sabato 28 dicembre 2019

Topolino al passato

Non ricordo il giorno ed il mese, ma mi trovavo nell'edicola di un mio amico quando si avvicinò un cliente con il piccolo figlio ed il figlio alla domanda del padre su che fumetto volesse, al canonico Topolino preferì gli Avengers.
La cosa mi colpì molto, sono sincero.
Negli anni '90 spesso ebbi la sensazione di essere l'unico in un agglomerato cittadino di circa 187.000 abitanti a leggere fumetti Marvel, oggi credo non sia più così, grazie al cinema.
Fossi adolescente oggigiorno probabilmente avrei la certezza che molti di quei personaggi non sarebbero sconosciuti ai più, e che tra compagni di classe ed amici, avrei potuto tranquillamente parlarne.

Questa elucubrazione mentale mi ha portato indietro nel tempo all'epoca in cui io ero un bambino, e dove, trovandomi nella medesima posizione di quel bambino, però in un'edicola di paese dirimpetto alla spiaggia, presi per la prima volta in mano un albo dedicato ai personaggi Disney, ovvero Paperino Mese.

Forse lo sanno in pochi, ma anch'io prima di diventare lettore di fumetti Marvel e di Manga, prima di diventare un lettore compulsivo di libri, sono stato lettore di Topolino.

Per quanti anni?
Non lo so, ma almeno tre, quattro anni a cavallo tra i nove e i dodici anni.
Poi ho smesso e non ricordo perché, certe storie finiscono e non sai come e quando.

I miei mi misero a disposizione un'anta del grande comò della loro stanza ed io conservavo quei tesori in quello scrigno che si apriva con una chiave dorata.
Era pieno di adesivi, appiccicati da mio fratello, mia sorella e poi me, e mai rimossi.
L'ombra di essi persiste tutt'ora.
Anche se oggi invece dei numeri di Topolino e Paperino Mese, vi si trovano vecchi documenti, vecchi libri scolastici e vecchie bollette, ma fa parte della vita e del crescere.
Però quando lo apro, mi sembra ancora di sentire l'odore di quei fumetti e della carta adesiva.

Passavo il mio tempo seduto sul pavimento a guardare la pila di fumetti crescere, a leggere, ed ad aspettare come un rituale il mercoledì.

Ero appassionato delle storie a bivi, dalle avventure di Topolino contro Macchia Nera o Gambadilegno, Paperinik e qualsiasi storia con protagonista Paperino e Paperoga, che erano indiscutibilmente i miei personaggi preferiti.

La mia storia preferita?
La parodia di Sandokan.
Ricordo ancora il giorno in cui vidi quello speciale albo nel tabacchino/edicola in cui andavo a comprare i giornalini.
Era in formato cartonato e costava molto più del normale.
Non mi bastavano i soldi per prenderlo, e gli feci la posta per non so quanto tempo davanti l'ingresso, prima di trovare il coraggio di entrare e chiedere al proprietario di darmelo a credito che poi sarebbe passata mia madre a pagarlo.

Credo di esserci stato anche nella storica storia di Topolino sposo, ed anche in una delle mille ristampe de I Promessi Paperi.

Ma tutt'ora in me perdura il ricordo dell'albo Sandopaper e La Perla di Labuan.

Non so perché mi è tornato in mente adesso e perché ne parlo, probabilmente perché ci sono stato anche nel numero natalizio che il buon Moz ha citato qualche tempo fa.

Oggi la roba Disney non mi interessa più, ma non posso negare di esserne stato contaminato in passato.

E' un po' come quelle malattie infantili prima dei vaccini, sai che inevitabilmente, prima o poi ti sarebbero toccate.
Ed anche se per poco tempo, sono contento di essermi presa quella di Topolino, perché sono convinto che un po' della mia passione per la lettura, sia nata grazie a quegli albi.


Alla prossima e,
Buon Anno!




venerdì 20 dicembre 2019

Arthur Conan Doyle non è solo un giallista!

