lunedì 17 giugno 2019

X- Men - La Saga Di Fenice Nera

" Osservate la nascita di una Dea!"

Non molto tempo fa, feci un post dedicato alla passione che durante l'adolescenza nutrivo per il fumetto degli Incredibili X-Men, un amore durato almeno un decennio.
Il mio unico grande rimpianto di quei tempi era di non aver avuto mai la possibilità di leggere la saga che viene considerata tuttora come un caposaldo degli uomini x e dell'universo Marvel in generale, quella della Fenice Nera.
Oggi rimpianto non è più.

La saga è stata ripubblicata in un formato economico in allegato con la Gazzetta Dello Sport in concomitanza con l'uscita dell'omonimo film al cinema, e mi ci sono fiondato sopra come un falco.

E' una saga bella come tutti dicono?
Per me è un Nì.

Spero di non farne un poema, ma va fatta una premessa.
Gli X-Men non sono più al centro del mio universo, come lo erano ai tempi della mia adolescenza. Io sono cambiato, cresciuto ed i miei gusti sono relativamente diversi.
Un'altra cosa da dire è che io sono cresciuto leggendo le storie di Chris Claremont successive che vedevano alcuni degli stessi personaggi inseriti però in un contesto più cupo e graffiante, i cui semi comunque vengono piantati proprio nella saga di Fenice Nera.
Allo stesso tempo nonostante io sia cresciuto e non apprezzi più alcune delle dinamiche supereroistiche ho apprezzato enormemente la rilettura dei numeri in mio possesso della serie regolare a firma di Claremont/  Romita Jr./ Mark Silvestri, Jim Lee, ecc.ecc. ( in pratica i numeri che vanno dal numero 8 al numero 50).

Quindi cos'è che mi spinge a non apprezzare del tutto le storie di Claremont/Byrne pur riconoscendone la bellezza?
La costruzione di alcuni personaggi e proprio dei due protagonisti della storia in primis ovvero Ciclope e Jean Grey alias Fenice.
Due personaggi che sembrano tra le righe non essere apprezzati dal loro scrittore stesso.
Fossero vissuti al giorno d'oggi Jean e Scott probabilmente avrebbero un profilo in comune su Facebook e non parlerebbero mai in maniera individuale ma solo come coppia.
A volte si ha la sensazione che la funzione di Jean Grey nelle storie sia quella di essere salvata e di lanciarsi in una pomiciata finale con Scott.
I pensieri e le parole della Jean pre-fenice nera? " Oh, Scott."
Manca solo che Chris gli mettesse in bocca: " Baciami, mio virile maschione."
E nella parte iniziale della saga che funge da prologo alla storia, tutto questo accade veramente, anche se il protagonista non è Scott. :-P

Scherzi a parte, il rapporto tra i due protagonisti è qualcosa di terrificante, al limite del patriarcale, ed è molto forte la differenza con le x-girls successive di Claremont solo pochi anni dopo.

La saga di Fenice Nera permette a Jean di scoprire la propria individualità e la propria forza rimanendone soggiogata in quella che è a tutti gli effetti una tragedia Shakespeariana in chiave cosmica.
Fenice Nera passa al lato oscuro, distrugge un intero sole provocando la morte di miliardi di esseri viventi, come mai nessun supercattivo era riuscito a fare.
Le ultime 60 pagine di questa storia sono stupende, disegnate con perizia ed arguzia da John Byrne e che mettono gli stessi X-Men in mezzo ad un dilemma etico e morale sul permettere o meno alle razze aliene Skrull e Kree di processare ( in maniera sommaria ) Fenice o meno.

Oltre Jean che finalmente non è più succube del suo rapporto con Scott, è molto emblematica ed interessante la figura del Professor X che Claremont e Byrne ci mostrano in una versione molto più arcigna e dispotica del solito, forse perché ormai non più in grado di essere padre/padrone dei suoi ragazzi che ormai cominciano a prendere decisioni autonome.
Il finale è storia.
Anche se nei fumetti il the end è quasi mai per sempre.

Da ex lettore di fumetti il mio è un Sì acclarato, soprattutto per quel che concerne le ultime 60 pagine.
C'è da dire che tutto il prologo della vicenda, con le scaramucce con Il Club Infernale, è un racconto ben narrato ma molto sui generis per quel che concerne il plot narrativo supereroistico.

Insomma è una saga che son felice di aver letto e che entrerà a pieno titolo nella mia libreria, ma non è il Claremont che io amo di più.
Però lo sapevo già che sarebbe stato così, quindi il mio è un giudizio di parte e per ciò da prendere con le molle.
La saga della Fenice Nera andrebbe letta, perché merita.




Alla Prossima!





giovedì 30 maggio 2019

Il cinema fantasy per ragazzi è fermo a trent'anni fa

Partiamo da una premessa: oltre ai film per ragazzi anni '80 che oggi vengono venerati in tutte le salse pop e nerd, chi è cresciuto come me nell'epoca pre-millennio, ha un percorso visivo fatto da innumerevoli film per giovincelli mandati in onda su Italia Uno nei torridi pomeriggi estivi alle 14 di pomeriggio.
Erano spesso film di avventura davvero senza pretese, con dei ragazzini improbabili che salvavano il mondo, inventavano cose, vivevano avventure di ogni tipo, ecc.ecc.
Con questo voglio dire che quel cinema non apparteneva solo ai vari Spielberg, Donner, Dante e tutti i cineasti che amammo all'epoca, ma anche ad onesti registi votati solo all'intrattenimento.
Quindi non tutto fu vera gloria.



Questa mia passione per il cinema per ragazzi di stampo fantasy/avventura mi è rimasta ancora, ed infatti tendo a vederne ancora molti.


Aggiungi didascalia
Anche se ormai non ho più i filtri adatti per poter apprezzare questo tipo di cinema che strizza l'occhio alle nuove generazioni, com'è giusto che sia. La mia idea è che però ci sia una svalutazione e una sottovalutazione verso il ragazzino quasi senza pari in questo periodo.
A parte l'estetica, quasi tutti i film che trattano di ragazzini, li trovo piuttosto apatici, piatti e privi di qualsiasi sfumatura di approfondimento psicologico.
In pratica per gli autori odierni la combo del genere fantasy/romanzo di formazione deve essere spogliata dell'una o dell'altra cosa, e soprattutto deve scimmiottare in toto i cliché anni '80 mischiandoli ai generi di consumo odierni.

Di recente ho visto un po' di film appartenenti a questo filone, e gli ultimi due in particolare hanno accentuato la mia convinzione che nella maggioranza dei casi non esiste nessun elemento di riflessione se non trattato in maniera ermetica e manichea.

Mi chiedo il perché di questo appiattimento culturale, che fa si che i giovanissimi non possano aver un cervello pensante e non possano porsi delle domande, commuoversi o emozionarsi, se non per le tute Adidas, qualche sderapata in bicicletta, una battuta o due su un qualsiasi videogame degli ultimi anni o qualche balletto tipo la dab dance.

