giovedì 11 giugno 2020

Le mie letture di stampo pandemico al tempo del Coronavirus.

Ebbene sì, ci sono caduto anch'io.
Ho ceduto alla lettura per moda, alla lettura di tendenza, a quella del "momento".
Un po' spinto dagli articoli, e un po' come tutti, per appellarmi alla conoscenza del passato, alla speranza del lieto fine nelle vite letterarie di chi ci è già passato.
Nei periodi più bui della nostra pandemia, sono caduto tra le grinfie della letteratura pandemica.

Chiunque abbia guardato le classifiche librarie degli ultimi mesi, avrà notato come sono saltati alla ribalta alcuni romanzi o saggi che parlano di pandemie.
Sicuramente ci sono state case editrici che hanno saputo spingere più di altre ( penso ad Adelphi ) ed altre che lo hanno fatto meno.
E' stato strano che, per esempio, L'ombra Dello Scorpione di King sia stato citato così poco, in un periodo dove non solo l'ovvio Manzoni, ma persino Boccaccio è stato nominato in più articoli.

E' successo lo stesso al cinema, basta pensare al successo di un'ormai vecchia pellicola come Contagion.

Molti autori sono stati trattati come veggenti o come novelli Cassandre, e tra tutti il saggio Spillover di David Quammen è stato preso come esempio principe.
Oltre ad essere stato in cima alle classifiche per molto tempo.

Io non sono arrivato a lui (finora), ma ho letto due tra le opere che sono state citate di più in questi ultimi mesi.
Entrambe opere meravigliose, nonostante il tema agghiacciante.
Ma la bellezza di un'opera, va oltre l'argomento pesante di cui tratta, ed in entrambi i casi si tratta di due libri che andrebbero letti il più possibile.
Certo, ci vuole un certo stomaco per leggere opere del genere in un momento come questo, ma io voglio conoscere il mio nemico, voglio conoscere le ripetizioni dei comportamenti umani che sono un loop da secoli.
Non perdendo di vista che comunque tra la peste ed il Covid ci sta un abisso.

Il Morbo Scarlatto di Jack London è un racconto sublime.
La mia vecchia copia Cosmo non ha il fascino e l'eleganza dell'edizione Adelphi che si fregia anche di un'altra traduzione e di un altro titolo: La Peste Scarlatta.

Jack London avrebbe meritato un post a sé, perché è un autore che riesce a toccare tutti i temi possibili ed inimmaginabili, passando disinvoltamente dalla letteratura d'avventura a quella fantastica.
Le sue opere sono tremendamente scorrevoli ed anche ben scritte.
Da un punto di vista stilistico appaiono modernissime, come fossero state scritte ieri.

Il Morbo Scarlatto è un racconto breve, ma che lascia tanto e che ho adorato dalla prima all'ultima riga.
Siamo in un futuro ipotetico dopo che il mondo è stato svuotato dalla malattia.
Al morbo sono sopravvissuti soltanto un manipolo di essere umani che si sono divisi in tribù ormai inselvatichite ed ignoranti.
Rimangono solo i vecchi a ricordare le storie ed i racconti del passato.
Ed uno di loro prova a raccontare ad alcuni dei suoi nipoti la fine di quel mondo, a dei giovani a cui quel passato non interessa più, ed a cui interessa solo cacciare e mangiare.
Finché non ne trova uno disposto ad ascoltare.
Se vi vengono in mente tante opere post apocalittiche dal contesto simile, ricordatevi che questa storia è stata scritta nel 1912.
Salita alla ribalta sulla scia del Covid grazie ad Adelphi ed ai vari articoli e foto sulla rete e su Instagram, Il Morbo Scarlatto merita di essere riscoperto.
Menzione anche per gli altri racconti della raccolta, perché questo di Jack London è un libro di racconti.


Altro capolavoro è La Peste Di Albert Camus.

Camus è un altro di quegli autori che meriterebbe un post a sé.
Avevo già letto ed apprezzato a suo tempo Lo Straniero, e La Peste non gli è da meno.
Ambientato in un anno ipotetico degli anni quaranta nella cittadina di Orano in Algeria, La Peste, lo dice il titolo stesso, narra dell'arrivo e della diffusione del morbo nella cittadina.
Ed è incredibile il numero di elementi in comune con l'odierna pandemia.
L'attesa dei numeri dei contagiati e dei morti giorno dopo giorno, la fuga della gente che vorrebbe scappare via in ogni modo dalla cittadina, amanti che vogliono vedersi ugualmente nonostante la malattia, la caccia agli untori vari, coloro che sottovalutano la malattia e continuano a frequentare bar e bettole varie, e l'impegno e l'umanità dei medici, disposti anche a rischiare di contagiarsi pur di debellare la malattia.
In un certo senso non sembra di essere nel 1947, ma di vedere l'uomo nei giorni nostri, perché sono tanti, troppi, gli elementi in comune con la pandemia che noi stiamo vivendo.