Io tendo a sottovalutare molto gli scrittori ed a fidarmi troppo dei miei gusti.
Ero convinto che non avrei mai letto nulla di Arthur Conan Doyle perché consideravo i suoi lavori come facente parte unicamente del genere "giallo" e quindi lo by-passavo tranquillamente, pur riconoscendone il valore, vista l'iconicità del personaggio di Sherlock Holmes che è arrivato ai giorni nostri e chissà per quanto ancora perdurerà.

Poi mi sono ritrovato a cinquanta centesimi l'uno questi due tascabili Newton in mano, e non sono riuscito a resistere.
Ho scoperto un autore a tutto tondo che mi ha avvinto e conquistato e che mi ha fatto mettere in wish list anche un altro suo romanzo, ovvero Il Mondo Perduto.

Non solo giallista quindi, ma anche autore horror, del mistero, e anche di fantascienza visto che La Nube Avvelenata è catalogabile in quel genere.
C'è sempre tempo per guarire dalla propria ignoranza e sicumera.
E chissà magari vincerò la mia ritrosia verso il genere giallo ed andrò a leggermi Il Mastino Dei Baskerville che mi ha sempre attirato.

Come dicevo il primo tascabile contiene due racconti in cui La Nube Avvelenata è assolutamente in primo piano.
L'altro è un racconto marittimo del mistero che si fa leggere, ma molto sui generis, quantunque gradevole e ben scritto.

La Nube Avvelenata è molto interessante perché parte da una premessa apocalittica, anzi la viviamo attraverso un trio di personaggi, che vede l'arrivo e l'evolversi di questa nube che arriva da chissà dove con esiti devastanti.
Può ricordare lontanamente Il Colore Venuto Dalla Spazio di Lovecraft, ma qui c'è un approccio più scientifico e meno orrorifico.
Racconto che ho amato più per le premesse che per l'evolversi della trama, ma che è una gran bella storia comunque, che forse avrei apprezzato di più se Doyle avesse alzato il tiro.

La Mummia e altri racconti è una bellissima raccolta tutta da gustare.
E' raro che in una raccolta ( anche brevissima come in questo caso ) mi piacciano tutti i racconti, ma qui ci troviamo davanti a delle belle opere.
La Mummia, Il Guardiano Del Louvre e L'esecuzione sono tre racconti bellissimi, ma anche Il Match e L'unicorno mi hanno sedotto abbastanza.
Però la ciccia sta per lo più in quei tre sopracitati, per quanto L'esecuzione soprattutto, ha bisogno di una soglia di sospensione dell'incredulità abbastanza elevata, ma d'altronde trattandosi di un racconto dichiaratamente horror direi che non c'era nemmeno bisogno di dirlo.



Niente, ho fatto questo breve post solo per spronare altri lettori a non commettere il mio stesso errore e di andare anche contro i propri pregiudizi letterali.

Arthur Conan Doyle merita di essere conosciuto non solo per le sue opere più rappresentative dedicate al famoso detective, ma anche per le sue opere meno conosciute.

Per quel che mi riguarda sono felicissimo di averle lette.


Alla prossima!


mercoledì 11 dicembre 2019

L'urlo e il furore - William Faulkner

" La vita è un'ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente.
E' un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, significante niente."
Macbeth - William Shakespeare


Non sono così pazzo da recensire un'opera del genere, tranquilli.
Non sarò mai uno di quelli convinti che se un libro non gli piace subito possono immediatamente buttarlo via.
E non sarò mai uno di quelli che mette in discussione un'opera, ma mai i loro gusti e la loro conoscenza.
Non sono un tipo da una stellina.
Se lo fossi stato, avrei abbandonato questo libro dopo i difficilissimi e sconnessi primi capitoli.
E cosa mi sarei perso...

Mi sarei perso dei personaggi che ho amato e dei personaggi che ho odiato con tutto il cuore ( Jason, parlo di te).
E mi sarei perso un romanzo scritto da Dio.