Poi però mi ricordo di quei film che vedevo sul divano alle 14, con l'odore del caffè che arrivava dalla cucina, sorbendomi scene discutibili ed assurde e pubblicità della Bilboa o della Mattel e mi viene da stare zitto, perché a quell'età a me quei film piacevano.

Insomma a volte ho l'impressione che il cinema per ragazzi sia fermo a trent'anni fa, e che per molte cose stia persino regredendo.

Da una parte comprendo l'intrattenimento per ragazzi odierno compresso da un politicamente corretto che più strenuo non si può anche se cercano di nasconderlo con l'ausilio di qualche parolaccia o battuta sul sesso, ma dall'altra parte con i mezzi odierni un minimo di scrittura più approfondita sarebbe lecito attendersi.

I libri da questo punto di vista sono un altro mondo, e non capisco perché non potrebbe esserlo la scrittura cinematografica ( già le serie sono un altro discorso ) per ragazzi.

Oppure sono solo paranoie mentali dettate dal fatto che adesso vedo questi film con gli occhi da adulto e non con il cosiddetto fanciullino dentro.
Chissà.










domenica 12 maggio 2019

La minoranza silenziosa

Quando frequentavo la scuola elementare mi ricordo che i maestri quando non eravamo impegnati a studiare o fare qualche dettato, ecc.ecc. nei momenti di pausa si inventavano questa cosa del gioco del silenzio, dove in pratica dovevamo stare zitti e chi ci riusciva di più ne usciva vincitore morale, ed in quel modo ci tenevano tranquilli fino al suono della campanella o fino a quando volevano loro.

Quando leggevo fumetti mi ricordo sempre che il redattore della pagina della posta cercava di spronare coloro che chiamavano la maggioranza silenziosa a prendere carta e penna per invogliare il lettore a scrivere e far sapere la loro sulle storie pubblicate o su curiosità varie ed eventuali sulla testata o la casa editrice o anche perché no sulle loro vicende personali.

Insomma una volta dovevi essere invogliato a partecipare, e quando leggevo le pagine della posta di qualsiasi fumetto, settimanale, quotidiano o vattelapesca, pensavo che in fondo ammiravo queste persone che mostravano un certo coraggio a metterci la "penna", davanti a tanti occhi che avrebbero letto la loro lettera.

Internet ed i social in particolare hanno ribaltato questa cosa.
Oggi sono più quelli che partecipano che quelli che stanno in silenzio, e la maggioranza silenziosa è diventata di fatto una minoranza silenziosa.

Pensiamoci bene, a meno che non si abbia una certa età penso che quasi tutti abbiano almeno un profilo da qualche parte che sia su Facebook, Twitter o Instagram.

Ci hanno fatto credere che la nostra opinione conta qualcosa e di fatto ormai tutti quanti siamo diventati tuttologi.
Ne ho un po' le palle piene di questa cosa.
Ed infatti è un bel po' che ho perso la voglia di partecipare, persino di leggere, come se in un certo senso mi sia un po' stancato della rete in generale.
Tanto che mi verrebbe voglia di rivendicare il mio diritto al silenzio.
Sto di fatto diventando un fautore ed un membro effettivo della minoranza silenziosa, proprio perché a parte qualche blog faccio fatica a trovare oasi di pace nella rete odierna.

Per un po' ho pensato potesse essere Instagram, ma non mi ritrovo in molti dei suoi aspetti.
Sarà che non sono un tipo socievole e di bell'aspetto ( non è questione di bruttezza, ma per limiti d'età e di mancanza di fotogenia vedermi non è una bella cosa ), ma non sono una persona che ama mostrarsi e partecipare attivamente alla piattaforma, e di fatto questo rende la mia presenza un po' inutile.
Ed in più è un posto dove è troppo labile il confine tra merito, verità e sponsorizzazione.

Insomma se in questo periodo non ho scritto è perché certe volte penso di avere voglia di suicidarmi virtualmente.

Talvolta mi sento troppo vecchio per queste cazzate.

Non posso non invidiare coloro che ancora alla mia età riescono ad interessarsi veramente e con partecipazione a robe nerd o pop, non che io non me ne interessi, ma non riesco ad esaltarmi ed ad avere quell'entusiasmo vero o presunto che hanno tutti quanti per l'ultimo film Marvel, per GOT o per chissà cos'altro.
Cioè faccio fatica a trovare la voglia di parlarne, anche perché ormai lo fanno tutti di tutto.
Ha senso parlare di un libro dopo che migliaia di altri lo hanno fatto sui loro blog, sui loro profili, su Goodreads o su Anobii?
Ha senso fare a gara su chi pubblica prima la recensione di un film, di un giocattolo o dell'ultimo episodio dell'ennesima ed imperdibile serie televisiva?

La rete sta diventando una roba da Mass Market, un agglomerato fatto di persone che vendono tutti le stesse cose.
Spesso le loro idee e persino la loro vita.

Ma questo non è altro che lo sfogo momentaneo di un altro me, forse quello più lucido e vero, perché vedrete che il mio io virtuale mi convincerà ancora a battere le dita sulla tastiera e scrivere ancora ed ancora di vite su carta e di vite vere o presunte.
Fino al prossimo oblio virtuale.
O quello vero,
chissà.




mercoledì 17 aprile 2019

Il Talismano - Stephen King/Peter Straub

Il Talismano è una delle prime opere che ho comprato di Stephen King ed è anche una di quelle a cui sono più affezionato.
A quel tempo non ero ancora un lettore di libri, ma mi barcamenavo tra letture di fumetti americani e manga e bazzicavo esclusivamente le edicole.
In quel periodo però alcuni romanzi di King uscirono in un formato ultra pocket in edicola e me li accaparrai tutti ed Il Talismano era tra costoro.

Scritto a quattro mani da Stephen King e Peter Straub ( scrittore inglese noto soprattutto per il bellissimo Ghost Story ) nel 1984 doveva essere il primo di una trilogia, a cui seguì successivamente La Casa Del Buio pubblicato nel 2001, ma che non ha mai visto l'uscita del terzo ed ultimo capitolo, annunciato più volte dai due autori, ma mai scritto.
Per fortuna questa saga è principalmente composta da romanzi autoconclusivi e quindi potrebbe chiudersi tranquillamente anche senza il terzo capitolo.
Steven Spielberg è da molti anni che ne detiene i diritti per trarne un film, ed è notizia di questi ultimi mesi che il film dovrebbe essere entrato in pre-produzione, anche se lui dovrebbe solo fungere da produttore.

Il Talismano è un romanzo molto particolare che attinge un po' da tutti i generi ed è pieno di omaggi e cliché narrativi, ma che nonostante ciò funziona benissimo.
Ed è anche un bel tomone di più di novecento pagine anche in formato pocket.

Forse il genere a cui più si avvicina è il New Weird, ma oggi passerebbe tranquillamente per un romanzo Young Adult.