La Peste è un libro splendido, anche spietato e straziante a volte.
C'è un capitolo in particolare, con la morte di un ragazzino a cui è stato iniettato un farmaco sperimentale che è davvero indicibile.
Perché Camus ci fa vivere passo per passo la sua agonia.
E' un romanzo intriso di umanità e di disperazione, e soprattutto di attesa.
Viviamo tutte le fasi della malattia, e Camus sa essere tremendamente empatico nel raccontarla, facendoti appassionare ai personaggi e facendoti temere per loro in ogni pagina.
Ma in una cittadina così piccola e chiusa, uscirne sani non sarà facile.



Alla prossima!














lunedì 1 giugno 2020

L'istituto - Stephen King

Saltiamo tutta la parte introduttiva in cui avrei ribadito quanto sono legato a Stephen King, e quanto gli sono grato per avermi preso per mano e funto da guida nel mondo della letteratura.
Diciamo tutti " Grazie-Sai" ed andiamo avanti.

Nonostante però la mia dichiarazione d'affetto, devo essere onesto e dire che ero indietro di quattro romanzi per quel che concerne la sua produzione letteraria, ma soprattutto per una questione economica, non perché mi sia stancato delle sue opere ( anche se oggettivamente con il tempo sono diventati più i libri che mi lasciano perplesso che quelli che ho amato ).
Purtroppo la politica prezzi de la Sperling, anche quando si tratta di edizioni economiche non mi è molto affine.
Però complice la quarantena e visto che le mie bancarelle di riferimento erano chiuse, mi sono concesso la follia di permettermi di comprare un libro in prima edizione, e fin da subito sapevo che sarebbe stato un libro del Re.

Trovandomi dal libraio con la possibile scelta di quattro suoi libri da acquistare ( compreso l'ultimissimo Se Scorre Il Sangue ), ho scelto quello che poteva più essere tra le mie corde, ovvero L'istituto.
Avrò fatto bene?
Lo scopriremo dopo la sinossi, presa in prestito da Ibs:

Dopo classici come L'incendiaria e It, Stephen King si mette di nuovo alla prova con una storia di ragazzini travolti dalle forze del male, in un romanzo come sempre trascinante, che ha anche molto a che fare con i nostri tempi.

«King travolge il lettore con una storia di bambini che trionfano sul male come non ne scriveva dai tempi di "It". Entrando nella mente dei suoi giovani personaggi, crea un senso di minaccia e di intimità magici… Non c'è una parola di troppo in questo romanzo perfetto, che dimostra ancora una volta perché King è il Re.» – Publishers Weekly

«Con L'Istituto il re del brivido torna al suo massimo splendore» – Robinson

È notte fonda a Minneapolis, quando un misterioso gruppo di persone si introduce in casa di Luke Ellis, uccide i suoi genitori e lo porta via in un SUV nero. Bastano due minuti, sprofondati nel silenzio irreale di una tranquilla strada di periferia, per sconvolgere la vita di Luke, per sempre. Quando si sveglia, il ragazzo si trova in una camera del tutto simile alla sua, ma senza finestre, nel famigerato Istituto dove sono rinchiusi altri bambini come lui. Dietro porte tutte uguali, lungo corridoi illuminati da luci spettrali, si trovano piccoli geni con poteri speciali – telepatia, telecinesi. Appena arrivati, sono destinati alla Prima Casa, dove Luke trova infatti i compagni Kalisha, Nick, George, Iris e Avery Dixon, che ha solo dieci anni. Poi, qualcuno finisce nella Seconda Casa. «È come il motel di un film dell'orrore», dice Kalisha. «Chi prende una stanza non ne esce più.» Sono le regole della feroce signora Sigsby, direttrice dell'Istituto, convinta di poter estrarre i loro doni: con qualunque mezzo, a qualunque costo. Chi non si adegua subisce punizioni implacabili. E così, uno alla volta, i compagni di Luke spariscono, mentre lui cerca disperatamente una via d'uscita. Solo che nessuno, finora, è mai riuscito a evadere dall'Istituto.