La storia della famiglia Compson, la storia di ogni singolo personaggio di questa famiglia, domestici compresi ( Dilsey la cuoca "negra" è il personaggio più bello del libro ) è narrata con un'energia e un trasporto che personalmente mi ha tramortito, e che in più punti mi ha dilaniato.
Andiamo di sinossi, tratta da Ibs:

Il 1929, passato alla storia come l'anno del crollo di Wall Street che segnò l'inizio della Grande Depressione, è un anno fondamentale anche per la letteratura americana. Escono infatti "Addio alle armi" di Hemingway e "L'urlo e il furore" di Faulkner, una coincidenza che avvicina i libri, diversissimi tra loro, di due amici. Faulkner dà voce barocca a tutte le ossessioni e i fanatismi di quel Sud di cui pativa l'interminabile decadenza, incominciata con la sconfitta nella guerra civile. La mitica contea di Oxford diventa il teatro di un insanabile conflitto tra bianchi e neri, bene e male, passato e presente. Il romanzo è un complesso poema sinfonico in 4 tempi, che scandiscono le sventure di una famiglia del profondo Sud.


Leggere un libro del genere è una vittoria.
E' la vittoria della perseveranza, è la vittoria della lettura.
Sopravvivere a quel primo capitolo, così sconnesso, strutturato su più livelli, è stato faticoso e difficile, ma c'è un motivo se è stato narrato così.
E' il punto di vista ed è quello che vede l'idiota/malato di mente della famiglia, è un capitolo strutturato attraverso i pensieri e le azioni di Benjamin.
La storia trova la sua vera voce nei capitoli successivi con protagonisti gli altri fratelli e i genitori di Benjamin, tutti personaggi peculiarissimi e narrati divinamente.
E' la complessità di ognuno di loro a rendere questo libro meraviglioso.
E' il coraggio, l'urlo, il furore di narrare le gesta e i pensieri di personaggi deboli, spesso senza scrupoli, vittime di un sistema patriarcale, di amori impossibili e incestuosi, di vite che sembrano vere.
Un libro cesellato pezzo per pezzo come un mosaico, e che mostra la sua vera immagine solo alla fine.
Ed è essenza, è vita.

" Tu e io soltanto allora tra l'esacrazione e l'orrore in un cerchio di pura fiamma..."

Grazie ancora, William, ed a presto!
Perché è sicuro che ti leggerò ancora.



Alla prossima!

martedì 3 dicembre 2019

L'amico Immaginario - Stephen Chbosky

Come ben sa chi mi conosce, è raro che io sia un lettore contemporaneo, se non altro per una questione di opportunità economica, ma anche perché nei riguardi di alcuni generi, faccio fatica ad uscire dalla mia comfort zone.
L'horror è uno di questi.
Al di là di autori che conosco bene e di cui mi fido, faccio fatica a relazionarmi con le opere di altri, ed anzi nel campo orrorifico, che è un genere ormai stantio in cui si è detto di tutto ed il contrario di tutto, persino autori come Stephen King iniziano ad avere difficoltà e a ripetersi in continuazione.

La cosa strana è che questa sensazione non la provo nel cinema, forse perché l'investimento di concentrazione e tempo è molto più labile e veloce e quindi non mi disturba più di tanto.
Ma nella letteratura ho bisogno di molti più stimoli.
Questa premessa è necessaria per poter parlare di questo romanzo, perché una parte di me è partita nella lettura con un bagaglio di pregiudizi più grande di un borsone da calcio.

Il romanzo scorso di Chbosky mi era piaciuto molto.
Penso che in tanti conoscano Io Sono Infinito, un film ed anche un romanzo di formazione molto ben fatto, ma anche tanto furbo, che è salito alla ribalta qualche tempo fa.
Io lessi anche il romanzo e mi piacque molto ( ed anzi lo trovai più sincero del film, ma forse meno bello ), quindi quando ho visto tutte quelle stories su Instagram di bookstagrammer che facevano l'unboxing dell'ultimo libro di Chobsky ammetto di essermi fatto un po' vincere dalla curiosità.