Ma andiamo di sinossi:

" Jack Sawyer ha dodici anni. Sua madre sta morendo e solo lui può vincere il suo male incurabile. Ma per farlo deve affrontare un lungo viaggio nei Territori, mondi paralleli misteriosi ed inquietanti, in cui tutto ciò che accade si ripercuote sulla nostra realtà. Forze demoniache vogliono impadronirsi del talismano, leggendario cristallo dai poteri magici, ma Jack sta per incontrare qualcuno che può aiutarlo...
Una storia fantastica e agghiacciante in cui l'eterna lotta tra il bene e il male si ripetono in un crescendo di paura e tensione."

La sinossi del romanzo è un po' ingannevole e poco chiara, ma è il romanzo stesso pur nella sua semplicità narrativa a sfuggire ad una catalogazione precisa.

Come ormai ben sanno coloro che mi conoscono, vengo facilmente sedotto dal tema della ricerca e dalle trame on the road, anche quando si tratta di viaggi verso altri mondi ed altri luoghi.
Se a tutto ciò ci uniamo l'horror, il fantasy, un pizzico di fantascienza come in questo caso, e un protagonista ragazzino che va a combattere contro il male, vado letteralmente in solluchero.

Il Talismano è tutto questo, anche se Straub e King attingono anche dai romanzi di formazione e di avventura tipiche della vecchia narrativa ( il prologo e l'epilogo che si aprono e si chiudono con delle frasi di Mark Twain, non credo siano stati messi a caso ).
Aggiungiamoci il fatto che Jack fa di cognome Sawyer e l'omaggio appare piuttosto chiaro.

Il peregrinare di Jack "viaggiante" Sawyer viaggia tra due parallele, quella fantasy e quella narrativa da romanzo di formazione.
Quest'ultima parte è quella che preferisco e che offre più spunti, ma anche nei suoi cliché narrativi figli del genere, la parte fantasy appare suggestiva ed intrigante.

Certo, le argomentazioni sono topoi tipici: l'oggetto da recuperare e da portare da un posto all'altro che ti dona potere e ti assoggetta con omaggi clamorosi ad Il signore Degli Anelli e Il Leone, La Strega e L'armadio de le Cronache Di Narnia, mondi paralleli con il più classico degli effetti farfalla, ed un nemico che più cattivo non si può, senza nessuna sfumatura e pietà nemmeno nei confronti del proprio figlio.
Pur essendo un romanzo prolisso e piuttosto descrittivo, la parte ambientata nei territori non è scenograficamente molto delineata tanto da risultare quasi più un percorso a tappe da un punto ad un altro senza chissà quale approfondimento.
Alla fine è un recupera l'oggetto x per salvare la regina y e poco più.
Suggestivo, invece, è il tema del doppio, in questo caso il proprio gemellante nel mondo dei territori, anche se rimane comunque un tema molto aleatorio nella storia.

Molto più interessante è il viaggio di Jack nelle lande americane dall'est all'ovest in un vero e proprio peregrinare on the road non privo di pericoli e peripezie, specie per un ragazzino di 12 anni che si avventura senza soldi accettando passaggi e lavori da sconosciuti.
Certo, lo stile della narrazione anche nei momenti più bui si mantiene quasi delicato, come se il ragazzo avesse sempre il controllo della situazione.
E' molto forte, direi quasi determinante il tema della predestinazione, e come in un buon fantasy che si rispetti è molto fondamentale la sospensione dell'incredulità e accettare l'idea che un ragazzo come Jack si comporti e ragioni quasi come un trentenne.
Straub e King riescono comunque ad inserire anche temi molto forti come lo sfruttamento minorile, molestie sessuali e persino temi come il bullismo e la violenza nei riformatori.

E' questo il grande pregio di questo romanzo, quello di riuscire ad intersecare in maniera abilissima i temi classici dei racconti di formazione con quelli tipici del fantasy anni '80.

Infine una nota sui personaggi, quasi tutti tridimensionali.
Sia quelli che accompagneranno Jack nel suo peregrinare come Richard e Lupo ( un lupo mannaro davvero peculiare, e protagonista di alcuni dei migliori passaggi del romanzo ) che quelli negativi come Morgan Sloat ed il reverendo Gardener, e fa specie in questo caso che quest'ultimo che è un sottoposto, sia molto più inquietante del suo viscido capo, che al di là della sua cattiveria, appare persino un po' patetico.

Il Talismano è un'opera che mi è piaciuto rileggere e che ho apprezzato come la prima volta.
Direi che porta bene i suoi anni e che mantiene ancora intatta la sua lucentezza.
E' sempre interessante leggere un romanzo scritto a quattro mani e chiedersi poi di chi è dei due il merito dei passaggi che più si apprezzano.
La mano di King in alcune cose è riconoscibilissima. C'è molto de La Torre Nera ( ed infatti il libro appartiene a quell'universo narrativo ) ed alcuni aspetti della storia sono persino sovrapponibili e similari a quella saga, ed anche il finale è in puro stile King.
Dite che quest'ultima non è una buona notizia?
In effetti...ma comunque è un finale giusto, soprattutto in opere del genere.

Adesso mi è venuta voglia di rileggere anche il secondo atto di questa saga, che come è giusto che sia trattandosi di un protagonista ormai adulto, vede dei toni più cupi e più turpi, ma ne parlerò successivamente, se la storia mi stimolerà abbastanza.

Il Talismano è un romanzo che consiglio senza riserve, soprattutto a coloro a cui piacciono i fantasy vecchio stile, con un occhio nel mondo reale.
Possiamo definire questa storia una solida e valida alternativa a La Storia Infinita.
Andrebbe riscoperto e letto il più possibile, e sono convinto che il film prossimo venturo, potrà dare una piccola spinta ad una eventuale riscoperta di un'opera che meriterebbe più credito.
Specie in un momento storico come questo in cui lo Young Adult è un genere molto diffuso.

P.s: in U.S.A ne fu tratto persino un fumetto nel 2009 che naufragò prematuramente.


Alla Prossima!











giovedì 28 marzo 2019

Non è un paese per vecchi...scrittori!

Provate a scrivere The Haunting of Hill House su Google e scoprirete che nella ricerca uscirà prima la serie che il romanzo di Shirley Jackson da cui è tratto ( in italiano il giochetto non funziona perché il titolo della serie è stato ridotto ad Hill House).
Ho fatto questa prova qualche tempo fa, perché mi ha stranito e sconcertato che molti lettori odierni che bazzicano sui social più diffusi non conoscessero minimamente l'autrice.
Mi ha lasciato stranito ancora di più il fatto che la stragrande maggioranza ha preferito la serie al romanzo d'origine, che è stato definito più volte palloso e troppo psicologico.
Prima di tutto voglio dire che anch'io ho apprezzato molto la serie, che inevitabilmente è molto più diluita e diversa dal materiale d'origine,  ma che non mi aspettavo questa disparità di giudizio, ed a dirla tutta, nemmeno che fosse così sconosciuta a molti degli attuali lettori odierni che bazzicano sulla rete.
La questione è che oggi si pubblica moltissimo e si pompano sempre di più le uscite prossime ( com'è giusto che sia ) e si crea una sorta di bolla pubblicitaria dove tutti parlano degli stessi libri mentre gli autori del passato non se li fila più nessuno, se non il vecchio lettore nostalgico che magari non ha la stessa forza propulsiva dei blogger e bookstagrammer attuali che vivono di collaborazioni con gli editori.