Prima di tutto: L'istituto è scritto da Stephen King.
Lo si evince dallo stile di scrittura, che anche quando non lo leggo da anni, mi risulta sempre familiare e kinghiano al 100%.
No, Steve, secondo me, non ha dei ghostwriter che lo aiutano nel suo lavoro.

Detto questo, L'istituto è un romanzo scorrevole, avvincente ( specie nella prima parte ), ma dannatamente pre-confezionato, quasi come fosse una sceneggiatura già pronta per essere una serie Tv Netflix.
E soprattutto, non è un horror.
Ha molta più attinenza con la letteratura Ya, ed oscilla tra tematiche già affrontate in alcuni suoi romanzi ed un pizzico di fantascienza alla John Wyndham.

Chi ben conosce l'opera di King troverà delle similitudini con Carrie, L'incendiaria, I Lupi Del Calla e persino un capitolo dell'ultimo volume de La Torre Nera.
Steve ha già raccontato di bambini con superpoteri e con agenzie governative e/o militari o cattivi che ne vogliono fare il proprio comodo.

Ne L'istituto però serpeggia una certa pacatezza, ed anche se i temi a volte si fanno oscuri, raramente si fanno crudi e dettagliati, ed anche quando si arriva a scene di quel tipo, Steve sceglie la strada della dissolvenza, ed è proprio per questo che non mi sento di considerare questo libro un horror.
King tradisce proprio in quel punto, come se avesse perso un po' dell'audacia e della spietatezza di un tempo.
Insomma ha scelto la strada del mainstream, ed infatti credo che questo romanzo possa essere tranquillamente letto anche da ragazzi delle medie.

Questo non significa necessariamente che perché è un romanzo "quasi" per ragazzi, non possa essere letto ed apprezzato da tutti gli altri.

La trama come si evince dalla sinossi è piuttosto semplice:
Luke è un intelligentissimo ragazzo di 12 anni che improvvisamente viene rapito ( con conseguente assassinio dei suoi genitori ) e rinchiuso in un istituto militare nascosto tra le montagne del Maine.
Si risveglia in una camera che sembra una copia della sua stanzetta di casa in un luogo dove vi sono rinchiusi altri bambini e ragazzi dotati come lui, su cui vengono condotti degli esperimenti.

Luke sfruttando la sua intelligenza ed alcune falle del sistema di sorveglianza, tenterà ben presto la fuga, non prima di subire anch'esso alcuni esperimenti molto poco ortodossi, volti a potenziarne le latenti facoltà telecinetiche.

Partiamo da un presupposto: è un romanzo su cui bisogna essere indulgenti.
Ci sono delle falle narrative non da poco, e difficilmente accettabili.
Ok, questi agenti governativi con il tempo sono diventati parecchio "scialla" e molto sicuri di sé, tanto da trascurare e sottovalutare i bambini e l'intelligenza di Luke, ma tutta la seconda parte della storia è parecchio presa per i capelli.

Non manca, come quasi sempre, il super-poliziotto buono capace di tenere testa quasi da solo a intere squadriglie di professionisti ben più armati di lui, ed anche semplici cittadini capaci di fare altrettanto.
Insomma, da un punto di vista action è parecchio fracassone e cinematografico.

L'istituto non è il romanzo o il king che mi aspettavo.
E' più un King che sembra omaggiare Stranger Things o The Umbrella Academy, o comunque quelle avventure per ragazzi molto più fumettistiche che romanzesche.

Quindi se dovessi esprimermi come se stessi parlando di un romanzo horror, direi che è più un no ( anche se la prima parte a me ha avvinto non poco ), ma visto che lo ritengo più un romanzo fantastico old style con sprizzate di Ya e strizzatine d'occhio ai fumetti, mi sento di dire che visto da ques'ultima ottica è un buon libro per ragazzi.

Però bisogna chiudere tutte e due gli occhi su alcune "licenze" narrative.
Per quel che mi riguarda, è sempre un piacere leggere un romanzo nuovo del Re.
E' quasi come un vecchio rituale.
Forse non sono più tra quei fan che lo venerano sempre e comunque, che lo chiamano zio e gli muoiono dietro come ragazzine svenevoli, anche quando scrive le fascette o consiglia buoni (?) film e buone (?) serie tv, ma nella mia libreria troverà sempre un posto.
Così come sono sicuro, che prima o poi, recupererò anche i libri che mi sono perso.


