martedì 29 ottobre 2019

L'albero Di Halloween - Ray Bradbury

Per una volta faccio anch'io un post a tema.
Il 22 ottobre scorso è uscito un bel tomone edito dalla Mondadori nella collana Oscar Vault, con gran parte delle storie nere di Ray Bradbury.
Perché sì, Ray non è solo l'autore di fantascienza di Cronache Marziane e Fahrenheit 451 e altri centinaia di racconti similari, ma anche uno scrittore di racconti horror e del mistero.
E' stato ispiratore di Stephen King e di altri autori horror di quella generazione, e si è formato come Matheson, Bloch e tanti altri tra le pagine di Weird Tales.
Ma queste sono cose risapute, quindi andiamo avanti.

Personalmente non ho acquistato il bel tomone della Mondadori, anche perché gran parte delle storie le possiedo già, però c'erano ivi presenti due dei suoi libri che cercavo da tempo, quindi ho convinto qualcuno a farmelo prestare solo per poter leggere ( e magari recuperare successivamente ) L'albero Di Halloween e Ritornati Dalla Polvere.
Oggi parliamo del primo.

P.s: per chi fosse interessato il prezzo del bel ( ma anche pacchiano, parere personale ) tomone della Mondadori, viene venduto praticamente dappertutto al prezzo di 28 Euro.
Un po' caro, ma parliamo di un libro condito da illustrazioni che si avvicina alle mille pagine.

Parlare di L'albero di Halloween non è semplicissimo.
E' una fiaba nera per ragazzi, ed è indiscusso, ma è molto onirica ed ermetica.
E' una storia che si legge in un pomeriggio, ma non linearissima.
Andiamo di sinossi, che ho preso in prestito da Ibs:

Nella serata che precede Ognissanti qualcosa di stupefacente è accaduto: un enorme albero è apparso e, dai suoi rami, pendono centinaia di zucche. Zucche in cui sono intagliati sorrisi inquietanti e occhi luminescenti che fissano otto ragazzini mascherati per l'occasione: Tom è vestito da scheletro, Henry da strega, Ralph è fasciato come una mummia, Georg è diventato uno spettro, J.J. scompigliato come un cavernicolo, Fred stracciato come un accattone, Wally indossa una maschera da grottesca, Pipkin... «Ehi, dov'è finito Pipkin?»... Indossava una maschera bianca e portava una lunga falce. Ma ora è sparito! Che fine ha fatto? Scortati da Mr Moundshroud, una guida davvero particolare, i sette ragazzi partono alla ricerca dell'amico e strada facendo si imbatteranno in una fitta serie di avventure grottesche e allucinanti. E... riusciranno a salvare Pipkin?


" La notte uscì dagli alberi e allargò il suo manto."


Nel fornire qualsiasi analisi di questo piccolo romanzo, deve essere ben presente che si tratta di una fiaba, e che come tale Bradbury voleva semplicemente raccontare una storia.
Non a caso ci sono pochissimi riferimenti relativi al luogo di appartenenza e in cui si svolgono gli eventi iniziali come se non volesse indicizzare quella che è una horror country story di stampo tipicamente americano.
C'è poco background scenografico e poco approfondimento psicologico.
Come tale inizia come qualsiasi topoi narrativo su halloween: un gruppo di ragazzini escono di casa mascherati da archetipi diversi di figure orrorifiche per il proverbiale trick or treat e si ritrovano a vivere un'allucinante avventura.

Il lirismo di Bradbury che mi è tanto caro si vede poco, i capitoli sono piuttosto brevi, per quella che è un'avventura onirica che trascende il tempo ed i continenti con la figura mefistofelica e misteriosa di Mr Moundshroud a fare da Cicerone.

A prima vista la narrativa di base è geniale.
Un viaggio attraverso la nascita dei vari archetipi in tanti posti diversi del continente, ma la brevità del tutto rende però questi viaggi velocissimi e poco d'impatto.
Più che altro è un modo di Bradbury di farci da maestro e di portarci a celebrare il culto dei morti in varie parti del mondo e in varie epoche storiche e mostrarci la nascita dei personaggi di cui i bambini scelgono di mascherarsi.
Dall'antico Egitto, a Notre Dame, passando per il Messico e la sua Dias De Los Muertos che è protagonista di vari racconti del buon Ray.
Funziona?
Il tutto è un po' veloce, e scivola via troppo in fretta.
Manca un po' di mordente in questa storia, che appare più come esercizio di stile, ma che se valutato per quello che è, ovvero un romanzo per ragazzi, direi che fa il suo.
Come dicevo inizialmente va vissuta come una fiaba.
Nera, ma pur sempre fiaba.
Non lo metterei certamente tra i migliori scritti di Ray, ma è una storia che sono felice di aver letto.
Ed è anche una bella storia di amicizia e lealtà.
D'altronde come ci insegnano Stephen King, Rob Reiner e Ray Bradbury in questa ed in altre storie, le amicizie a 12 anni sono le più vere e sincere.
Infatti in tal senso il finale è la parte che mi ha convinto di più, ma ovviamente taccio per evitare spoiler.