C'è da dire che con il traino della serie oggi Shirley Jackson è "letteralmente " risorta ed ha visto anche l'uscita di due suoi libri inediti ( uno epistolare e uno di racconti ).
Dovrei essere contento, quindi, che un'autrice che amo, venga letta molto più di prima ( comunque parliamo di un'autrice sempre pubblicata e mai finita nel dimenticatoio grazie ad Adelphi ), ma mi ha spinto ad una serie di elucubrazioni.

Oggi per un lettore odierno è molto facile dire la sua e sputare sui classici del passato in favore di autori più moderni e scorrevoli.
Cioè magari Giovanni Scassapurru che è cresciuto pubblicando racconti su Wattpad e che si è reinventato scrittore horror o young adult potrà essere lo scrittore preferito di una giovane lettrice che allo stesso tempo probabilmente troverà pesante e noioso Dracula, Frankenstein ed altri classici dell'horror.

Tutto ciò è legittimo, ma oggi mi sembra che molti facciano un'enorme fatica a contestualizzare e credo non si abbiano nemmeno i filtri per apprezzare un certo tipo di storie.
Ci si difende appellandosi al gusto personale, perché non si è in grado di assorbire un certo tipo di scrittura e struttura narrativa del passato.
Non si è abbastanza allenati, forse.
Forse perché i classici vengono associati alla scuola ed alle noiose lezioni o alla costrizione di aver dovuto studiare un capitolo dei Promessi Sposi o della Divina Commedia, chissà.

In questo periodo ho letto tre vecchi libri tascabili della Newton e mi è saltato all'occhio che alcune delle soluzioni narrative, lette oggi, risultano scontate ad un lettore navigato o che comunque ha avuto modo di vedere al cinema o in Tv migliaia e migliaia di storie horror, gotiche, fantasy o vattelapesca.

Questo significa che siano opere brutte? Ma quando mai!
Mi sono gustato ognuno dei racconti di Stevenson ed ho apprezzato ogni capitolo del bellissimo I Pirati Fantasma di Hodgson.

Ecco, voglio dire a questi/e giovani virgulti che ciò che oggi per voi è scontato e banale, ha funto da precursore di tutto ciò che leggiamo oggi.

E che senza la Jackson, H.P.Lovecraft, Poe, Hodgson, Mary Shelley e chissà quanti altri, nemmeno  romanzi come After, Divergent e qualsiasi altro romanzo odierno fantasy sarebbe esistito.

Bisogna avere rispetto del passato, così come io rispetto che voi amiate di più Giovanni Scassapurru o Giacomo Carrialanda.





giovedì 21 marzo 2019

Non sono un lettore del mio tempo, ahimè

Ne ho già parlato in un precedente post, ma mai come in questo momento la mia differenza di approccio alla letteratura rispetto alla maggioranza dei lettori è così netta e lampante.
Forse a causa di Instagram che è capace di mostrare più punti di vista in pochi secondi di scrolling e di ascolto.

Quindi mi sono guardato dentro e fattomi un'autopsia intellettuale, mi tocca ammettere che ho dei pregiudizi di base verso la narrativa contemporanea specie per ciò che concerne nuove uscite ed autori emergenti.
Figuriamoci poi se sono italiani.
E' un pregiudizio derivante principalmente dall'ignoranza, dalla mia mancanza di fiducia nel prossimo come autore e dalla poca voglia di rischiare.
Tutto ciò di contemporaneo che leggo, viene comunque da autori che hanno già pubblicato da tempo, ed a parte Ammaniti, Benni, Buzzati e qualcun'altro, la letteratura italiana mi ispira poco o nulla.
Non ci posso fare nulla, sono fatto così.
E' più probabile vedermi in una bancarella polverosa di libri usati che in una nuova fiammante libreria.
Frequento solamente quelle che trattano libri usati a poco prezzo, e quando non ho avuto soldi, non mi vergogno a dire che ho letto libri anche indossando la benda d'ordinanza ( anche se poi li ho recuperati tutti negli anni ).

Ciò di base, mi rende molto diverso da quasi tutti gli appassionati di letteratura che soprattutto su Instagram parlano e mostrano con entusiasmo ( vero o presunto ) tutti i libri in uscita o quelli che gli sono inviati dagli editori.

Mi chiedo a volte cos'ho di così sbagliato e del perché sono fatto così.
Perché mi viene così facile leggere un Urania o un vecchio tascabile Newton che nuovi autori di fantascienza e del fantastico.

Magari chissà un giorno che avrò esplorato tutto ciò che ritengo interessante della vecchia narrativa del fantastico e dell'horror dovrò per forza aprirmi al nuovo ed al contemporaneo.

Fatto sta che oggi non sono un uomo del mio tempo.

Esiste quindi una frangia conservatrice ed oltranzista anche per quel che concerne la letteratura o sono la cosiddetta mosca bianca?
Una mosca come quella del film di Cronenberg, direi.
Il bianco comunque denota purezza, in me come lettore, se sono davvero così, non ne vedo.
Qualcuno obietterà che è giusto che io legga ciò che ritenga più opportuno e nelle mie corde, ma a volte mi domando cosa non vada in me.
Mi sento un lettore con dei limiti oggettivi che non riesco a superare.
Un razzista.
Ecco, l'ho detto.
Sono razzista verso il nuovo, inteso come autore, e me ne scuso.



lunedì 11 marzo 2019

Trilogia Della Frontiera: Cavalli Selvaggi / Oltre Il Confine / Città Della Pianura - Cormac McCarthy

" Passarono e impallidirono sulla terra sempre più buia, sul mondo a venire."

Uno dei temi narrativi da cui vengo sedotto più facilmente è quello della ricerca.
Che sia di stessi, di un oggetto o di qualcosa che non si sa cosa sia.
Datemi un viaggio, degli uomini a cavallo che vanno verso l'orizzonte, un bivacco ed un percorso ignoto, ed io ci sarò.
Datemi gesta di personaggi simili, ed io li leggerò.
Sarò con loro in viaggio attraverso le pagine, sentirò il rumore degli zoccoli dei cavalli mentre sono al galoppo, sarò seduto con loro davanti al fuoco di notte con l'unico rumore del crepitare dei ciocchi di legno e l'ululato dei lupi e dei coyote.

