mercoledì 18 gennaio 2023

L'altro posto - John Ajvide Lindqvist

Ho già parlato in passato di Lindqvist, che un po' tutti in Italia abbiamo conosciuto grazie all'adattamento cinematografico del suo libro Lasciami Entrare, che ha avuto due film ad esso dedicati, tra cui un remake americano.

Lasciami entrare è anche l'unico suo libro che possedevo in cartaceo, perché ricordo all'epoca che un amico virtuale mi prestò le sue copie in e-book di altri libri di Lindqvist che avevo intenzione di recuperare come Il porto degli spiriti, L'estate dei morti viventi e Una piccola stella.
Credo anche di avergli dedicato anche dei post qui sul blog, quello su L'estate dei morti viventi sicuramente, visto che lo lessi in un periodo travagliato della mia vita, che mi vide abbandonare questo spazio per tanti mesi.

Dopo di allora, confesso di averlo totalmente perso di vista, e non avevo certamente in programma di leggere altri suoi libri.
Ho spesso trovato le sue opere stranianti, alcune anche abbastanza originali, tipo Una piccola stella, ma tranne che con Lasciami entrare, non mi ha mai preso fino in fondo, cioè non comprerei mai un suo libro a prezzo pieno.

Ed allora cosa è successo?
Semplice, l'ho pescato al mercatino dell'usato.
Ora, io a dirla tutta avevo altre idee, che erano quelle di comprare in libreria un romanzo classico contemporaneo, ma purtroppo non ho avuto modo e denaro.

Comunque spulciando tra le bancarelle, è saltata fuori questa copia della Marsilio uscita intorno al 2018, e mi ha fatto specie che qualcuno si sia liberato di un romanzo pubblicato da così pochi anni.
Da una parte mi è suonata una campanellina d'allarme, perché ho pensato che questo romanzo potesse essere piaciuto poco al possessore tanto da liberarsene, ma dall'altra, trovare un romanzo praticamente nuovo a 2 Euro, di un autore che comunque ho apprezzato, è sempre una cosa buona e giusta.

Tra l'altro leggendolo ho trovato numerose pagine sottolineate, segno che quindi al lettore, qualche paragrafo deve averlo colpito, quindi è venuta un po' meno l'idea che al possessore del libro non fosse piaciuto, quindi vai a vedere i veri motivi per cui lo ha svenduto.

Ma bando alle elucubrazioni e passiamo al libro vero e proprio.

John Lindqvist ha diciannove anni e vuole diventare un prestigiatore. Il concorso per maghi che si terrà in Danimarca è vicino, e lui si esercita duramente nella speranza di vincere un premio. Non vincerà nulla, anzi, nemmeno riuscirà ad arrivare a Copenaghen. Invece, viene arrestato per furto, e quando esce di prigione e torna al suo condominio buio e stretto nei sobborghi di Stoccolma, proprio accanto al tunnel di Bunkeberg, si accorge che qualcosa è profondamente cambiato. Intorno a lui avverte un movimento strano e spaventoso. Si rende conto che tutto nasce nella lavanderia comune nello scantinato del suo palazzo. E ha a che fare anche con alcuni dei suoi vicini e con quello che fanno nelle docce dietro la lavanderia. C’è qualcosa che regala agli iniziati esperienze incredibili e meravigliose. Qualcosa che li porta in un luogo che John chiama “l’altro posto”. Dove puoi essere quello che sei davvero. C’è un prezzo, ovviamente. All’inizio sembra un prezzo ragionevole. Solo un po’ di sangue. Ma alla fine John capirà che il vero prezzo da pagare è molto più alto.
 
Diverso da qualsiasi cosa Lindqvist abbia mai scritto, L’altro posto, seguito indipendente di Musica dalla spiaggia del paradiso, è un’autobiografia fantastica sospesa tra realtà e finzione, dove la linea di confine tra il vero e il falso, il reale e il surreale è ingegnosamente annullata.

L'altro posto è praticamente una biografia dell'autore romanzata in chiave orrorifica, e per lo più ambientata nella sua post adolescenza.
Il romanzo infatti parla principalmente di un giovane uomo svedese che deve trovare ancora la sua strada, ed in qualche modo solitario e confuso sul suo presente e futuro, e che si guadagna da vivere facendo il prestigiatore in strada o in qualche ristorante.
Il protagonista ovviamente è l'autore stesso.
Diciamolo subito, dal punto di vista orrorifico non racconta nulla di nuovo, anzi, vi verranno in mente altri libri, altri autori, ed altre storie.
Stephen King, Clive Barker, persino Joe Hill.
Detto questo, il libro è incredibilmente scorrevole, tanto che si potrebbe leggere anche in poche ore, visto che comunque conta poco più di 300 pagine, ed i caratteri sono anche abbastanza grandi.

In più Lindqvist non è un autore scontato, e le sue opere hanno pochissime forzature e cadute di tono, pur essendo parecchio ondivaghe e oniriche in più punti.
Certo, per comprenderlo meglio, bisognerebbe avere delle infarinature sulla vita sociale e politica della Svezia di quel periodo, ma ad onor del vero, l'autore riesce a trasmettere l'atmosfera e l'inquietudine giusta, nonché il desiderio e gli stimoli, che l'essere nella lavanderia riesce a evocare nelle menti e nelle esistenze degli abitanti del condominio in cui vive il protagonista della storia.

Molto carino anche il racconto nel racconto che vede protagonista un bambino piuttosto strano ed inquietante, che mi ha ricordato moltissimo L'estate che sciolse ogni cosa.

L'altro posto, per me, è tutto sommato un buon libro, ma che non racconta nulla di nuovo.
Ribadisco che personalmente non spenderei 18 Euro per un libro di Lindqvist, ma allo stesso tempo non mi sento di criticare il libro, che il suo lo fa.
E' una bella storia, scritta in modo molto efficace.