" Alle due del mattino tornò il vento a rapire nuove foglie."


Alla prossima!







martedì 22 ottobre 2019

Scrittori italiani che guariscono temporaneamente la mia esterofilia: Dino Buzzati

La prima volta che lessi Il Deserto Dei Tartari è stato come essere colpiti da un macigno.
Non voglio parlare del romanzo, anzi non oso, perché ci sono migliaia di interpretazioni sul simbolismo dell'opera e tanti assist d'immedesimazione che parallelamente ci portano al nostro vissuto.
Per me, per esempio, è un romanzo che un giovanissimo non dovrebbe leggere, dubito che riesca a capire il dilatarsi come un elastico del tempo, la noia del vivere, la sensazione di aspettare un qualcosa che non arriverà mai o arriverà quando non avrai più la forza.
Io, l'apatia del vivere, del restare, dell'aspettare, la vivo quotidianamente, ed è per questo che ho sofferto entrambe le volte che ho letto questa storia, ma è stata una sofferenza che sono stato contento di provare, come sempre quando si tratta di un romanzo che mi porta a riflettere e che mi resta in testa per ore, giorni o settimane.
Se non lo avete mai fatto leggete Il Deserto Dei Tartari, è uno di quei rari casi in cui la parola capolavoro non è quel termine stra-abusato come per la qualsiasi roba mainstream che circola oggigiorno.

Questo romanzo mi spinse un po' all'epoca ad informarmi sulla figura di Dino Buzzati e sulle sue altre opere reperibili.
Non è un autore che ha scritto molto, purtroppo.
Anche perché è stato un artista a tutto tondo essendo anche giornalista, saggista, e persino pittore.
Ho trovato alcuni suoi editoriali sulla rete e posso dire che li ho trovati lirici e splendidi come poche cose che ho letto?
Le sue parole sull'allunaggio e sulla morte di Marilyn Monroe erano di una sensibilità unica.

Qualche tempo dopo in una bancarella dell'usato vidi spuntare una copia vetusta e sbiadita di Un Amore e non me la sono fatta scappare.
Un romanzo che non raggiunge le vette de Il Deserto Dei Tartari in quanto a stile e lirismo, e che anzi è una sorta di flusso di pensieri febbrile, come d'altronde lo sono spesso gli amori, specie quelli non corrisposti.
L'amore in fondo è una malattia, spesso improvvisa, da cui è difficile difendersi lucidamente.
E spesso la cura destabilizza il corpo più della malattia.
La storia è basata su un suo vissuto personale e ricorda un po' vagamente il molto più famoso e conturbante racconto di Nabokov Lolita.
I sentimenti che suscita la figura di Antonio Dorigo in corso d'opera sono molti e contrastanti.
Un po' compatimento e imbarazzo, a volte rabbia, a volte comprensione soprattutto per chi ha vissuto amori impossibili o poco chiari, spesso incasellati in un percorso fragile e ambiguo.
La figura di Laide appare a prima vista come una ragazza svampita, opportunista e che accetta la corte del borghese di turno solo per soldi, e per gran parte del romanzo conosceremo a malapena il suo punto di vista, essendo il racconto narrato attraverso i pensieri e le gesta di Antonio Dorigo.
Un pensiero non proprio lucidissimo, lasciatemelo dire.
Non è facile parlare di amori malati, e spesso questo tipo di narrazione lo tollero poco, ma Un Amore mi è piaciuto.
Forse è un po' troppo fitto per i miei gusti, ma lo si legge con piacere.

Certo, di storie simili, di uomini di una certa età, professionisti che inseguono la giovinezza perduta, attraverso ragazze giovani che vendono l'amore se ne vedono e leggono di ogni, sia nella fiction che nella realtà, ma penso che all'epoca un romanzo così forte nelle tematiche ( per quanto accennate ) un po' di scalpore deve averlo fatto.