La trilogia della frontiera è tutto questo.
Aggiungiamoci il talento, il realismo e la crudezza di Cormac McCarthy e possiamo fare ciao,ciao con la manina a tutti.

" Dovevo andare " dicevano Sal Paradise e Dean Moriarty attraverso la penna di Kerouac nelle pagine di On The Road, e John Grady Cole e Billy Parham i due protagonisti della trilogia della frontiera " vanno ".
...E forse non tornano più.

Come è ovvio essendo una trilogia la storia si divide in tre parti:

- Cavalli Selvaggi
- Oltre Il Confine
- Città Della Pianura

Tuttavia ognuno dei tre racconti può essere letto anche singolarmente in quanto le vite dei due protagonisti della vicenda si intersecheranno soltanto nel terzo volume.

Tutte e tre le storie sono ambientate nelle zone di frontiera americana al limite ed oltre il confine con il Messico.
Terre spesso aride, brulle e quasi desertiche.
Terre spesso abitate da persone ospitali, ma anche da masnadieri senza scrupoli.

Ci sono delle differenze sostanziali nei due personaggi cardini di questa trilogia.
Nel primo volume il giovanissimo John Grady parte con il cugino senza un vero motivo, alla ricerca di qualcosa di indefinito e intangibile.
John Grady viene descritto da McCarthy come un cowboy dal talento innato capace di dialogare e capire i cavalli come pochi, un romantico disposto a rischiare tutto, anche se stesso, per amore.
Che sia l'amore per Alejandra nel primo volume o di una giovanissima prostituta nel terzo volume.
Proprio l'amore per Alejandra e l'arrivo come compagno di viaggio di un imprevedibile e burrascoso ragazzino rappresentano la chiave di volta del primo capitolo di questa trilogia.
Possiamo in un certo qual modo dire lo stesso del terzo volume, in cui i sentimenti di John Grady sono il fulcro della vicenda.
Nel west l'unità di misura dell'amore è però il piombo.
E ci si fa male.

Primo e terzo sono di fatto i capitoli più snelli e lineari della trilogia, quelli più scorrevoli e per certi versi prevedibili, quasi inevitabili direi.
Se si conosce un minimo chi li ha scritti, almeno.
Di tutt'altra pasta è il secondo volume, francamente il più difficile ed il più lento da leggere, ma che è probabilmente quello in cui si percepisce di più la fatica ed il viaggio.
Si percepisce di più la solidarietà verso lo sconosciuto che ha bisogno, la fame e la debolezza, l'abbandono, anche tra fratelli.
E' il capitolo più ambizioso, ma anche quello più difficile e farraginoso da leggere, specie per lo scritto molto lento e descrittivo di McCarthy.
E soprattutto trovo Billy Parham un personaggio molto più complesso di John Grady, persino più tragico.
John Grady sceglie la sua strada, anche quella più ardua in maniera consapevole, Billy è un personaggio in balia del destino fin dall'inizio.

Il primo centinaio di pagine del secondo volume in cui Billy parte in solitaria a caccia di una lupa che fa razzie di bovini è straordinariamente raccontato da McCarthy in un centinaio di pagine di bellezza pura.
Sono probabilmente le pagine della trilogia che ho amato di più.

Insomma per non perderci in chiacchiere immagino si sia capito che ho amato ogni capitolo di questa trilogia e quindi non posso che consigliarla a chiunque.
Non che ci fosse bisogno della mia approvazione, visto che parliamo di uno dei più grandi scrittori di sempre.
McCarthy mi aveva già conquistato con La Strada e Meridiano Di Sangue e quindi mi aspettavo mi avrebbe colpito anche con questa trilogia, ma non così tanto.

Il mio unico pollice verso è verso l'inevitabilità sentimentale che ai miei occhi da lettore appare scontata e un po' sui generis, ma è proprio una questione di gusto personale, nulla più.
E poi d'altronde chi non ha avuto 16 anni?
Anche i cowboy si innamorano.
D'altronde, uno dei miei eroi, Roland Deschain di Gilead, era un pistolero, l'ultimo della sua specie, e fondamentalmente un romantico.


Alla Prossima!
















sabato 2 marzo 2019

L'ascesa dei Bookstagrammer

Ogni anno le classifiche Istat parlano di catastrofismo per ciò che concerne la letteratura, ed abbondano servizi televisivi o articoli di giornale, in cui vengono fuori numeri impietosi riguardo la letteratura.
Moltissimi leggono giusto un libro l'anno e forse neanche, e spesso coloro che leggono quell'unico libro sono lettori che hanno comprato giusto il libro di Corona, di Wanda Nara o dello Youtuber di turno.
Sono cose lette e risapute, e credo di averle già scritte, forse con il medesimo tono.
La letteratura è sempre stata una cosa di nicchia e spesso viene considerata noiosa ed elitaria.
Gli appassionati, sempre più sparuti, si sono raccolti e sparpagliati in piccoli agglomerati virtuali, ma raramente sono usciti da quella nicchia.
Non che non ci abbiano provato a propagarsi su forum, blog e successivamente sui gruppi di Facebook, ma credo che solo adesso si stiano ritagliando uno spazio importante.
Siamo praticamente entrati nell'era delle/dei bookstagrammer.

Oggi non è raro trovare bookstagrammer che sfiorano le centinaia di migliaia di followers e che sono diventati canali divulgativi molto più importanti di molti blog o dei pochi canali youtube che parlano ancora di libri.
Prima la gente si rompeva le palle di ascoltare un video di dieci minuti su youtube, mentre ora trova piacevolissimo ascoltare le stories di chicchessia.
Internet si sta evolvendo e non sono più i blog o le recensioni su Anobii, Ibs, Amazon e Goodreads a convincere qualcuno dell'acquisto di un libro, ma le migliaia di bookstagrammer ( quasi tutte donne ) che pubblicizzano le nuove uscite o recensiscono un libro.

Evidentemente il libro, più di qualsiasi altro media ( penso al cinema che è un argomento quasi impossibile da portare su Instagram almeno a livello estetico ) si presta a questo social.

Questo ha di fatto "ucciso" o quasi tutti i blog su questo argomento.
Il libro di fatto viene trattato alla stregua di un oggetto estetico da mostrare, quasi si trattasse di una natura morta.
La prerogativa dello bookstagrammer è quello di fare stories su stories dedicate all'unboxing e a mostrare i libri che ha comprato o che si è fatto inviare dall'editore di turno e fare infinite storie in vestaglia, accappatoio o pigiama parlando di Murakami, Elena Ferrante e via dicendo.
Tutto giusto, sia chiaro.
Credo che nel proprio profilo ognuno debba fare e pubblicare ciò che vuole.
A volte però mi chiedo quanto conti il contenuto e quanto conti il fattore estetico.
Credo che su Instagram del contenuto non freghi quasi a nessuno.
Conta più il like sulla foto, molto meno quello che scrivi sotto di essa.
Se scriverai la recensione di un romanzo, stai pur certo che non la leggerà quasi nessuno, otterrai il like se lo scatto è esteticamente valido, ma di fatto, di com'è quel romanzo, interesserà a pochi.
Sarai carne per lo scrolling.
Interessa più il fatto che il libro venga messo accanto ad una pigna, una pianta, una colazione ecc.ecc. che il libro stesso.
Un esempio lo si può fare andando a visitare i blog degli bookstagrammer di successo.
Bellissime recensioni, magari un numero di visite elevate, ma interazione prossima allo zero.
Segno che ormai non è più il contenuto a dominare, ma l'effimero di una stories che scomparirà il giorno dopo o la foto di un libro come oggetto artistico.