C'è da dire che unboxing a parte, di recensioni finali di questo romanzo ne ho lette poche, segno che al di là del fatto di averlo ricevuto a casa, poi non tutti leggono questi romanzi.

Ma dopo tutta questa pappardella, chi ha avuto ragione tra curiosità e pregiudizio?
Non posso mentire, e per amore di onestà dico il secondo.
Andiamo di sinossi, presa in prestito da Amazon:




Mill Grove è una tranquilla e isolata cittadina della Pennsylvania: solo una strada per arrivare, solo una per andarsene. A Kate Reese sembra il luogo ideale per fuggire da un compagno violento, far perdere le proprie tracce e ricominciare una nuova vita. Lo deve al suo bambino, Christopher, che ha solo sette anni ma sa già quanto il mondo dei grandi possa far male. In quella nuova casa, tutto sembra andare a meraviglia: Christopher incontra nuovi amici, Kate trova un nuovo lavoro. Ma poi, all'improvviso, Christopher scompare. Per sei lunghissimi giorni, nessuna traccia di lui. Finché, una notte, il bambino riemerge dal bosco di Mission Street, al limitare della piccola città. È illeso, ma profondamente cambiato. Nessuno sembra accorgersene; solo sua madre sospetta qualcosa, perché Christopher, che ha sempre faticato a scuola, di punto in bianco prende ottimi voti ed è un vorace lettore. Ma nemmeno lei può immaginare tutta la verità. Christopher ora sente una voce in testa, e vede cose che agli altri sono impercettibili. Conosce i segreti del passato, inghiottiti dal bosco di Mission Street; quelli del presente, celati dietro le facciate rispettabili della città. Conosce il futuro tragico che sta per abbattersi su tutti loro. Non può parlarne a nessuno, nemmeno a sua madre, o lo prenderebbero per pazzo. Ma può e deve compiere la missione che quella voce amica gli detta: costruire una casa nel bosco, prima che arrivi Natale. Altrimenti, per sua madre, i suoi amici e l'intera città, sarà la fine. Dopo "Noi siamo infinito", Stephen Chbosky torna con un romanzo da brivido in cui il delicato passaggio dall'infanzia all'età adulta si compie attraverso una battaglia epica tra bene e male. Una storia in cui gli eroi sono coloro che non temono di abbandonarsi al potere dell'immaginazione.



Su Instagram mi espressi in maniera lapidaria:

" John Wyndham incontra Stephen King."

Partiamo dal presupposto che la trama di questo romanzo non è proprio originalissima, ed anzi al di là di un principio di narrazione che sembra uscita da un romanzo dello scrittore inglese, nel resto della narrazione è un classico horror country corale alla Stephen King.

Chbosky scrive bene e la lettura è scorrevole, questo è innegabile.
Ci sono tutti gli elementi e le situazioni figlie del genere ( lo sceriffo che si innamora subito della mamma del protagonista o la seconda che si porta in bagaglio un compagno violento ) e Mill Grove è una cittadina che viene descritta bene e così i suoi abitanti.

E' però la trama ad essere confusionaria e contorta.
Più volte mi sono arenato e devo ammettere che il colpo di scena che avrebbe dovuto farmi saltare sul divano che arriva nella seconda parte del romanzo, è per me persino contraddittorio ed attaccato con lo sputo, non mi ha convinto appieno.
Ma è una cosa mia.
Qualche centinaio di pagine in meno avrebbe forse giovato.
Fare filosofia su un romanzo d'horror action come questo ha poco senso, quindi potrei anche fermarmi qui.
Forse però parlare di solo horror action è un po' antipatico nei confronti di quest'autore che comunque ha provato a scrivere un horror ambizioso e per certi versi biblico.
Però per me romanzieri come il primo King, Clive Barker, McCammon o Dan Simmons viaggiano su altre vette.