E' un po' strana la parabola avuta da quest'autore, che segue in un certo senso quella di altri romanzieri del suo stesso genere, come Barker o Straub, che ci hanno messo poco tempo a finire nel dimenticatoio.

Non tutti sono Stephen King, e non tutti hanno la sua forza propulsiva.
Ci vedo un parallelo con la società attuale, in cui sei costretto ad essere veloce e sempre presente, quasi come un influencer o un content creator, perché al giorno d'oggi, la gente ci mette poco a scordarsi che esisti, anche se sei un bravo scrittore.

O semplicemente come altri ancora, ha azzeccato un romanzo di massa, e poi si è accontentato di vivere di rendita, chissà.

In ogni modo, Lindqvist è una buona alternativa all'horror di massa del momento.


Alla prossima!


sabato 31 dicembre 2022

Cell - Stephen King

Cell è stato tra i primi libri di King che ho comprato in prima edizione.
Per molti è stato il libro che ha certificato il declino di questo autore, ed anch'io con il tempo sono arrivato a pensare lo stesso.
Pubblicato nel 2006 segue un po' la scia di quel periodo, che vedeva gli zombie andare fortissimo soprattutto grazie al fumetto di The Walking Dead che diventò in quel periodo un vero e proprio fenomeno di costume.

Quello di King è però un omaggio diretto a Romero e Richard Matheson ( con tanto di dedica ad entrambi ), ed anche una storia allegorica sull'uso intensivo dei cellulari.
Certo, i social erano ancora al di là di venire, ma ho idea che evidentemente le persone intorno a King utilizzassero moltissimo chiamare con il telefonino.
Qui in Italia non credo fosse poi così, almeno nella mia cerchia di familiari ed amici, nel senso che si cercava di risparmiare il più possibile, e quindi andare di squilli o di SMS solo se necessario.
Conoscevo pochissime persone, tranne alcune fidanzate, che parlavano e consumavano traffico telefonico a iosa.
Ma è inutile parlare degli usi e costumi nostrani ed americani, e concentriamoci sul romanzo.
Com'è Cell, riletto dopo tanti anni?
Andiamo di sinossi e poi parliamone.

"Boston, primo ottobre. Tutto va bene. È un luminoso pomeriggio di sole, la gente passeggia nel parco, gli aerei atterrano quasi in orario. Per Clayton Riddell è il più bel giorno della sua vita. In quel preciso istante, il mondo finisce. A milioni, quelli che hanno un cellulare all'orecchio impazziscono improvvisamente, regredendo allo stadio di belve feroci. In un attimo, un misterioso impulso irradiato attraverso gli apparecchi distrugge il cervello, azzerando la mente, la personalità, migliaia di anni di evoluzione. In poche ore, la civiltà è annientata, l'homo sapiens non è mai esistito, lasciando al suo posto un branco di sanguinari subumani privi della parola. Ma questo è solo l'inizio."


Gli omaggi diretti ai due grandi autori non sono stati messi a caso, poiché la storia narrata ha una critica sociale come quella di Romero ( ma poco approfondita ) ed un modus operandi che ricorda tantissimo Io sono leggenda, ma solo dalla metà in poi.

E' uno di quei pochi libri in cui si percepisce la costruzione dello stesso in corso d'opera, e non so è una cosa positiva.
E' un po' strano da dire, poiché d'altronde tutti i suoi lettori conoscono il suo metodo di scrittura, ma in Cell è dannatamente tangibile, poiché la narrazione si evolve in maniera spesso repentina, cambiando le prospettive ed anche il linguaggio dei protagonisti.
E soprattutto è uno dei primi libri in cui il background dei protagonisti è fin troppo ermetico.
Ho idea che trattandosi di un libro che tratta di tematiche post apocalittiche che potrebbero ricordare L'ombra dello scorpione, King abbia in qualche modo cercato di evitare le lungaggini e concentrarsi più sull'azione.
Da questo punto di vista Cell è un romanzo veloce e coinvolgente.
L'azione si svolge in pochissimo tempo, e spesso, soprattutto nelle prime centinaia di pagine, si concentra in pochissimi giorni, se non in ore.

La storia è semplicissima, e vede le persone letteralmente impazzire dopo aver ricevuto una telefonata che gli trasmette un impulso che li trasforma letteralmente in bestie assetate di sangue e violenza.
La prima parte è veramente ottima, tutte le persone intorno al protagonista impazziscono, e vediamo esplosioni e scene di distruzione di massa da tutte le parti.

Il romanzo diventa una corsa alla sopravvivenza per i pochi e sparuti sopravvissuti, ovvero coloro che non avevano con sé un telefono cellulare.

La trasfigurazione degli sfortunati utilizzatori dei cellulari però non è che un primo sintomo, poiché in poco tempo si evolvono arrivando non solo a muoversi come una coscienza collettiva, ma anche ad avere dei poteri telepatici e telecinetici.
Diciamolo chiaramente, da un certo punto in avanti è bene spegnere il cervello, poiché la storia dal punto di vista narrativo non appare molto credibile.
Un nerd dodicenne diventa il cervello pensante di tutte le soluzioni della storia ( tutte azzeccate ), ed anche alcune dinamiche narrative, sono molto abbozzate ed attaccate con lo sputo, specie per quel che concerne la globalità della storia, se uno arriva a porsi domande che esulano un po' dalla geografia narrativa.

Manca anche l'empatia verso i protagonisti, non dico che non ci si affeziona a loro, specie verso i due personaggi più giovani, ma conoscendo poco della loro storia e del loro passato, non ci si sente molto attaccati a tutti loro.

L'unico a cui King concede una sorta di background è il protagonista, ed anche qui, si fa fatica a capire perché è l'unico che gli altri sono disposti a seguire.
Cioè, si suppone che anche gli altri abbiano qualche parente che possa essere ancora in vita e non trasformato, eppure loro si rassegnano subito e seguono il protagonista nella sua ricerca di ex moglie e figlio.