In un blog non sarà mai così, non sarà importante come sarai vestito, se avrai dei figli o un gatto accanto, ma conterà solo ciò che scriverai su quel dannato libro.
Ed è per questo che preferirò sempre e comunque un blog ad una recensione su Instagram.
La trovo più vera, più onesta e senza filtri.
Potrai essere antipatico, avere la zeppola ed i capelli bianchi, ma tutto ciò non importerà.
Su Instagram conta più quello che mostri che quello che sei.
Nove volte su dieci nelle stories il libro è solo una scusa per mostrarti e fidelizzare i tuoi follower.

Ed infine vorrei dire una cosa che potrà apparire sessista.
Su Instagram la maggior parte della visibilità per ciò che concerne l'argomento della letteratura lo hanno le donne.
Sono pochissimi gli uomini che ottengono successo ed interazioni.
Forse noi come uomini facciamo fatica a metterci in gioco, ma è un dato di fatto che sono le donne a dominare la piattaforma.
I pochi uomini che ci sono tranne in qualche caso, fanno successo più perché hanno un approccio da caratterista che da recensore.
Non che ci sia nulla di male in questo, ma credo che ci sia una sproporzione piuttosto evidente dettata dal fatto che molte bookstagrammer siano oggettivamente molto belle e il loro parlare risulta più gradevole ed incisivo, quantunque spesso appaiono quasi come delle pubblicitarie o delle inviate televisive da salotto.

A conti fatti specie quando si tratta di nuove uscite, non sai mai quanto quel libro sia una marchetta o una lettura che il bookstagrammer di turno consiglia con sincerità.

Arrivati alla fine non voglio che passi il messaggio che io sia contrario o invidioso del successo delle bookstagrammer.
Tutt'altro.
Seguo molte di loro e penso che alla fin fine l'importante è che si parli di libri.
Grazie a molte bookstagrammer  ho scoperto nuove storie e nuovi romanzieri, quindi di fatto le ringrazio.
E aldilà di ciò che penso di come venga trattata la letteratura su quella piattaforma, non si può che accettare il fatto che il mondo virtuale si sta evolvendo e che chi non cambia è perduto.
Amo e amerò sempre i blog, ma se per conoscere e scoprire nuovi autori e nuove storie, dovrò anche sorbirmi donne e uomini in pigiama che parlano di libri dal loro divano di casa accarezzando il cane, gatto, bambino, fidanzata, fidanzato o il piumone, se tanto passa il convento, lo farò.
Dando sempre però un occhio di riguardo ai contenuti divulgativi che preferisco ancora usare, righe di testo in primis.

La parole dette durano un attimo, quelle scritte possono durare anche millenni.

Alla Prossima!











martedì 19 febbraio 2019

Gli Incredibili X-Men

Fu durante un fine pomeriggio invernale datato marzo 1992 che mio fratello si presentò a casa con quell'albo che sarebbe divenuto il primo di una lunga serie che durò dieci anni.
Dieci anni d'amore incondizionato, ma che come molte storie d'amore finì per stanchezza, abitudine ed anche per una mia lenta, ma inesorabile disaffezione per i fumetti Marvel.

Nonostante io in questi ultimi anni abbia venduto gran parte delle collane Marvel collezionate in quel decennio, non ho mai preso in considerazione l'idea di vendere la mia collezione di storie degli uomini x, ci sono ancora troppo legato.
All'epoca iniziai la collezione con il numero 20, ma con il tempo sono riuscito a recuperare anche molti altri numeri, quindi di fatto la mia collezione nasce dal numero 20, ma inizia con il numero 8 della serie regolare.
Quest'estate in un periodo in cui ero orfano di libri e di letture, mi sono messo di buona lena a rileggerne molti numeri e mi sono accorto di una cosa: i miei gusti nel frattempo sono cambiati, ma non è cambiato l'amore che nutro per molti numeri di quella collana.
E' cambiata però la mia visione per ciò che concerne buona parte delle storie del (primo) dopo Claremont ovvero quel periodo che va dal numero 51 della collana fino al mio abbandono che avvenne con il numero 131 della serie, che nel frattempo aveva cambiato numerazione ripartendo dal numero 1 in concomitanza con il ritorno dello stesso Claremont ai testi.
Chris Claremont fu colui che mi ha fatto amare la serie, ma anche colui che contribuì a farmela abbandonare.
Il suo ritorno sulle scene lo trovai statico e piuttosto scialbo ed all'alba di una ventura nuova maxisaga, mollai definitivamente gli ormeggi.

Ecco, io adesso da adulto, le storie di Lee/Portacio/Lobdell/Fabian Nicieza/Joe Kelly/Seagle/Davis faccio fatico a leggerle e disegni a parte le trovo abbastanza anonime.
Siamo distanti eoni dai primi cicli degli X-Men.
Troppe maxisaghe, troppi costumi e muscoli ipertrofici, troppa soap opera e molti dei personaggi vivevano più per i loro trascorsi di coppia che come persone individuali.
Non che non ci siano state delle belle storie ( Lobdell era un bravissimo cesellatore nel delineare alcuni dei membri del gruppo ), ma secondo me c'era molta sboronaggine, troppe love story e molte delle storie partivano con il botto, ma poi si rivelavano una miccetta.
Specie le maxisaghe.

Può sembrare strano tutto questo, perché in un certo senso in quelle storie c'era tutto ciò che doveva piacere ad un ventenne di quel periodo.
La mia idea è che io mi sia stancato di molte di quelle storie perché cominciavo a crescere e forse intuivo che in quel periodo, invece, i miei amati uomini x stessero facendo il percorso inverso, cosa per altro comprensibile, visto che i fruitori principali dovevano essere gli adolescenti.

C'è uno stacco netto tra i temi dei primi 50 numeri e quelli successivi.
Le storie del primo Claremont erano molto più verbose ed adulte, ma c'è da dire che lui è praticamente il padre putativo della testata e che ha avuto molto più tempo di molti altri autori per carburare visto che ne ha scritto le storie per più di un decennio.

Stranamente quelle storie sono oggi quelle che sono più criticate dai lettori odierni delle serie mutanti.
A me sembra inconcepibile, ma non posso entrare nella testa e nel cervello dei giovani di oggi, che avranno stimoli e gusti molto diversi dai miei, com'è ovvio.