Merita la lettura?
Trovare dei romanzi d'horror validi in questo periodo è dura, quindi sono stato in un certo senso comunque felice di essermi fatto vincere dalla curiosità, quindi lo consiglierei.
Per quel che mi riguarda, l'horror è un genere che mi appassiona più al passato, ed infatti ho ancora tanti Urania e tanti Newton da leggere, e devo ammettere che li guardo con molto più interesse.


Alla prossima!

martedì 19 novembre 2019

Input - Corso pratico di programmazione per lavorare e divertirsi col computer ( rivista De Agostini)

I miei negli anni che vanno da fine anni '70 alla successiva decade, fecero incetta di enciclopedie varie credo principalmente per aiutare me, mio fratello e mia sorella con lo studio, oppure per togliersi dalle scatole gli agenti porta a porta che venivano a venderle, chissà.

A casa mia se si aprono vecchi mobili e vecchie ante, non è difficile incappare ancora oggi in qualche sparuto volume delle stesse.
Tempo fa parlai dell'enciclopedia de I Quindici, che conservo tuttora, oggi è venuto il turno di Input una rivista pubblicata nei primi anni '80 dalla De Agostini, che io ho ritrovato nell'anta di una "scarpiera", nientemeno.

La versione che ho ritrovato di questa rivista è rilegata ed è formata da sei volumi enciclopedici.


Ora non so in effetti la sua storia, presumo che mio fratello o chi per lui l'avesse collezionata con i mini numeri che uscivano in edicola e poi successivamente l'avesse inviata alla casa editrice per farla rilegare, perché io ho dei ricordi molto confusi e, quindi, non so quanto reali, sul fatto che questa rivista uscisse in edicola.
Però i numeri sono perfettamente rilegati e non c'è traccia delle copertine, quindi magari i miei l'hanno comprata successivamente in formato enciclopedico, chissà.
Sono sottigliezze, d'altronde.

Fatto sta che questa rivista/enciclopedia fu una vera manna all'epoca.
La rivista conteneva non solo sezioni su come utilizzare ed imparare il formato Basic, (ricordate?

10 Print 
20 Goto, ecc.ecc.)

ma anche i codici per creare dei veri e propri giochi per le piattaforme Commodore a 8 bit o anche per Spectrum e Acorn.


Io ricordo, per esempio, di un gioco similare a quello dell'oca e di una avventura medievale di tipo testuale, ma c'era anche la possibilità di creare tantissime figure curve o in parallasse.

Il procedimento non era semplice in quanto toccava perderci pomeriggi, se non giornate intere, a digitare codici su codici.

Scavando tra i ricordi, mi viene in mente un programma che calcolava l'età ipotetica della nostra morte.
Ricordo che elaborava il tutto dopo una lunga sequela di domande e tutti in famiglia ci partecipammo.
Un altro ancora prevedeva il futuro.
C'erano anche parecchi giochi di carte e d'azzardo.

Però parliamoci chiaro, aldilà della curiosità, all'epoca a meno che non si era appassionati di linguaggio macchina, era molto più semplice inserire una delle ventordici cassette di videogiochi che vendevano in edicola e giocare con quelle.

Ne ho parlato perché l'avevo quasi totalmente rimossa ed il modo in cui è saltata fuori dal nulla ha fatto riaffiorare un periodo felice e spensierato della mia vita che un po' rimpiango.

Esiste qualcun'altro ancora che collezionava o comunque ricorda questa rivista enciclopedica?
Mi piace pensare di sì.

P.s: la prima foto non è mia, ma l'ho presa da una vendita su Ebay, chiedo scusa al proprietario.
Della mia ho trovato solo quattro numeri su sei ( ma sono convinto siano ancora in casa anche gli altri due numeri ) e uno di loro era anche piuttosto malandato.


Alla prossima!




domenica 10 novembre 2019

Essere blogger alle soglie del 2020?

Sono stato invitato da Nino Baldan ( https://www.ninobaldan.com/) a partecipare a questo Tag e colgo la palla al balzo, anche perché c'è una cosa su questo argomento che ho notato da un po' di tempo a questa parte e ne volevo parlare, ma lo farò in fondo al post.
Ovviamente dal punto di vista dei blog letterari che sono quelli che seguo più assiduamente.
Ora è tempo di rispondere alle domande:

Quali sono le ragioni che ti hanno spinto ad aprire un blog?

