non tanto del virus, ma della sua sanità.
La Calabria che (finora) regge.
E' una contraddizione anche questa, visto che per molti qui vige la legge della giungla e di quella gilda con l'apostrofo iniziale.

Contraddittori perché oggi infermieri e dottori sono degli angeli, ma ieri erano da picchiare o denunciare per gli errori in corsia.
Oggi sono degli angeli per chi ieri li insultava.

Contraddittori perché per i Vip nei loro attici e con il loro conto in banca è facile urlare di " stare a casa ", ma allo stesso tempo sono tra i pochi che potrebbero e che contribuiscono.

Contraddittori come alcuni giocatori della Juventus che ti invitano a stare a casa, ma poi prendono l'aereo privato e ritornano nella propria ( con il benestare della società e senza trasgredire nessuna legge, sia chiaro ).
Però un po' la sensazione di presa per il culo, è più che latente, lasciatemelo dire.

Contraddittori perché questo post non vorrei pubblicarlo, ma so che lo farò.

Contraddittori perché si ride e si balla sui balconi, mentre altrove si muore.

Contraddittori perché nonostante la paura, si legge, si ascolta musica, si vede porno o film, si vive comunque.

Contraddittori perché venuta meno l'università della strada, ci si è subito evoluti in epidemiologi e virologi.

Italiani popoli di santi, poeti, navigatori...e virologi.

Contraddittori perché dopo questa retorica, aprirò Youtube, leggerò un libro o giocherò a Pes, mentre altrove ci si ammala e si soffre.

P.s: E da voi, come va?

Alla prossima ( spero )!1!!1!!