Alla prossima!








giovedì 21 maggio 2020

Libri...d'arredamento

Complice la quarantena e l'esplosione dei collegamenti streaming, delle videochiamate su Zoom e le dirette Instagram di influencer o di qualsiasi altro povero o ricco Cristo, è salito alla ribalta un aspetto che prima veniva sviscerato solo su youtube, ma che non era ancora mainstream, ovvero il feticcio della libreria come sfondo alle spalle dell'utente di turno.

Sono usciti articoli su articoli su come massimizzare un collegamento streaming con tanto di sfondo studiato, sul fatto di scegliere il punto migliore della casa ( che spesso è lo studio o una libreria in modo da passare comunque per acculturato ) ed i libri in questo contesto assurgono al rango di protagonisti, poiché come dicevo tra parentesi offrono una scenografia perfetta.

Scavando a fondo si scopre una molteplicità di usi e consuetudini di arredamento che hanno molto poco a che fare con la cultura.

C'è chi compra libri solo perché i colori sono affini all'arredamento o solo perché devono riempire una libreria.
C'è chi si porta da casa dei genitori intere enciclopedie per farlo.
Chi compra dalle rivendite dell'usato per lo stesso motivo.
Ovviamente ci sono anche i lettori, che amano un po' mostrare e vantarsi dei loro tomi su dirette o video su youtube, con commenti spesso lapidari su un'opera che hanno letto e conservato, giustificati nel giudizio dal minutaggio ridotto, ma non accorgendosi che possono veicolare un messaggio sbagliato su quell'opera.
Come sempre il confine tra esibizionismo e cultura è molto labile.
Perché spesso il libro viene spogliato dal suo essere e trattato come un oggetto da mostrare e di cui vantarsi.

Come ben sa chi mi conosce o mi legge, io non sono così.
Per me un libro anche sporco o con un copertina vissuta ha lo stesso valore dell'opera di pregio con copertina superlusso, e me ne frego se non "dona" nella mia libreria.
Ho pochi Adelphi e Oscar draghi?
E chi se ne frega.
Conta la storia non l'edizione.

Non ho e non avrò mai il feticcio di dovermi vantare di ciò che leggo con gli altri, di dovermi vergognare dei miei Urania o tascabili Newton, o di vecchie edizioni impolverate di libri che compro ad 1 Euro al mercatino dell'usato.

Mi fa paura di essere giudicato soltanto dallo sfondo alle mie spalle durante una videochiamata, perché so che succede, e non voglio giudicare un politico o chiunque altro dallo sfondo della sua libreria o dal fatto che non ne abbia una.

Ed invece ci viene consigliato di fingere, che è necessario avere come sfondo una libreria piena e colorata, perché averne una ci mostra migliori agli occhi degli altri.

I libri sono libri anche quando vengono impilati uno sopra l'altro come una torre di Pisa o come una torre...nera, perché alla fine la maggior parte di quelli che ho, va a parare nell'occulto.

Alla prossima!





lunedì 11 maggio 2020

Scrittori italiani che guariscono temporaneamente la mia esterofilia: Cesare Pavese

" Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi. "

Sono bastati due titoli molto evocativi, due sinossi che lo erano altrettanto, e il passo iniziale della poesia citata in alto a spingermi a leggere le opere di Cesare Pavese.
Quel che ho trovato è uno scrittore molto lirico, pacato, e le cui storie estive e torride di paese, mi hanno ricordato due degli autori di questo genere che amo di più, Ray Bradbury e Kent Haruf.
La differenza è che Pavese ha una visione della storia molto più adulta e simbolica, mentre i due sopracitati puntano più sul sentimentalismo e l'empatia.
Non che queste non ci siano in Pavese, ma sono meno dirette.
Soprattutto ne Il diavolo sulle colline.

Entrambe le storie sono ambientate nella valle del Belbo, ma attraverso degli occhi diversi.
Ne Il diavolo sulle colline da tre giovani studenti universitari e ne La luna e i falò attraverso il ritorno e i ricordi di un uomo andato via e ritornato al paese.




Il diavolo sulle colline fa parte di quella che è considerata la cosiddetta trilogia della bella estate.
Opera che tra l'altro gli valse anche il premio Strega.
Non so se e quando leggerò gli altri due volumi, non escludo di farlo, ma non lo farei adesso, sono onesto.