Ho seguito la massa.
Nel periodo tra il 2005 e il 2008 frequentavo un forum dove nella "firma" molti avevano il link del loro spazio personale ed una volta che ci cliccai sopra per curiosità scoprì un nuovo mondo a me sconosciuto.
Scelsi semplicemente di farne parte, anche perché nella vita privata avevo sempre avuto l'abitudine di scrivere in quaderni, diari scolastici o personali, alcune delle cose per cui volevo conservare una memoria storica per gli anni a venire.
Provai a farlo anche online, ma...con risultati disastrosi.
Tanto che successivamente cancellai cinque anni di esistenza virtuale.
Era roba illeggibile di cui francamente mi vergognavo.
Successivamente mi sono imposto una direzione ed un approccio più tematico, ed infatti eccomi ancora qui.
Ho iniziato su Splinder fino alla sua dipartita, e poi sono approdato a Blogger, dove risiedo tuttora.
Tra molti bassi, e pochi alti.


Come nasce l'idea dentro i tuoi post?

A volte cova nella mia mente anche per giorni, settimane o mesi.
E non sempre ciò che penso riesco a metterlo per iscritto.
Alcuni libri di cui parlo, spesso e volentieri, sono letture di una settimana o persino un mese prima.
Spesso se sono opere troppo mainstream scelgo di non parlarne, perché ritengo che sia già stato detto tutto ed anche in maniera migliore in giro per il web o perché no anche in altri media.


Quali mezzi utilizzi per il blogging?

Qui la risposta è lapidaria: il computer fisso sempre e comunque.
Mi è capitato però in passato di abbozzare qualcosa sullo smartphone, ma solo un abbozzo, nulla di più.


Quanto impieghi per un post e come lo inserisci nel tuo tempo libero?

Mi è capitato anche di non scrivere per mesi e una volta per un anno intero, quindi non lo inserisco e basta se ne sento la necessità.
Non vivo il blog come un obbligo e non ho mai avuto velleità editoriali.
Per un post generalmente ci impiego tra le due o tre ore, ma dipende, ci sono stati dei post che ho abbandonato e ripreso dopo giorni.


Qual è il tuo rapporto con i social network e come sono legati al tuo blog?

In genere li provo tutti, un po' per curiosità e un po' per testarli, ma non ho il carattere, la presunzione e la faccia di bronzo da usarli per pubblicizzare i miei contenuti.
Al massimo nella Bio inserisco il link del blog, ma a livello generale tendo a separare la mia vita social a quella blogger.
Riguardo i social network credo che non sono loro il problema, ma il come vengono utilizzati.
Sono più attivo su Instagram che altrove, ma un tempo parliamo di cinque, sei anni fa apprezzavo moltissimo Twitter che consideravo un social divulgativo in cui potersi esprimere con cognizione di causa, ma con il tempo mi sono accorto che è un alcova di satira spicciola e spazzatura politicizzata.


Vedi questa crisi del blogging in prima persona, tanto da aver avuto la tentazione di trasferirti in pianta stabile sui social?

La crisi è avvenuta soltanto verso quei blogger che usavano la piattaforma in modo personale.
Chi ha un minimo di intento divulgativo credo non si faccia vincere dai numeri e dai social.
Il problema di fondo credo che nasca verso coloro che inseguono il successo e le interazioni.
Entrambe cose umanissime, ma non trascendentali nella mia esistenza.
Io seguo per lo più blogger di cinema, pop e di letteratura.
Prima e seconda sono categorie di blog che non moriranno mai, secondo me.
Anche perché entrambe nascono come canali divulgativi e stop, senza chissà quali velleità di successo.
Riguardo i blog di letteratura, invece, c'è un intero mondo sommerso dietro.
Quasi tutti quelli che parlano di libri aspirano a pubblicarne uno.
Non scherzo se dico che non conosco nessun blogger che parla di libri che non ha scritto un libro o che ne conserva uno nel cassetto, o che ne ha pubblicato o auto-pubblicato qualcuno.
Quindi di base non sono solo canali divulgativi, ma anche una strada verso il successo, un sogno, o un obbiettivo tangibile o meno.
E la strada spesso parte dall'apertura di un blog.