Cell è un romanzo che parte benissimo, ma che nella sua trasformazione in una citazione diretta di Io sono leggenda, perde moltissimo.

Infatti è molto bella la prima parte on the road in cui i protagonisti si mettono in viaggio e provano in qualche modo a trovare un metodo per dare battaglia ai cosiddetti telepazzi, mentre nel proseguo diventano quasi teleguidati da quest'ultimi, tanto che si viene a perdere quel poco di epicità e di quell'antieroismo da quasi villain che li rendeva interessanti fino a quel momento.
So che King voleva creare una sorta di ineluttabilità, ma in quel modo ha reso il finale incredibilmente stupido.

E' come se ad un certo punto non sapesse più dove andare a parare.

Mi rendo conto che è un post molto astruso, ma ho voluto evitare dei riferimenti diretti che potrebbero spoilerare molte parti della storia.

Cell è uno di quei romanzi che parte come un treno, ma che poi perde pezzi per strada.
Forse, e dico forse, King poteva semplicemente fare una storia con degli zombi, senza per forza farli diventare essere onniscienti che sembrano uscire ad un certo punto da una storia di John Wyndham.

E' veramente un peccato, perché alcune parti di questa storia sono anche molto epiche e suggestive.
Le scene di distruzione di massa, in cui gli eroi aspettano che questi esseri vadano a riposare tutti insieme negli stadi, per poi bruciarli letteralmente vivi, è piuttosto forte, ma narrativamente potentissima.
Peccato per le soluzioni narrative successive molto raffazzonate, ed in qualche caso, veramente facilone ed anche illogiche.

Insomma, con Cell godi solo a metà.
E ci è servito a capire che King al tempo non aveva una grande considerazione per tutti coloro che stavano costantemente al cellulare, che considerava a tutti gli effetti dei lobotomizzati e cerebrolesi.
Ci ha visto lungo, in un certo senso.
Soprattutto considerando che con questa storia ha mancato per un soffio la nascita di Facebook, giunta poco dopo, e che in un certo senso, come diceva Eco, ha lentamente dato voce ad una manica di imbecilli. 
C'è qualcosa di buono in Cell? Per me sì.
E' un romanzo veloce e molto coinvolgente.
All'epoca della prima lettura lo paragonavo ad un film horror di serie b mandato in onda in seconda serata.
Non è la lettura della vita, e non è il romanzo di King che consiglierei.
E' un King in formato action.
Magari vi piace.

Ed è tutto qui per questo 2022.
Un anno non proprio da incorniciare per questo blog, che a tutti gli effetti è ormai morente ed inutile.
Segno che se non sei parte attiva della bolla blogger e se non coltivi quei rapporti, diventi una goccia nel mare del web.
Vorrà dire che sarò una barca alla deriva o cibo per pesci.

Qui già sparano, e la fine si avvicina.
Buon 2023 a tutti.

Alla prossima?
Chissà. Magari no.





venerdì 2 dicembre 2022

Trilogia della città di K. - Agota Kristof

Dopo un post in cui parlavo dell'ansia di comprare e collezionare nuova roba, eccomi a parlare di uno dei miei ultimi acquisti, tanto per rendere palesi tutte le contraddizioni che albergano nella mia coscienza.
Ormai però il danno è fatto, e non perdiamoci in chiacchiere filosofiche ed ansiogene.
Non sarà facile parlare de la Trilogia della città di K.
E' un libro complicato, molto.

Senza contare che parliamo di un titolo piuttosto in voga anche adesso, e parecchio presente su Instagram e Tik Tok.
Diciamo che se siete dei fautori della bolla divulgativa sulla letteratura, la copertina ed il titolo di questo libro saranno piuttosto familiari.

Quindi sarà difficile aggiungere qualcosa di valido, che non siano mie elucubrazioni personali, che si sono formate in corso d'opera.

Perché questo è un libro parecchio complesso ed imprevedibile, che cambia più e più volte come un mutaforma anche per quel che concerne la struttura narrativa.

Andiamo di sinossi:

Storia di formazione, la Trilogia della città di K ritrae un'epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.

«Una prosa di perfetta, innaturale secchezza, una prosa che ha l'andatura di una marionetta omicida» – Giorgio Manganelli

Quando Il grande quaderno apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Storia di formazione, la Trilogia della città di K ritrae un'epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.

«Tutto ha inizio con due gemelli che una madre disperata è costretta ad affidare alla nonna, lontano da una grande città dove cadono le bombe e manca il cibo. Siamo in un paese dell'Est, ma né l'Ungheria né alcun luogo preciso vengono mai nominati. Un inizio folgorante che ci immette di colpo nel tempo atroce dell'ultima guerra raccontandolo come una metafora. La nonna è una “vecchia strega” sporca, avara e senza cuore e i due gemelli, indivisibili e intercambiabili quasi avessero un'anima sola, sono due piccoli maghi dalla prodigiosa intelligenza. Intorno a loro ruotano personaggi disegnati con pochi tratti scarni su uno sfondo di fame e di morte. Favola nera dove tutto è reso veloce ed essenziale da una scrittura limpida e asciutta che non lascia spazio alle divagazioni. Un avvenimento tira l'altro come se una mano misteriosa e ricca di sensualità li cavasse fuori dal cilindro di un prestigiatore crudele.» (Rosetta Loy)


Trilogia della città di K., lo dice anche in titolo, è una storia divisa in tre tronconi ( grazie al caxxo, direte voi :-P ): Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna.

Pur essendo abbastanza edotto sulla trama generale grazie alle tante recensioni lette ed ascoltate tramite stories, reels, e mazzi vari, sono voluto arrivare vergine alla lettura, non approfondendo in alcun modo le recensioni e non andando a spulciare in blog, siti, Anobii, ecc.ecc.

Volevo farmi la mia opinione e non farmi influenzare in nessun modo.
Quindi, se ci saranno errori di sorta, se non ho colto determinati passaggi e dinamiche narrative, sarà soltanto colpa della mia incomprensione ed ignoranza.