Su Instagram mi espressi così:

Un racconto molto poetico, pacato e poco immediato ma che racchiude molti simbolismi e mette in contrasto la vita ed i ritmi più lenti della vita di campagna, con quelli più sfrenati e spregiudicati della borghesia.
Queste due anime si congiungono con risultati imprevisti dopo quella che è un'apparizione notturna ed improvvisa di un ragazzo di città nella vita di tre studenti d'università di campagna.
Scrittura splendida, ma che a volte sembra incompiuta.
Mi ha lasciato sensazioni contrastanti, ma sono propenso ad amarlo.
Anche perché è uno di quei libri che ti stimola riflessioni successive, e quando accade è sempre un bene.
Pavese mi piace, e sono già pronto per La Luna e i falò.

Ma chi è il diavolo sulle colline?
Il diavolo è un uomo.
E' Poli.
Porta con sé il peccato, la violenza, un nuovo punto di vista, porta la borghesia nella normalità e nello scorrere quotidiano e rurale degli eventi nella vita di tre universitari che si fanno delle domande e a cui forse quella vita comincia a stare stretta.
E' lo scontro/incontro di due punti di vista e di modi di vivere diversi.
E' molto simbolico e potentissimo il suo arrivo.
L'apparizione improvvisa di un auto che si ferma al buio e di un uomo al volante che sembra morto, come precipitato in quella valle.
L'arrivo di qualcosa di alieno.
Un'apparizione che sconvolgerà le loro esistenze.
Un libro molto, molto bello.
Non immediato, ma che attraverso i suoi dialoghi e i suoi simbolismi, lascia parecchio.
Possiamo definirlo tranquillamente un romanzo di formazione.
Poli porta il lusso, la tentazione e la decadenza, in un certo senso porta l' America di Fitzgerald tra le campagne.
Ed il fascino che la moglie di Poli emanerà in tutti e tre i protagonisti, ne è un esempio lampante.
Quello che ho apprezzato di più è che il protagonista funge proprio da Io narrante.
Un protagonista di cui il lettore non saprà il nome, perché quel personaggio è lo scrittore stesso.





" Che cos'è questa valle per una famiglia che venga dal mare, e che non sappia nulla della luna e dei falò? "


Altrettanto lirico, ma ben più diretto è La luna e i falò.
Qui si entra dritto nella valle delle rimembranze.
Il luogo è sempre la valle del Belbo, subito dopo la seconda guerra mondiale, che non pochi strascichi ( e cadaveri ) ha lasciato anche nella rurale e classica vita di paese.
Ma che non ne ha cambiato le abitudini.
E' la storia di un uomo che torna a casa.
Torna dove è cresciuto, in un racconto scandito dal ritmo brado, rude e torrido della vita di paese, e quello più travolgente dei ricordi.
I più forti e simbolici dei quali, sono quelli inerenti la vita ed il destino di tre giovani ragazze a cui quel paese stava stretto e che si sono bruciate in fretta, come legna da ardere.

La Luna e i falò ha dei punti in comune con Il diavolo sulle colline, ma verte più sulla consapevolezza, sulla maturità di un uomo che ha già vissuto.
" Su bastardo, torna a casa. ", disse una volta qualcuno.
E Anguilla ritorna.
Non trova la sua casa di un tempo, dove da orfano fu accolto, ma ritrova il suo paese e la sua rudezza, trova i suoi ricordi, e un ragazzino zoppo che gli ricorda se stesso.

Anche qui narrazione e dialoghi strepitosi, per una storia che non arriva subito.
Pavese non è uno scrittore facile e immediato, ma è dannatamente bello da leggere.
Questi due libri sono pieni di frasi da sottolineare ed amare, ma non di immediata comprensione come un Kent Haruf o di  Ray Bradbury quando parlano delle stagioni nella vita di provincia.
Haruf e Bradbury ti lasciano con una sorta di nostalgia sognante.
Pavese ti confonde e ti costringe a fare i conti con le tue riflessioni.
E spesso quella nostalgia più che sognante, sa di dura realtà.
Va coltivata.
E colta.


Alla prossima!







venerdì 1 maggio 2020

In quarantena con Francis Scott Fitzgerald

" Ma alle tre del mattino, un pacchetto dimenticato assume la stessa importanza tragica d'una condanna a morte, e la cura non ha effetto, e in una reale notte in fondo all'anima sono sempre le tre del mattino, giorno dopo giorno."