Eppure io impazzivo per storie come i due Vitamorte e Lupo Ferito firmate dal duo Claremont/ Barry Windsor-Smith, l'epopea romantica ed ineluttabile de La Caduta Dei Mutanti, tutto il ciclo che ha portato ad Inferno ed alla successiva Dissoluzione & Rinascita.
Ho detto impazzivo?
Impazzisco tuttora per quelle storie.
Ho idea che non me ne separerò mai, almeno per quel che concerne i primi 50 numeri.
E qui lo dico e qui lo nego, che per me, alcune storie di quei numeri, sono più belle persino del tanto acclamato ciclo del duo Claremont/Byrne, ma forse perché quelle storie le ho vissute mentre le seconde le ho lette successivamente.

Alla Prossima!






lunedì 11 febbraio 2019

Autori Che Meriterebbero Di Uscire Dalla Nicchia - James Herbert

Uno dei miei vizi quando qualche domenica vado a girovagare per le bancarelle di libri usati, è quello di sfogliare i vecchi libri dell'Urania o dei tascabili Newton per via del loro prezzo irrisorio.
In una delle ultime sortite mi è capitato tra le mani Il Superstite di James Herbert e me lo sono portato subito a casa.
Era dai tempi in cui lessi La Nebbia all'incirca nel 2012 ( credo di averne anche fatto un post ) che non mi imbattevo in un'opera del buon James, e devo ammettere di averne subito il fascino.
Mi sono subito messo in cerca di altre sue opere e nell'unico negozio di libri usati qui in città sono riuscito a reperire anche L'orrenda Tana che sto leggendo proprio in questi giorni.
Ma andiamo con ordine:

James Herbert che ci ha lasciati nel 2013 è uno scrittore inglese le cui opere virano spesso tra il pulp, il fantastico e l'horror.
Stephen King nel suo saggio Danse Macabre ne parla con affetto, mostrando anche un certo disappunto per il fatto che le sue opere siano spesso considerate di serie b ed appartenenti ad un horror di stampo pulp e grossolano.
E' dello stesso King questa frase: " Herbert non scrive solamente; ma, si mette gli stivali da guerra e va all'assalto del lettore con l'horror."

In questo momento credo che gran parte delle sue opere appartengano al limbo dei fuori catalogo.
Però come dicevo inizialmente, quelle pubblicate in Italia si trovano abbastanza facilmente essendo state pubblicate nella collana degli Urania.
Io per ora ho rintracciato tre libri, ma in catalogo ce ne sono altri due.
Essi sono:

- Nebbia
- Il Superstite
- La Reliquia
- L'orrenda Tana
- Fluke L'uomocane


La sua opera più nota I Topi pubblicata moltissimi anni fa dalla Sonzogno ( di cui L'orrenda Tana ne è il seguito ) è purtroppo introvabile, mentre su Ebay ed affini circolano altre opere cosiddette minori come La Casa Maledetta, La Pietra Della Luna ed Il Sepolcro che mi piacerebbe un giorno leggere.

Per quel che mi riguarda è uno scrittore che mi sta piacendo moltissimo leggere.
E' vero, la sua narrazione è spesso grossolana, ma è scorrevolissima e senza respiro.
Herbert nelle sue storie parte in quarta non disdegnando descrizioni e dettagli crudi e soprattutto un certo umorismo macabro.
E soprattutto lo trovo bravissimo nei dialoghi e nella costruzione delle frasi.
E' uno scrittore veramente piacevole da leggere.
Le sue storie sanno essere divertenti, ma allo stesso tempo agghiaccianti.
L'orrenda Tana che parla di ratti neri mutanti grossi come delle nutrie, mi sta procurando parecchi brividi.
Personalmente lo straconsiglio.
Merita di uscire dal limbo e di essere riscoperto.
E soprattutto merita di essere ripubblicato, magari in un'edizione più moderna ed accurata.



Alla Prossima!


venerdì 25 gennaio 2019

Trilogia Della Pianura : Benedizione / Canto Della Pianura / Crepuscolo - Kent Haruf

La letteratura è ormai una roba di nicchia, persino elitaria, dicono.
Per questo motivo non avrei mai creduto che la letteratura riuscisse a fare breccia su Instagram, eppure è lì  che ultimamente ho scoperto nuovi scrittori e nuove storie.
Se non fosse per alcuni Bookstagrammer o come diavolo si chiamano, forse io e Kent Haruf non ci saremmo mai incrociati.
E' strano tutto ciò.
Ho assistito per anni al tentativo di portare la letteratura su Youtube ed ho visto le interazioni piuttosto risibili rispetto alle parodie ed ai video dei Gamer.
Anche quando a parlare di letteratura erano youtuber dai grandi numeri.
Ho assistito alla scomparsa delle interazioni e dei commenti sui blog che parlano di letteratura, al sempre più esiguo numero di lettori di un articolo scritto, magari da qualcuno che ci ha perso ore ed ore per redigerlo, e poi scopro questo sottobosco su Instagram che ottiene successo, interazioni, commenti, grazie all'ausilio delle stories.
Dovrei esserne contento ed un po' lo sono che ci sia così tanta gente che parla di letteratura su un social di successo, ma ritengo che un post su un blog sia meno celebrativo ed in un certo senso più " vero ".
Ma magari di questo ne parliamo un'altra volta.
Oggi voglio di parlare di Kent Haruf.

Non credevo che questa trilogia mi potesse piacere così tanto.
Eppure ogni volta che ne affrontavo un capitolo non riuscivo a staccarmi a costo di avere mani, braccia e gambe anchilosate per via del troppo tempo perso dietro a questa lettura che mi ha letteralmente ipnotizzato.
In genere sono io a dominare il tempo di lettura, ma questa volta è stato il contrario.

Ambientati nella cittadina immaginaria di Holt, Kent Haruf ci porta dritto dentro la vita ed i pensieri di alcuni specifici personaggi e lo fa con garbo e con sensibilità.
Non sono dei romanzi d'azione ed infatti la lettura è placida e lenta, a volte persino ermetica, eppure allo stesso tempo riesce ad essere tremendamente avvolgente ed intrigante.