Quando ho aperto il libro ed ho iniziato Il grande quaderno, mi si è aperto un mondo.
Ultimamente nelle bolle sulla letteratura, si evince come la nuova generazione di lettori cerchi soprattutto i libri con i capitoli brevi.
Ecco, non comprando spesso nuovi libri, mi capita di rado di trovare delle opere asciutte ed ermetiche di questo tipo, ma ad onor del vero, avevo notato come persino King nelle sue opere, abbia di fatto reso il suo stile molto meno argomentato rispetto ad un tempo.

Il grande quaderno è così.
I capitoli sono brevissimi, e spesso occupano al massimo una, due pagine.
La cosa incredibile è che la lettura non ne risente per nulla.
In quelle poche frasi, Kristof riesce a metterci di tutto, ed a trasmetterci qualsiasi emozione e qualsiasi elemento descrittivo e scenografico, facendo un lavoro pazzesco.
Ritengo il primo capitolo della trilogia, il più riuscito, e il più scorrevole in assoluto.

Trilogia della città di K. è un po' tutto.
E' un po' racconto di formazione, un po' un libro dal sapore postmoderno, ed è un po' distopia.
C'è una guerra in corso, ma ne sentiremo solo gli echi e gli effetti, sentiremo il rumore delle bombe, la vita d'accatto, i nascondigli, la frontiera, mi è sembrato quasi di ritrovarmi a riscorrere le pagine de La storia di Elsa Morante.
Solo che qui non siamo a Roma, ma in un luogo imprecisato, in una nazione imprecisata, e con due protagonisti di cui in questa prima parte non sapremo nemmeno il nome.

Due bambini intelligentissimi che si ritrovano a crescere in un ambiente ostile, e con una nonna che vive allo stato brado e li tollera, più che amarli ed accudirli, tanto da chiamarli " figli di cagna. "
Nonostante la prosa ermetica, questo primo capitolo è rappresentato soprattutto da una cruda ed aspra vita sociale che non risparmia nulla al lettore, anche per ciò che concerne la sessualità.
Diciamo tranquillamente che è un libro per stomaci forti, e che soprattutto ha una trama imprevedibilissima e parecchio estrema.
Non voglio usare paroloni, ma Il grande quaderno, per me è stata una lettura totale.

Con La prova e La terza menzogna, il libro diventa più canonico per quel che concerne la struttura narrativa, ma la trama diventa molto più ingarbugliata e meno lineare.
Queste due parti di questa trilogia mi sono sembrate quelle meno comprensibili, e meno immediate.
Mi hanno ricordato molto le dinamiche di romanzi come L'urlo e il furore di Faulkner, L'altro di Thomas Tryon, e Trilogia di New York e 4321 di Paul Auster.
La storia scorre a bivi, ed ad un certo punto, molti di questi percorsi ed alcune dinamiche di questi due fratelli non si sa più se sono reali o solo parti narrate in una storia dentro un quaderno.

La prova e la terza menzogna sono quasi una sfida al lettore, il terzo in particolare, ed io stesso non mi sono raccapezzato in più punti, perdendo di vista ciò che era reale da ciò che non lo era.
E' un libro che andrebbe letto con molta attenzione e costanza, insomma se siete tipi come me che leggono quaranta o cinquanta pagine al giorno potreste trovare difficoltà con un libro dalla struttura simile.

Lo consiglio? Certamente sì.
Probabilmente non è il capolavoro che mi aspettavo di leggere, poiché seconda e terza parte mi sono piaciute di meno, ma va detto che è un libro molto impegnativo e che non è adatto a tutti, quindi io potrei tranquillamente essere parte di quest'ultimi, ma è una di quelle storie che sono stato contento di leggere.
In più le tematiche sono estremamente attuali se pensiamo a quello che sta succedendo in Ucraina, ed è incredibile quanta ansia mi ha trasmesso l'idea che qualcuno un giorno decida in maniera arbitraria di cambiare la tua cultura, la tua lingua, la tua terra, la tua bandiera, ed i tuoi ideali.
K. potrebbe essere qualsiasi città, anche la nostra.

Per quel che concerne l'edizione, il libro è un'edizione economica dell'Einaudi che ho pagato 13 Euro e che conta circa 370 pagine.
Non è nemmeno costosissimo, pensando a quello che si sta per leggere.
Parliamo di un classico contemporaneo che merita tutto il successo che ha avuto.
In un futuro relativamente breve, magari nella cornice del Natale, vorrei tornare nuovamente al classico contemporaneo.
Ora però è tempo di andare via, ed è tempo di tornare dal mio amato Stephen King, per cercare qualcosa di buono in uno dei suoi libri universalmente riconosciuto tra i suoi più brutti.


Alla prossima!









martedì 22 novembre 2022

La chiusura letterale, esistenziale e metaforica di un cerchio fumettistico

Questo post esula un po' dalla direzione naturale che aveva intrapreso questo blog negli ultimi anni, ma in qualche modo rappresenta la prosecuzione di due miei vecchi post: Svendersi e Le nostre eredità librarie.

Diciamo quindi che in qualche modo rappresenta la chiusura di un cerchio o di una trilogia, fate vobis.

Mettiamola giù dura e in maniera netta, quest'estate durante dei lavori di ristrutturazione nella camera mia e di mio fratello, ho deciso di donare quasi tutti i fumetti Marvel che mi erano rimasti, ad eccezione degli X-Men, dei manga, di alcuni speciali, e qualche opera sparsa che ho comprato negli ultimi anni.

Ho fatto un annuncio sul marketplace di Facebook ed ho deciso di donare un gran numero di fumetti Marvel, che sicuramente superavano le trecento unità o anche più.

Non me lo aspettavo, ma mi hanno contattato un considerevole numero di persone, segno che la gran mole di uscite televisive e cinematografiche targate Marvel, ha reso di fatto i supereroi un fenomeno pop.