Ho desiderato per tanto tempo di imbattermi in Fitzgerald solo per questa frase, trovata come aforisma in non so quale libro, in pagina bianca, prima di un capitolo iniziale.
Però tempo e desiderio non sempre coincidono.
E non sempre coincidono con la mia volubilità letteraria, che è molto incostante.
La verità è che quando mi sono imbattuto nel Mammut con gran parte delle opere di Francis, ho avuto paura. Ho avuto paura della mole del libro e del fatto che avevo già una nutrita pila di libri da iniziare e portare a termine.
Ho rimandato e rimandato per settimane che poi sono diventate mesi, e solo adesso, complice la penuria di libri e la quarantena, ho trovato il coraggio di affrontarlo.
E com'è andata?

E' andata che Fitzgerald è un grandissimo, ma che non è propriamente nelle mie corde, ed adesso bestemmio, a parte Il Grande Gatsby ed alcuni racconti della raccolta dell' Età Del Jazz, mi sono spesso impantanato, tanto da dovermi dedicare ad altre opere, perché la lettura mi era risultata pesante e prolissa.

C'è del bello nelle atmosfere delle storie di Fitzgerald.
L'atmosfera dell'America del primo novecento, i cambiamenti in corso d'opera della pre o post grande guerra, le feste sfrenate e l'alcool, il proibizionismo e la ricerca smodata della ricchezza e degli agi.
E soprattutto le donne dei suoi romanzi: tutte bellissime, tutte ricche non solo di fascino, ma anche di potere, soprattutto seduttivo.
Quelle donne che sono le vere protagoniste dei suoi romanzi.
Spesso quasi irraggiungibili e smaniose, e che alla fine della giostra, cadono sempre in piedi rispetto alla controparte maschile tutta uguale in ogni racconto e romanzo, uomini spesso in odore di decadenza e nichilismo da trasudare l'ineluttabilità.

Ecco ciò che non ho molto apprezzato nelle sue storie, tutti gli uomini sono uguali, è come se in un certo modo, Francis abbia messo molto di se stesso nelle sue opere.
Tutti gli uomini delle sue storie sono mossi dallo stesso senso di arrivismo, inadatti alla vita ed al lavoro, se non nella ricerca di una eredità o di un amore troppo spesso fragile ed idealizzato.
E se in Al di qua del paradiso tutto questo è appena abbozzato poiché è un racconto di formazione giovanile che trasuda intraprendenza, rabbia  e inesperienza ed anche un po' di arroganza tipica di un personaggio di quell'età, già traspare moltissimo nel suo secondo romanzo, Belli e Dannati.
Una storia d'amore forte e distruttiva.

Ovviamente ogni personaggio va contestualizzato a quel periodo, ma l'uomo di Fitzgerald è fragile e debole, difficilmente amabile.
Ed ho idea che i primi due romanzi siano quasi di preparazione per quel che sarà il suo grande capolavoro, Il Grande Gatsby.

Persino lui, il grande e famigerato Gatsby, è mosso da un desiderio naturale, quanto banale, come l'amore idealizzato.
Il Grande Gatsby rispetto a Tenera La Notte, Belli e dannati e Al di qua del Paradiso, ha però una struttura narrativa molto più avvincente e coesa, che comunque me lo ha fatto apprezzare di più.
E' un gran romanzo, anche se purtroppo avendo visto il film di Luhrmann poco tempo fa, mi ero già spoilerato gli eventi principali.
Avrei voluto arrivarci vergine alle pagine finali, dove probabilmente mi avrebbe ferito di più.
Resta però un romanzo che mi piacerebbe ritrovare in formato cartaceo e che vorrei inserire nella mia libreria.
Delle altre storie mi restano tante belle frasi, tanti bei dialoghi, e le splendide descrizioni dell'America e di altri luoghi di quel periodo storico, il che non è poco, ma non mi hanno lasciato moltissimo.

Bellissimi invece I Racconti dell'età del jazz, che forse proprio perché più brevi, arrivano subito al punto risultando oltremodo gustosi.
E' probabilmente l'opera che ho trovato più di mio gradimento del libro.

Di tenera è la notte posso dire poco, credo che ci sia molto d'autobiografico nella storia, visto che la moglie del protagonista è gravata da uno squilibrio mentale, molto simile a quello della moglie dello scrittore.
Anche qui protagonista è l'amore forte, ma incostante, e con una controparte maschile che lo è altrettanto, come in ogni opera di Fitzgerald, dopotutto.
Non credo che Francis avesse una grande opinione del genere maschile, visto le vicissitudini tendenti all'oblio dei suoi personaggi.