Ho amato ognuno dei tre libri di questa trilogia e ne ho amato ogni sfumatura.
Soprattutto mi sono innamorato della cittadina di Holt.
Una cittadina rurale, conservatrice, a volte diffidente e sospettosa e così poco progressista, ma anche ingenua e sensibile.
Per quel che mi riguarda tre romanzi uno più bello dell'altro.
E' assodato che mi procurerò tutti i romanzi scritti da quest'autore. 
Mi è rimasta impressa una delle scritte in retrocopertina:

" Persone insignificanti, ma meravigliose. "

Sono d'accordissimo.
Le vite di cui ci parla Haruf sono storie di vita piuttosto normali, vite fatte di sconfitte e vittorie, difetti e virtù, talvolta buone e talvolta cattive.
Vite normali dedite a faccende normali come allevare il bestiame, dedicarsi alla semina, andare in chiesa la domenica e nei locali a bere il fine settimana o dopo il lavoro.
Storie placide che sembrano vere.
E' una trilogia perfetta?
Direi di no.
Per quel che mi riguarda in qualche caso mi sono ritrovato perplesso per la vacuità di qualche passaggio.
A volte durante la lettura mi è passato il pensiero che forse poteva essere detto o fatto di più, che alcune soluzioni narrative fossero troppo semplicistiche.
Nonostante ciò però non posso che ringraziare Kent Haruf per le emozioni che mi ha saputo regalare.
So che per come ne ho parlato può sembrare una descrizione di serial come La Casa Nella Prateria, però è molto di più.
Haruf sa scrivere e soprattutto sa catturare il lettore.
L'ordine giusto per leggere l'opera è iniziare da Benedizione e poi proseguire con il Canto Della Pianura e Crepuscolo, le cui vicende sono molto più intrecciate rispetto al primo capitolo.

Vi lascio con la sinossi del primo romanzo della trilogia ossia Benedizione. Sinossi presa in prestito da Google Books: 



"Nella cittadina di Holt, in Colorado, Dad Lewis affronta la sua ultima estate: la moglie Mary e la figlia Lorraine gli sono amorevolmente accanto, mentre gli amici si alternano nel dare omaggio a una figura rispettata della comunità. Ma nel passato di Dad si nascondono fantasmi: il figlio Frank, che è fuggito di casa per mai più tornare, e il commesso del negozio di ferramenta, che aveva tradito la sua fiducia. Nella casa accanto, una ragazzina orfana viene a vivere dalla nonna, e in paese arriva il reverendo Lyle, che predica con passione la verità e la non violenza e porta con sé un segreto. Nella piccola e solida comunità abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme, Dad non sarà l'unico a dover fare i conti con la vera natura del rimpianto, della vergogna, della dignità e dell'amore. Kent Haruf affronta i temi delle relazioni umane e delle scelte morali estreme con delicatezza, senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia."


Alla Prossima!

domenica 13 gennaio 2019

Tokyo Blues/Norwegian Wood - Haruki Murakami

Uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro più intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine. Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli "altri" per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.


Volevo che mi piacesse.
Davvero.
Non volevo essere quello controcorrente.
Volevo essere come tutti coloro che lo postano orgogliosi nelle loro bacheche e che ne parlano con amore nelle loro stories.
Non volevo essere quello sbagliato che non capisce uno scrittore amato quasi indiscutibilmente da tutti.
Forse non l'ho preso nel modo giusto o non ne sono all'altezza.
Davvero, non lo so.
Fatto sta che questo romanzo mi è scivolato via senza quasi lasciare traccia tranne che in un paio di passaggi.
Eppure l'ho letto in poco tempo ed in maniera abbastanza vorace.
E' ben scritto ed è scorrevolissimo.

Dovrei amare i racconti di formazione. Io sono fatto per i romanzi di formazione, ma non è stato questo il caso e me ne dolgo.
Faccio mea culpa: non sono degno di te, Haruki, e ti chiedo scusa.
Questa sorta de Il Giovane Holden in salsa giappo non mi ha preso.
Ho trovato i personaggi di questa storia indolenti, in balia degli eventi e del flusso di coscienza dell'autore.
In una storia di formazione è dai personaggi che ti devi fare sedurre, perché è delle loro vite e delle loro scelte che vai a leggere, ma in questo caso di Watanabe, Naoko e compagnia cantante, me ne è fregato veramente poco.
Gli ingredienti per amarne le gesta ci sono tutti, ci sono anche dei passaggi commoventi e molto introspettivi, ma c'è una freddezza di fondo, un'indolenza e un'opacità così latente in questi personaggi, che mi hanno impedito di affezionarmi ad essi.
Fa parte dell'essere adolescenti?
Certamente.
I personaggi di Murakami sono complessi e sembrano veri e non mi permetto minimamente di sindacarci sopra.
Però poco interessanti a me come lettore.
Lo consiglierei a chi ancora non lo ha letto?
Assolutamente sì.
Se centinaia di migliaia di lettori lo hanno amato ci sarà un motivo.
Hanno un gusto migliore del mio, una sensibilità più spiccata, chissà cos'è.
D'altronde a me non è piaciuto nemmeno Il Giovane Holden.
Evidentemente sono fatto così.
Vorrei averlo amato.
Ero pronto a farlo.
Così non è stato.
Fine.



Alla Prossima!


martedì 8 gennaio 2019

High Score Girl

Saltavo di blog in blog nel periodo natalizio e nell'arido deserto della blogosfera tipico del periodo mi è capitata la recensione di un Anime che mi ha subito preso.
Sembrerà una cosa banale e normalissima, ma così non è.
E' parecchio che mi sono allontanato dall'animazione giapponese.
Eppure sentire che il tema centrale dell'opera erano i videogiochi nel periodo anni '80/90 con tanto di cabinati e sale giochi parti attive della trama mi ha subito spinto al cosiddetto binge watching.
Ho fatto bene?
Ho fatto benissimo, direi.
High Score Girl è un anime divertentissimo, che dietro la patina di commedia amorosa e scolastica tipica dei manga e degli anime di formazione ha una fortissima carica di immedesimazione soprattutto per chi ha vissuto quel periodo fatto di sale giochi spesso nascoste e infide, pregne di fumo e di tipi loschi.
E soprattutto di un capannello di gente nei cabinati più in voga come Street Fighter II, Toki, Rastan, Final Fight.

Mi ha riportato indietro nel tempo e non sono pochi gli elementi in comune che ho trovato tra me e il protagonista Haruo per quanto siamo sia caratterialmente che etnicamente agli antipodi.
Dalla mia ossessione adolescenziale per i Coin Op e per i record, al fatto che sarei stato tranquillamente disposto a saltare appuntamenti, uscite e scuola pur di inserire le mie 200 Lire per poter fare l'ultima partita al Flipper o al cabinato di turno.
C'era una certa componente tossica e ossessiva, tra noi che frequentavamo quell'ambiente.
La stessa che c'è in Haruo.
Quando dico tossica è perché in determinati orari ( soprattutto quelli scolastici ) vi erano sempre le stesse medesime persone, le stesse che come me, avevano saltato scuola e impegni.
Persi dietro un nuovo videogioco, un nuovo punteggio ed insensibili a ciò che ci circondava ed un po' anche all'ordine costituito.
High Score Girl è un salto nel passato che merita ampiamente la visione.
Ovviamente è fondamentale tenere presente che la trama è molto leggera ed easy e che anche argomenti e comportamenti estremi e sociopatici sono legati alla vena comedy dell'opera.
La serie è stata trasmessa su Netflix ed è composta da dodici episodi.
Per quel che mi riguarda, la straconsiglio!


Alla Prossima!