C'era chi mi scriveva dalla Sicilia, offrendosi di pagare la spedizione, e chi era disposto a pagarmi.

Io ho scelto di regalarli, a patto che venissero a prenderseli fino a casa mia.

Alla fine i fumetti sono andati ad un ragazzino, che è venuto a ritirarseli con il padre, dopo che la madre mi aveva contattato su Messenger asserendo che suo figlio è un grande fan della Marvel, e che ne sarebbe stato entusiasta.

A dirla tutta non mi è sembrato, di fatto mi è parso un po' torvo, ma magari era solo timidezza, chi può dirlo, ma sono stato contento di averglieli donati, poiché io non riuscivo a guardare quei fumetti con quell'amore e quell'entusiasmo di un tempo.

Ed anzi, li vedevo come un peso.

In termini di spazio, ma anche di tara mentale e di salute.

Per me che soffro saltuariamente di asma, mi era stato consigliato di dormire in una camera quanto più asettica possibile, e quella di prima non lo era, dato che era piena di libri e fumetti.

Un altro stilema mentale era che guardare quelle librerie stipate fino all'inverosimile di fumetti, che ormai non toccavo e leggevo più, mi procurava una certa ansia e tristezza, che denotava quanto io sia cambiato ed invecchiato nel frattempo.

Ed in più mi ricordavano dei bei tempi, che poi diventarono brutti.

Il che ci riporta un po' al primo post di questo ciclo, quello in cui ho dovuto vendere buona parte dei fumetti per ristrettezze improvvise economiche.

Fu un periodo terribile in cui avevo paura di non riuscire nemmeno ad avere i soldi per fare la spesa o pagare la luce.

Quella volta cento fumetti o giù di lì mi fruttavano 20 Euro, una sorta di elemosina che mi elargiva un librario che conoscevo, questa volta è stata una mia scelta personale e gratuita, direi che sia stato un significativo balzo in avanti in positivo.

Ora mi domando cosa sarà dei miei libri o di quegli albi che mi sono rimasti.

Mi sono accorto con il tempo di quanto un po' tutti quanti vivano con una certa ansia la mancanza di spazio o il riempimento dello stesso.

Da adolescente me ne fregavo e non ci pensavo affatto, mentre da adulto ogni acquisto è quasi un mattoncino d'ansia che accresce un'eredità inutile.

E questo ci riporta al post sulle eredità librarie, ed ad un fatto che ho vissuto tempo addietro.

Non molto tempo fa assistetti alla fine dell'esistenza di un parente, e già pochi secondi dopo la dipartita si discuteva del fatto di cosa farne di tutti i mobili, vestiti, e di oggetti di una vita intera.

Una vita che è praticamente finita dentro un furgoncino pochi giorni dopo.

So che sono solo oggetti, ma a volte mi domando il senso di comprare e collezionare cose che un giorno magari verranno gettate via nella pattumiera più vicina o saranno vendute a costo quasi zero ad un rigattiere.

Ed è incredibile come questa cosa mi tormenti dopo qualsiasi acquisto librario o fumettistico.

Forse è anche questo che mi ha portato a quella scelta, anche un po' autolesionistica, di donare tutti quei fumetti, e chissà, magari farò lo stesso con i miei libri, un giorno, ed anche con quei pochi albi Marvel, Vertigo, e chissà cos'altro che mi sono rimasti.

Forse è qui che si annida la scelta di affidare quegli albi ad un affiliato della nuova generazione di lettori, però mi ha colpito in negativo quella tranquillità, quella mancanza di gioia ed entusiasmo, davanti a qualcuno che in un certo senso gli ha donato parte della sua esistenza.

Avrò scelto la persona sbagliata? Chissà.


Alla prossima!




venerdì 4 novembre 2022

Koko - Peter Straub

 

Koko, da quel che ho capito girovagando per la rete, doveva essere il primo di una trilogia, denominata de La rosa blu, di cui purtroppo non vedremo più la fine, visto che il terzo volume non è mai uscito*, e con la morte dell'autore, è morta anche questa trilogia, insieme a quella a quattro mani con Stephen King de Il Talismano e La casa del buio, che a questo punto resteranno tronche per sempre.

Sicuramente almeno il secondo volume, Mistery, lo recupererò, appena potrò, anche perché sia Koko che quest'ultimo sono stati ristampati recentemente da Fanucci.

A dirla tutta l'edizione di Koko che ho io, è una di quelle dell'edizione Club che circolavano negli anni '90 e che ho trovato a pochissimo su Ebay.

Koko è molto diverso dagli altri romanzi di Straub, il che mi ha fatto riflettere molto.

Ho idea che sia con questo e con i suoi due romanzi successivi, Mistery e Mr. X, che quest'autore sia finito nel dimenticatoio.

Leggendo le trame di questi altri due romanzi, appare evidente come in un certo senso Straub si sia sempre più allontanato dall'horror per elaborare trame molto più complesse, drammatiche e mature, che sfociano soprattutto nel thriller, come è il caso di Koko.

Parliamone dopo la sinossi:

"Solo quattro uomini sanno chi è Koko. E devono fermarlo. Sono trascorsi ormai molti anni dalla fine della guerra in Vietnam quando quattro reduci appartenenti allo stesso plotone si ritrovano a Washington: un pediatra, un semplice operaio, un avvocato e uno scrittore. Non hanno nulla in comune. Il motivo del loro incontro è legato al passato, a un unico traumatico episodio, improvvisamente rievocato da un agghiacciante fatto di cronaca. A Singapore si sta verificando un'efferata catena di inspiegabili delitti firmati da un misterioso killer che lascia su ogni vittima, orribilmente sfigurata, una carta da gioco sulla quale è scarabocchiato il nome "Koko". Solo loro ne conoscono il significato e sanno che non hanno tempo da perdere. Dai cimiteri e bordelli dell'Estremo Oriente alla giungla umana di New York, daranno la caccia a qualcuno che è risorto dall'oscurità per uccidere, uccidere e uccidere ancora."