Passare comunque la quarantena con Francis è stato bello, e di questo lo ringrazio.
E' stato impegnativo, spesso al limite dell'arrendevolezza, ma riconosco che è un limite mio.
Sono anche giustificato dal fatto che sono state 1300 pagine di storie.
Io non sono all'altezza della sua narrativa alta e pomposa, ma in qualche modo, ho indossato l'abito nuovo e mi ci sono imbucato.
E per un po' sono stato anch'io in una delle grandi feste di Gatsby e in quel pontile a guardare da lontano il bagliore di una luce verde.

" E così andiamo avanti, barche contro la corrente, incessantemente trascinati verso il passato."

Alla prossima!


giovedì 16 aprile 2020

Mystic River - Dennis Lehane

" A volte penso che siamo saliti tutti e tre insieme in quella macchina."



Come dissi nel post scorso, venne il momento, la settimana scorsa, di andare a pescare il tablet e gli e-book di emergenza, che tenevo in un cantuccio per i momenti di inedia di libri cartacei.

Il tomone contenente tutte le opere di Fitzgerald ha retto un po', poi ho dovuto rallentare perché non ce la facevo più ed ho dovuto trovare qualcosa che mi desse la possibilità di metabolizzare ed alleggerire un po' la lettura alta e un po' pomposa di Francis, che spero mi perdonerà.

Quello che però doveva essere un intermezzo, è stata una lettura che mi ha avvinto e trascinato inesorabilmente tra le lande più degradate di Boston e il lento, ma inesorabile scorrere del fiume Mystic, con le sue acque torbide, che costituiscono segreti e misteri.
Un po' confidente, un po' alleato, ed anche incubo.

Probabilmente Mystic River è famoso più per lo splendido film del duro e con gli occhi da bombardiere Clint Eastwood, ma per fortuna, io pur avendolo visto, non ne ricordavo gli snodi fondamentali, e quindi mi sono goduto ogni singola pagina ed ogni singola svolta narrativa di questo gran bel thriller.

Via di sinossi, presa in prestito da Amazon:

Boston, 1975. East Buckingham è un quartiere in cui tutti conoscono tutti. Nessuno dei suoi abitanti se n'è mai andato, se non quei ragazzi che la guerra ha strappato dalle proprie case per non restituirli più. Crescere in una periferia come questa non è certo il modo migliore per dare alla propria vita grandi prospettive. Ma è qui che Sean, Jimmy e Dave sono nati, e la loro esistenza sarebbe stata uguale a quella di tanti altri se non fosse arrivata quella dannata mattina. La mattina in cui Dave, con i suoi occhi spenti pieni di lacrime è salito sul sedile posteriore di quella macchina. Ed è scomparso per quattro, terribili giorni. Venticinque anni dopo, la violenza torna a segnare la vita di Dave. Questa volta però gli sguardi che si posano su di lui non sono compassionevoli, ma carichi d'odio e disprezzo. Reazione più che naturale di fronte all'omicidio di una ragazza di diciannove anni di cui Dave è accusato. E, quasi che il destino volesse rinsaldare un tragico legame, la vittima è la figlia di Jimmy, mentre Sean, diventato poliziotto, è incaricato delle indagini.



Non conoscevo Dennis Lehane, sono onesto, ho visto alcuni adattamenti cinematografici delle sue opere ( è stato scrittore anche di Shutter Island ), ma conto di approfondirlo appena possibile.

Mystic River è per me un'opera perfetta, scritta a puntino, e non solo scorrevolissima, ma anche precisa come un orologio svizzero.
Non tradisce mai la coerenza narrativa e va dritta per la sua strada dando vita a un nugolo di personaggi uno più bello dell'altro, complessi e strutturati benissimo.
La bravura di Lehane si nota non solo per lo sviluppo dei tre protagonisti, ma per il sapiente utilizzo di tutti i comprimari, ugualmente vividi.
Un libro che è già sceneggiatura, praticamente.
E che finale, ragazzi!

Un grande spaccato della difficile e spietata vita di provincia americana.
Anzi più che spaccato, dovremmo parlare di una vita in circolo, ma molto più che vizioso, bensì amaro e violento come un abuso.
I peccati, le paure e le colpe del passato, che riemergono a causa del delitto insensato di un'innocente.

Una vita che si rivela puttana e che spiattella in faccia i fantasmi di un passato in comune, che diventa un grigio e plumbeo presente, inesorabile come il lento defluire del fiume che fa da corollario alla vicenda.