Dirò di più i bookblogger se la passano benissimo e probabilmente è il ramo del blogging che insieme al cinema vede più nascite, anche perché molte delle persone che hanno successo ed interazioni parlando di libri su Instagram sono costrette alla fine ad avere uno spazio fisico in cui parlare delle loro collaborazioni.
Basta pensare ai numeri incredibili di accrediti che i bookblogger riescono a ottenere nelle fiere del libro e persino a Lucca Comics e affini.
Poi che effettivamente i loro blog vengano letti ed apprezzati non posso saperlo, anche se guardando i commenti e le interazioni è più facile pensare al contrario.

Però vorrei dire una cosa e spero non venga fraintesa.
Il blogger odierno mi fa un po' paura.
A volte ho la sensazione che si voglia sostituire al giornalismo e che si senta persino...superiore se non altro per una questione numerica di interazioni.
C'è un esercito ( è un'iperbole parliamo comunque di una nicchia) di gente che per avere un prodotto gratis o un invito ad un evento appiattisce e di molto quello che era un canale divulgativo che un tempo a me sembrava molto più serio.
Questo fenomeno era molto più tangibile su Instagram, ma sta attecchendo anche nel blogging o c'è sempre stato, ma ben nascosto e mascherato.
Oggi che i social hanno sdoganato tutto, è molto più tangibile ed alla luce del sole.
E' bello che anche un semplice appassionato, un casalingo/a, possa dire la sua e parlare di libri, e d'altronde lo faccio anch'io nel mio piccolo, ma...l'uno vale uno nella cultura non so quanto possa valere e non so quanto sia corretto sostituirsi ad autorità e giornalisti del settore che spesso e volentieri vengono scavalcati da chi è disposto a lavorare e dare il suo tempo gratis nel sacro fuoco della passione o per avere "successo".

Mi pare che dovrei invitare altri a partecipare a questo Tag.
Spero non sia una rottura di scatole per voi, ma invito:

Long John Silver di Il Rifugio Di Long John Silver
Marco di La Stanza Di Gordie
Clarke di Clarke è Vivo

Più altri e eventuali che si vogliono aggiungere al Tag o nei commenti.


Alla Prossima!





martedì 5 novembre 2019

Ritornati Dalla Polvere - Ray Bradbury

Questo post è un po' una continuazione del post precedente, quindi possiamo saltare tutta la parte introduttiva dedicata all'autore e dedicarci esclusivamente al romanzo.
Ma lo è veramente, poi?
Io direi di no.
Andiamo subito di sinossi ( presa in prestito da La Feltrinelli), così mi spiego meglio:

Siamo in autunno, in una grande casa che sembra quella della famiglia Addams; un ragazzo, Timothy, sale nell'attico e porta un'ampolla di vino invecchiato (cinquemila anni) alla Mille Volte Bis-bisnonna, una mummia dei tempi dei faraoni dalla quale Tim si farà raccontare la storia della Casa e della straordinaria famiglia che l'abita. Vuole essere informato perché il Gran Giorno si avvicina: la data fatidica in cui i membri della Famiglia sparsi in tutto il mondo arriveranno qui per una grande celebrazione. Così la mummia comincia a raccontare: Tanto tempo fa esisteva solo una brulla prateria con in mezzo un albero schiantato dalla folgore, ma poi un tornado portò da lontano le assi che servivano a fare la Casa, ed essa fu magicamente costruita....