Lo dico subito, Koko mi è piaciuto molto, ma allo stesso tempo è un libro molto asettico ed è difficile empatizzare con i personaggi che lo compongono.

Non solo perché sono un cast di persone che hanno vissuto e combattuto la guerra in Vietnam portandosi dietro un bagaglio di ricordi dolorosi e drammatici, ma anche perché i postumi psicologici se li portano dietro anche dopo vent'anni.

La trama, come si evince anche dalla sinossi, è molto semplice: quattro ex commilitoni vengono a conoscenza che esiste in giro un assassino che ammazza le vittime utilizzando dei metodi che uno della loro squadriglia si inventava nelle sue storie, quindi ipotizzano subito che è per forza uno di loro, e partono alla ricerca di colui che ha inventato la storia, e che ritengono essere l'assassino o comunque uno dei sospettati.

Straub fa un gran bel lavoro con i personaggi, e soprattutto i fatti del passato in Vietnam e i capitoli dedicati alla figura di Koko, sono tra i più belli del romanzo.

In più Straub è sempre bravissimo nella scrittura, ed il punto di vista di Koko è veramente scritto da Dio, quasi in maniera onirica, per certi versi, entriamo in una mente paranoica che ha una visione della realtà e dell'esistenza tutta sua.

Essendo un thriller è molto importante l'intreccio.

E' bene essere chiari, non è molto difficile ipotizzare l'assassino, non dico che ci si arriva facilmente, ma comunque la cerchia è così ristretta che l'identità attraverserà i pensieri di qualsiasi lettore.

E' un difetto? Non lo so, però di sicuro siamo lontani da autori che sorprendono di più a livello di trama come un Dennis Lehane, per dire.

A parte la soluzione del mistero, devo dire che invece il finale, pur se un po' anticlimatico, è parecchio incisivo e funzionale e mi è garbato molto.

Un' altra cosa che mi ha lasciato perplesso è un capitolo in particolare, quello in cui tre dei quattro protagonisti partono alla ricerca di Underhill colui che pensano possa essere l'assassino, visto che è proprio l'autore di quella storia che Koko sta facendo diventare realtà.

Ebbene, passi per colui che non parte e resta a casa per esigenze di narrazione, e che quindi non è impossibile dedurne il destino, nel viaggio delle altre tre persone, Straub non ci parla minimamente di uno di loro.

Ora, capisco che si parla del personaggio più problematico del gruppo,  probabilmente stava sulle palle all'autore stesso, però è strano che Straub lo abbia saltato così a piè pari, mentre per gli altrui due ci racconta per filo e per segno tutto il viaggio, per altro in alcuni dei migliori capitoli del romanzo.

Una scelta che narrativamente parlando non capisco.

Lo mandi a Taipei? Beh, raccontaci qualcosa, e no, non bastano quelle quattro parole in croce nel viaggio di ritorno.

Insomma, probabilmente Koko è un thriller convenzionale, ma i temi della storia e come vengono trattati sono parecchio incisivi.

Straub ci dà la sua personale visione della guerra in Vietnam e delle sue conseguenze sulla psiche dei protagonisti, e lo fa bene, e soprattutto ci racconta il dramma in un paio di capitoli ambientati proprio lì che sono veramente forti e crudi.

In più ci descrive alcuni sottoboschi di alcune città come Singapore e Bangkok davvero molto fetidi e malsani, in alcune pagine on the road davvero ispiratissime.

Koko è probabilmente l'opera più coesa e matura di Peter Straub.

Non ha raggiunto la fama e la popolarità di Ghost story, ma resta un bel romanzo, che forse paga delle soluzioni narrative un po' telefonate, ma che allo stesso tempo offre al lettore molti capitoli bellissimi.

Io lo consiglio senza riserve.


*Come mi è stato segnalato nei commenti, in verità il terzo e conclusivo libro della trilogia dal titolo The Throat è uscito in patria nel 1993, e dovrebbe a breve uscire per Fanucci.

Alla prossima!(?)

mercoledì 5 ottobre 2022

Fairy Tale - Stephen King

Il retro copertina si rivela ben più che profetico, e ti sbatte in faccia la cruda realtà: Fairy tale è una lettura per ragazzi, un classicissimo YA.
E' un bene o un male? Non lo so, ma nel parlarne è giusto tenerne conto.
Sono sicuro che qualche lettore del Re si aspettasse qualcosa di diverso.
Ci speravo anch'io, in effetti.
Quella copertina così bella ed evocativa, che lasciava immaginare un viaggio on the road di stampo fantasy dal contesto molto alchemico, inganna un po' il lettore, soprattutto quello che si aspettava una lettura che citasse a chiare lettere l'opus magnum di  King, ovvero La Torre Nera.
Qualche accenno c'è, ma troppo poco, troppo poco.

Superata questa piccola delusione, Fairy Tale si rivela essere una fiaba dark molto citazionista, che nella sua parte più fantasy ricorda parecchio un serial televisivo tipo C'era una volta, e sembra quasi una sceneggiatura già servita in tavola per qualche futura serie tv o trasposizione cinematografica.