Adesso spero di riuscire a reperire anche la raccolta di racconti La Boutique Del Mistero, ma confido prima o poi di ritrovarmela davanti in qualche mercatino dell'usato, come accaduto con i primi due libri.


Alla Prossima!


martedì 8 ottobre 2019

Il Signor Diavolo - Pupi Avati ( Romanzo )


Ricordo che quando lessi la sinossi e successivamente vidi il trailer fui subito attratto da questa storia che mischiava politica, superstizione religiosa e horror " paesano ".
Da questo tipo di narrazione vengo subito sedotto, soprattutto se ambientata nel passato.
Successivamente scoprii che prima del film era già uscita l'opera in formato cartaceo, e quindi ho preferito buttarmi su quest'ultima, aspettando l'occasione di trovarla a un buon prezzo.

Le recensioni lette in giro mi avevano un po' scoraggiato, ma volevo farmi una mia personale idea, anche se è stata dura decidermi a comprarlo.
Il perché è presto detto, è un romanzo cortissimo venduto allo stesso prezzo di uno più corposo.
La parola romanzo, quindi, mi appare persino esagerata perché tecnicamente parlando siamo più dalle parti della novella.
Ma come sempre conta più il contenuto, e quindi concentriamoci su questo.
Ma prima andiamo di sinossi presa in prestito come sempre da IBS:

Una storia intensamente nera, il ritratto di una provincia non addomesticata, mai del tutto compresa, un profondo Nord-est intriso di religione quanto di superstizione e in cui i confini tra vita e mistero si spostano come l'orizzonte nelle paludi... Un mondo dove tutto sembra possibile. Anche il Diavolo.

«Allora a me e a Paolino i giorni ci sembravano tutti diversi, quelli corti e quelli lunghi. Comunque il giorno più bello restava sempre domani. Prima di addormentarci bisognava pregare il nostro angelo custode. Così il diavolo si teneva alla larga.»

Anni Cinquanta, Italia. Il pubblico ministero Furio Momentè sta raggiungendo Venezia da Roma, inviato dal tribunale per un processo delicato. Un ragazzino di quattordici anni ha ucciso un coetaneo, e la Curia romana vuole vederci chiaro, perché nel drammatico caso è implicato un convento di suore e si mormora di visioni demoniache. All'origine di tutto c'è la morte, due anni prima, di Paolino Osti. Malattia, hanno detto i medici, ma secondo Carlo, il suo migliore amico, Paolino è morto per una maledizione: Emilio lo ha fatto inciampare mentre, in chiesa, portava l'ostia consacrata per la comunione. Sacrilegio... E Paolino sul letto di morte avrebbe mormorato: "Io voglio tornare". "Far tornare" l'amico per Carlo è diventata un'ossessione che ha messo in moto oscuri rituali e misteriosi eventi. Fino alla morte di Emilio, ucciso da Carlo con la fionda di Paolino. Almeno così pare...



Su Instagram mi sono espresso così:

Un romanzo breve quanto ermetico nella narrazione, ma che per quel che mi riguarda mi ha abbastanza soddisfatto. Avati mischia politica e superstizione religiosa in un ambiente tipicamente rurale del primo dopoguerra che ricorda un po' Ammaniti e con un finale degno di un racconto di Poe.
La deformità diventa dannazione, e la superstizione diventa assassinio.
In un romanzo breve in cui vittime e carnefici sono principalmente bambini.



Una recensione ermetica, come d'altronde è un po' il romanzo.
Ed in effetti la brevità dell'opera, ma anche la narrazione " esterna " affidata ad una lettura di documenti e testimonianze d'inchiesta rendono quest'opera un po' fredda e poco empatica.
Avrei preferito una narrazione in prima persona, ma è comunque un escamotage che è già stato usato nella narrativa del passato ed anche in quella odierna, anche se molto meno.
Mentre lo leggevo mi sono posto la domanda a quanti potrebbe interessare una storia così, che offre e mostra molto poco al lettore e che si limita a suggerire e sussurrare a più livelli di lettura le scene.
Manca la vera azione, ed è come un racconto gotico d'altri tempi.
In un certo senso lo è.
Il soprannaturale è suggerito e lasciato all'interpretazione del lettore e va bene così.
Ad un lettore moderno tutto ciò non piacerà, lo so.
Ho letto un bel po' di critiche anche sui romanzi della Jackson che trattano il fantastico in maniera molto più psicologica e simbolica, quindi è normale che un romanzo come questo di Avati possa far discutere in tal senso.
Io mi metto tra coloro che lo hanno apprezzato, anche se una cinquantina di pagine in più per approfondire tematiche ed atmosfera e perché no anche la cittadina dove vivono i protagonisti avrebbe giovato e non poco in termini di immedesimazione.
Credo che in futuro mi vedrò anche il film.