Prima di parlare di questo libro vanno fatte delle dovute premesse.
Alcune parti di questa storia sono state pubblicate altrove, ed io infatti avevo letto Il Raduno e Zio Einar nella bellissima raccolta di racconti Paese D'ottobre.
Questo libro ripete un po' la forma de Le Cronache Marziane, che per chi le conosce non sono altro che dei (bellissimi) racconti slegati tra loro ed uniti soltanto a livello temporale.
Qui la formula si ripete.
Il Raduno è la chiave di tutto.
E' stato da sempre uno dei miei racconti preferiti, e vederlo leggermente editato per dare un contesto alla storia di questo libro mi ha dato leggermente fastidio, dico la verità.
Anche perché quando lessi per la prima volta quel racconto, mi ero fatto delle idee completamente diverse sulla figura del protagonista, il piccolo Timothy.
Ritornati Dalla Polvere nasce quindi dalla riedizione di alcuni racconti pubblicati molto tempo prima a cui è stato dato un seguito ed un contesto.
Però di base Il Raduno era un racconto chiuso, secondo me.

Quindi non mi è facile parlare oggettivamente di questa sequela di micro-racconti che formano una storia sola.

La storia comunque è piuttosto semplice, tanto che la prima associazione immaginifica sarà verso La Famiglia Addams, che questa stirpe tanto ricorda.

Ritornati Dalla Polvere è una saga familiare di stampo fantasy.
Bradbury ci porta indietro ed avanti nel tempo a mostrarci nascita e vita di questi suggestivi personaggi.
Non lo fa in modo chiaro e limpido in alcuni casi, lasciando al lettore l'interpretazione dell'archetipo che rappresentano.
Figura chiave di questa storia è un bambino di 10 anni di nome Timothy, che è l'unico elemento della famiglia ad essere normale.
Anzi anormale, direi.
Bradbury in questa storia ribalta il concetto di diversità e disabilità, in quanto Timothy è in tutto e per tutto un essere umano e quindi soggetto alla leggi della natura.
Il Raduno che è il racconto centrale, parte da una riunione di famiglia che avviene quasi ogni secolo ed in cui viene fuori tutta la diversità di Timothy che vorrebbe essere immortale o comunque possedere dei poteri come tutti gli altri membri della sua famiglia.
Il Raduno è un racconto straordinario ( a mio avviso ovviamente), che in Ritornati Dalla Polvere funge un po' da trama portante.

In questa storia Bradbury è costretto a dare una spiegazione della diversità di Timothy, ma la cosa si rivela un po' banale e scontata, ai miei occhi.
La bellezza della storia de Il Raduno è che tutto veniva lasciato sul vago, tanto che alcune strade mentali che mi ero fatto erano forse meno logiche, ma sicuramente meno scontate.

Attraverso gli occhi, le orecchie ed il peregrinare di Timothy, capitolo dopo capitolo conosceremo quasi ogni membro di questa peculiare famiglia e la sua storia.
Nonché il percorso di questi personaggi anche dopo Il Raduno.

La scrittura di Bradbury è sempre unica, per quel che mi riguarda.
Non esiste nessun'altro che riesce a trattare il fantastico con così tanto garbo e lirismo.
Non nego che in alcuni frangenti è riuscito a farmi commuovere.
E' la storia di un inizio e una fine.

Suggestivi alcuni passaggi ed alcuni personaggi, un po' vaghi altri.
Ma d'altronde essere soprannaturali ed immortali non significa necessariamente fare una vita interessante, e questo è chiaramente uno dei sottotesti della storia.
Il finale è deflagrante come sempre quando l'umano si accorge del diverso.

Ritornati Dalla Polvere è tutto sommato un bel libro, ed il titolo rappresenta il simbolismo del libro stesso.
Ray non ha fatto altro che rispolverare alcune vecchie storie.

Ce n'era bisogno?
Non lo so, francamente, ma leggere Bradbury mi fa sempre stare bene.
E l'idea che presto o tardi arriverò a leggere tutto di un autore che amo così tanto e che non potrà più scrivere nulla dal suo oblio, un po' mi inquieta.
Grazie di tutto, Ray.


Alla Prossima!