I titoli dei capitoli descrivono in toto cosa accadrà togliendo del pathos alla narrazione, ed alleggerendola alquanto, ed è un po' un bieco tentativo di dare pepe ai capitoli cercando di trasmettere curiosità nel proseguo.
Personalmente è una scelta che trovo alquanto discutibile, e che in qualche modo sottovaluta il lettore, anche un giovanissimo.
Il romanzo è condito da alcune illustrazioni molto carine.
Andiamo un attimo di sinossi e parliamone meglio:

Charlie Reade è un diciassettenne come tanti, discreto a scuola, ottimo nel baseball e nel football. Ma si porta dentro un peso troppo grande per la sua età. Sua madre è morta in un incidente stradale quando lui aveva sette anni e suo padre, per il dolore, ha ceduto all'alcol. Da allora, Charlie ha dovuto imparare a badare a entrambi. Un giorno, si imbatte in un vecchio – Howard Bowditch – che vive recluso con il suo cane Radar in una grande casa in cima a una collina, nota nel vicinato come «la Casa di Psycho». C'è un capanno nel cortile sul retro, sempre chiuso a chiave, da cui provengono strani rumori. Charlie soccorre Howard dopo un infortunio, conquistandosi la sua fiducia, e si prende cura di Radar, che diventa il suo migliore amico. Finché, in punto di morte, il signor Bowditch lascia a Charlie una cassetta dove ha registrato una storia incredibile, un segreto che ha tenuto nascosto tutta la vita: dentro il capanno sul retro si cela la porta d'accesso a un altro mondo. Una realtà parallela dove Bene e Male combattono una battaglia da cui dipendono le sorti del nostro stesso mondo. Una lotta epica che finirà per vedere coinvolti Charlie e Radar, loro malgrado, nel ruolo di eroi. Dal genio di Stephen King, una nuova avventura straordinaria e agghiacciante, una corsa a perdifiato nel territorio sconfinato della sua immaginazione.

Io sono un uomo di mezza età, e probabilmente non la persona indicata per parlare di un libro simile.
Probabilmente quest'opera è adattissima per un lettore giovanissimo, che si sta approcciando al mondo letterario, ed anche un ingresso leggero alla narrativa del Re.

Quello che posso fare io è mettere questo testo in parallelo ad altre opere dello stesso tenore già pubblicate da King, tipo Il talismano o Gli occhi del drago.

Beh, Il talismano è molto meglio, soprattutto nella parte ambientata nel reale, mentre con Gli occhi del drago un po' di gara c'è, se non altro per quel che concerne il percorso narrativo, che benché molto citazionista e derivativo, è comunque molto meno circoscritto di quello de Gli occhi del drago, sebbene è giusto dire che a livello di trama, Gli occhi del drago sia quantomeno meno prevedibile, finale a parte che in entrambi i casi indirizza il lettore verso un percorso netto e orizzontale, come è normale che sia in un'opera fiabesca di questo tipo.

Parlare della trama non so quanto può aver senso in un libro di questo tipo, la parte ambientata nel mondo reale è coesa e coerente, Charlie è un personaggio a cui King si sforza di dare un minimo di sfumatura per non farlo apparire troppo perfetto, e le motivazioni che lo spingono verso l'avventura sono un po' aleatorie, ma accettabili.

Carino il rapporto che lo lega al padre, e il rapporto che costruisce con il misterioso, burbero e schivo Bowdicht e il suo cane Radar.

In generale carino è l'aggettivo più indicato per definire questo libro.

La parte fantasy è molto più convenzionale ed il percorso on the road alla scoperta di un nuovo mondo ricorda molto Oz, Alice, ed altre opere dai contesti simili.
Ci troviamo nel più classico dei percorsi dell'eroe con tanto di principessa da salvare o comunque aiutare.

Carine anche le citazioni ad opere come Il popolo dell'autunno di Bradbury ed alla narrativa lovecraftiana con tanto di architetture non euclidee o mostruosità che ricordano Cthulhu.

La mia parte preferita è quella della prigione, in cui King ci catapulta in una battle royale che tanto ricorda l'omonimo film, Hunger games o altri prodotti similari.

In definitiva direi che Fairy tale sia un buon libro, ma che aggiunge poco o nulla al genere.
Vale il prezzo a cui viene venduto?
La storia è un po' banalotta, ma ha delle illustrazioni carine, ed una bellissima copertina.
Va preso per quello che è, ovvero una fiaba dark per ragazzi.
C'è chi obietterà che non se ne sentiva il bisogno e che King si è ammorbidito, probabilmente è vero, ma nessuno può vietare a King di cercare di raggiungere nuovo pubblico e nuovi palcoscenici.

Mi inserisco tra coloro che si aspettavano un'opera più adulta, ma non sarò tra coloro che boccia un libro solo perché non appartiene al target di riferimento.
D'altronde già la quarta di copertina è abbastanza esplicativa.
Certo, per quel che concerne il genere, ho preferito altre opere di King, ed anche altre di alcuni altri romanzieri del genere, tipo Neil Gaiman, ma non mi sento di sconsigliare questo libro, se si è consapevoli a cosa si va incontro.

Ho avuto due soli problemi con questo libro: Il primo è relativo al percorso di Charlie ed alla sua trasformazione in un principe delle fiabe con tanto di capelli ed occhi che cambiano colore.
E' una forzatura talmente enorme che credo nasconda un sottotesto, magari una presa in giro di qualche tipo che non ho colto.

La seconda è figlia del genere fiabesco, ovvero che è talmente orizzontale, che ad un certo punto diventa anche superflua la lettura per quanto è prevedibile il narrato, tanto che le ultime cento/centoventi pagine le ho lette un po' a fatica.

Per chiudere questo post e non farlo sembrare chilometrico, Fary tale è un'avventura in chiave moderna che ricalca stilemi narrativi già conosciuti, ma approcciati dalla fervida immaginazione di Stephen King.
C'è qualche brividino qua e là, tipo la scena con i topi, o gli scarafaggi giganti dei capitoli iniziali o la battle royale nella prigione, ma in generale è un romanzo adatto a tutti.

Probabilmente lo dimenticherò presto come accaduto con gli altri ultimi romanzi di Steve, ma se avessi avuto quindici, ma anche vent'anni, probabilmente questo libro mi sarebbe piaciuto di più.

Non è un brutto libro, ma non è nemmeno il ritorno tanto atteso alle atmosfere che tutti i vecchi appassionati faticano a ritrovare nelle opere del Re.
Forse e dico forse, perché King non parla più a noi, perché in fondo ci tiene già in pugno, puntando alla nuova generazione di lettori.