Visto il narrato, Lehane è stato persino clemente, proponendoci sì una narrazione spietata, ma non lanciandosi in scene particolarmente cruente, e forse questo è anche peggio, perché è la nostra immaginazione a creare ed elaborare quelle sordide azioni.
L'incipit iniziale con i protagonisti ancora bambini e protagonisti del rapimento da parte di una coppia di pedofili di uno di loro, è un pugno nello stomaco, narrato in dissolvenza.

Gran bel libro, veramente.
Il film non lo vedo da tanto, ma lo ricordo molto bello, posso quindi dire con il senno di poi, che Clint ha reso piena giustizia al romanzo.

Un libro che consiglio senza riserve.


Alla prossima!





lunedì 6 aprile 2020

Il Grande Cielo - A.B. Guthrie Jr.

" Il mondo mi assale come un mare" disse " una collina e poi un vuoto che mi rotola sotto i piedi, cercando di rovesciarmi"

Si ritorna al west, alla vita di frontiera, ai bivacchi solitari, tra le braccia di una squaw, tra bisonti e lupi, tra caccia alle pelli di castoro, ed ai sentieri impervi e scoscesi di montagna.
Si ritorna ai grandi paesaggi americani, tra gli indiani a caccia di scalpi, fino alle compagnie francesi e inglesi di pellicce.
Un crocevia prima dell'avvento di colonizzatori senza scrupoli.
Un grande spaccato di storia americana del primo ottocento.
Dove spesso i contenziosi si risolvevano a colpi di fucile.


Il Grande Cielo è tutto questo ed anche di più.
Strutturato in più archi temporali, questo libro è di facile immersione, ma pesante ed irto, da risultare impegnativo.
Però ripaga, eccome se ripaga.

Via di sinossi:

"Invecchiando, cominciava a sentire le cose in un modo diverso. Gli piacevano ancora vedere le colline e percorrere i fiumi, ma la metà del piacere era nel ricordare. Dopo che c'eri stato, un luogo non era più soltanto un posto qualsiasi. Si aggiungevano il tempo che ci avevi passato, le cose che avevi pensato, le persone con cui avevi bevuto. C'era un tempo iniziale e il posto in sé, e poi c'erano lo stesso luogo, il tempo e l'uomo che eri stato, tutti mescolati insieme, uno con l'altro".

La sinossi è molto suggestiva, ma spiega poco limitandosi a citare una delle più belle riflessioni del romanzo.

Al di là della mole di episodi, la trama è abbastanza semplice:
Seguiamo il percorso di vita di un giovanissimo Boone Caudill ancora capace di provare emozioni ed empatia fino all'inevitabile nostalgia di casa in seguito alla sua fuga, fino alla sua trasformazione in una figura complessa e sempre più enigmatica smussata dal suo candore dalla vita selvaggia e faticosa di montagna.
Dapprima viaggiatore solitario, poi aggregato ad una compagnia che commercia pellicce, fino alla sua ossessione per una giovanissima indiana che lo porterà a vivere e comprendere altri modi di vivere e punti di vista.
Un personaggio con cui in corso d'opera diventerà sempre più difficile empatizzare.
La storia è suddivisa in almeno cinque/sei macro capitoli sulla sua vita e le sue avventure.
Spesso accompagnato da altri due pellegrini con cui incrocia il cammino, Dick Summers e Jim Deakins, due personaggi che chiamare comprimari è riduttivo.
Dick Summers con la sua esperienza, con il suo sentire il peso dell'età, e con le sue riflessioni, è per me il miglior personaggio del libro.

Dire di più su questa splendida avventura sarebbe un delitto.
Il Grande Cielo è un romanzo rude, ma onesto.
Una storia monumentale, in cui percepisci la fatica, la fame, la gioia del nutrimento e della caccia, del rispetto, ma anche di umani che la montagna trasfigura fino alla loro essenza, e non saranno mai più gli stessi.
E dove il fiume Missouri con le sue acque torbide ci ri-catapulta tra i cuori di tenebra.

Dio, come adoro queste storie, e come ho imparato ad amare le lande sconfinate della frontiera.

Il Grande Cielo è parte di una saga in sei volumi, ed il secondo a Guthrie è valso persino il premio Pulitzer.
E' inutile affermare che presto o tardi conto di leggere gli altri volumi, o almeno quelli che sono stati tradotti in italiano.

Un'opera maestosa che merita di essere letta e riletta.
Sarò stato fortunato ad aver scelto finora il meglio del meglio, ma il western mi sta dando parecchie emozioni.


Alla prossima!