Alla prossima!







giovedì 29 settembre 2022

Julia - Peter Straub

Di solito non sono uno che partecipa alle manifestazioni social da cordoglio quando muore un vip di qualsiasi tipo, però sono rimasto alquanto stranito dal fatto che Peter Straub sia deceduto proprio nel periodo in cui io stavo leggendo un suo libro.

Ovviamente quando si tratta di un artista, mi dispiace sempre e comunque, anche perché la scrittura è un mestiere senza età, e Straub, tutto sommato, poteva avere ancora un bel po' di anni davanti.

Mi consola il fatto che io ancora abbia delle sue opere da leggere, ed anche il mese di ottobre, mi vedrà impegnato con un altro suo romanzo, Koko.

Torniamo all'oggetto del post, ovvero Julia.

Cosa dire: L'edizione è quella classica della Fabbri che ormai ho imparato  a conoscere bene.

L'ho pescata su Ebay a poco più di 5 Euro, ed è un'edizione del 1994.

Come molte delle opere passate di Straub, credo che sia nel limbo dei fuori catalogo, ma ad onor del vero, circola parecchio nel circuito dell'usato.

Il prezzo oscilla molto, ma prima o poi, delle copie a buon prezzo saltano sempre fuori.

Com'è Julia?

Andrei volentieri di sinossi, ma in italiano non ne ho trovata alcuna.

Facciamo senza, e proverò ad infarinarne una di mio, parlando un po' di più della storia.

Julia è innanzitutto un buon ingresso alla narrativa di Straub.

E' un romanzo molto più corto degli altri, in quanto conta circa 245 pagine, è stato scritto prima di Ghost Story e Il drago del male, ed è molto meno complesso ed ambizioso in termini di trama.

Semmai è solo molto più contorto, e si basa unicamente sugli stati d'animo dei personaggi, che cambiano psicologicamente più e più volte in corso d'opera.

Non manca ovviamente il soprannaturale.

Se dovessi trovare delle similitudini con altri romanzieri, mi vengono in mente Shirley Jackson ed Henry James in particolare, e soprattutto Ramsey Campbell, soprattutto per la natura molto ondivaga e straniante dei personaggi principali.

Julia è un po' un dramma familiare che si interseca con la più classica delle storie di fantasmi.

E' sorretto praticamente da quattro personaggi, ed i due principali sono una coppia di nome Julia e Magnus, più il fratello e la sorella di lui, che avranno un ruolo determinante nonché molto subdolo nella storia.

Julia e Magnus si separano dopo un lutto familiare.

La loro figlia, una bambina, muore soffocata a tavola, davanti ad entrambi i genitori, che nel tentativo di salvarla le praticano una tracheotomia.

Questa scena non ci viene raccontata esplicitamente, così come non ci viene raccontato chi sia dei due a praticare questa mossa disperata, ma resterà nell'aria per tutto il romanzo attraverso simbolismi vari, tra cui uno molto significativo che racchiude la scena più bella e potente del libro.

Julia per la disperazione lascia la casa ed il marito e si trasferisce altrove.

Magnus uomo forte, un po' passivo/aggressivo non si rassegna alla fine del suo matrimonio e segue la moglie pedinandola e stalkerandola, praticamente.

In più Julia va a vivere in una casa in cui accadono delle strane cose, e fa la conoscenza di una bambina, che tanto gli ricorda sua figlia, ma che si comporta in modo strano, poco consono per la sua età, e che sembra evitata dagli altri bambini.

Come dicevo all'inizio l'horror si mischia al dramma familiare.

I quattro personaggi principali sono piuttosto contorti, ed al di là dell'eleganza dello scritto, e dei bei dialoghi, non sempre si comportano in maniera coerente.

Certo, Straub ci gioca con questa cosa e li mette al servizio della storia, ma per tutta la durata della storia, non sapremo se ci sono o ci fanno.

E' bravo l'autore a farci dubitare di tutto e di tutti, anche della sanità mentale di Julia, in più punti, ed anche i rapporti tra i personaggi sono piuttosto complessi e morbosi, anche tra fratello e sorella, per dire.

Horror e dramma familiare non si sempre si intersecano benissimo, ed a volte si ha l'impressione che i personaggi cambino fin troppo spesso in corso d'opera.

Non lo so, non mi ci sono raccapezzato moltissimo con questi personaggi, che sì, sono interessanti per le numerose sfaccettature, per gli intrighi ed i segreti che nascondono, ma che davvero si comportano in maniera troppo contorta.

E' un romanzo in cui è molto forte l'intreccio, forse troppo.

Mentre la parte horror è molto più sottile ed intrigante, e la bambina protagonista, è veramente inquietante.

In sostanza è un buon horror, con delle atmosfere gotiche non originalissime, ma comunque molto impattanti, ma che allo stesso tempo ha dei personaggi un po' troppo esacerbati, cioè, per qualcuno di loro possiamo mettere in dubbio che siano sotto l'influsso della possessione e del male, e Straub con questo ci va a nozze per tutto il libro, però sono troppo in balia della storia, secondo me.

Basta vedere lo stesso Magnus: a volte sembra un incel, a volte sembra sinceramente preoccupato per la moglie,  però poi fa il pazzo geloso entrando in casa di nascosto o picchiando i vicini, a volte sembra ancora sinceramente innamorato, e uno, due capitoli dopo, vorrebbe internare la moglie ed intestarsi tutti i beni.

E non è solo lui, ma tutti i personaggi sono così.

E' un romanzo di una incoerenza collettiva.

Comunque, secondo me, merita, soprattutto per la parte horror, e per quell'inquietante bambina, che un po' ne ricorda un'altra che apparirà nel romanzo successivo di Straub, ovvero Ghost Story.

Personalmente ritengo Straub uno scrittore che meriterebbe molto più successo, e mi auguro che prima o poi Julia venga ristampato.

Perché al di là dei personaggi un po' troppo sopra le righe, è comunque una bella storia, che lascia anche più di un brivido.

Il primo incontro di Julia al parco giochi con la bambina, vale da solo l'intero romanzo.


Alla prossima!