Mi ha fatto ripensare un po' anche al passato e alle mie zie del paese che vivevano di preghiera e superstizione, pronte a toglierti il malocchio con l'olio ad ogni occasione, ed ai vecchi racconti di paese folcloristici con i loro misteri che si tramandano per generazioni.


Alla Prossima!



mercoledì 2 ottobre 2019

Il Lungo Addio - Raymond Chandler

" Dirsi addio è un po' come morire. "

Avevo dimenticato tutte le parodie o le citazioni al genere noir presenti nei fumetti, nella narrativa o nel cinema, ma mi è tornato tutto in mente mentre mi approcciavo per la prima volta alla narrativa di questo genere.

Non ricordavo quanta misoginia si nasconde dietro questo genere e quanto esso sia disilluso, decadente, ed inevitabilmente romantico.
Philip Marlowe è un personaggio che mi ha fatto innamorare, ma che giustamente va contestualizzato, però in generale devo ammettere che il mio approccio con la narrativa di Raymond Chandler è stato positivissimo.

Il Lungo Addio è uno splendido romanzo.
Condito da una storia la cui soluzione è francamente non difficile da capire, ma che comunque è più complessa ed articolata del previsto, ed è narrata divinamente.
E' anche un romanzo che trasuda cameratismo ed amicizia virile da tutti i pori, per quanto funga più che altro da prologo.
I dialoghi di questo libro sono straordinari, e Philip Marlowe è un personaggio costruito benissimo.
Però prima andiamo di sinossi, che è stata presa in prestito da IBS:

Quando Philip Marlowe, l'investigatore privato ideale di Raymond Chandler, vede per la prima volta Terry Lennox ubriaco in una Rolls Royce fuori serie di fronte alla terrazza del 'Dancers' non sa ancora quale influenza avrà sul suo destino. Lo sorregge tra le sue braccia, comunque, dopo che la donna che lo accompagnava ha tagliato la corda con la Rolls, accennando a un appuntamento irrecusabile, e cerca di tenerlo su in tutte le maniere, non solo fisicamente. Così si lega a Terry in una tormentosa successione di eventi pericolosi. L'amicizia virile, movimento classico del romanzo di avventura, è qui celebrata quasi oltre ogni limite. Nell'amicizia virile come nell'amore bisogna essere in due, ma la quota di amicizia o d'amore non è mai uguale.




Molto di questa storia lo fa l'atmosfera della storia stessa.
L'immaginazione della vecchia Los Angeles,  Hollywood ed il suo boulevard, quelle donne così volutamente arriviste, procaci ed inevitabilmente fedifraghe, il tutto rigorosamente in bianco e nero nella tua testa o meglio nella mia.

Non so come ho fatto a lasciarmi vincere per una volta dal parere di un influencer, ma in questo caso non posso che ringraziarlo.
Per quanto però io abbia amato questo romanzo e per quanto io sono convinto che un personaggio come Marlowe sia costruito per piacermi fino in fondo, so che non reggerei a lungo questo topoi che sono sicuro andrà a ripetersi romanzo dopo romanzo, anche se con una trama e un approccio diverso.

Ho già preso Il Grande Sonno e poi...conto di fermarmi lì.

Odio l'idea di stufarmi presto di un personaggio che ho amato, ma narrativamente parlando mi annoio presto della quotidianità del contenuto.
Perché so già che cosa mi aspetterebbe romanzo dopo romanzo: la stessa tipologia di donna, lo stesso romanticismo, lo stesso ufficio e lo stesso Marlowe sempre in bolletta, lanciato nell'ennesimo caso e sempre con un bicchiere in mano.
Le stesse strade e quelle notti buie, tristi e solitarie, tra puttane, bar, gangster e poliziotti corrotti.

Quasi quasi, prendo anche gli altri romanzi. :-P


Alla Prossima!




mercoledì 25 settembre 2019

L'alba Delle Tenebre di Fritz Leiber / Ma anche la consapevolezza che io e la fantascienza non andiamo d'accordo a causa mia.

Una delle primi immagini della mia infanzia è la sigla di Mazinga Z.
E' quindi a tutti gli effetti il mio primordiale approccio con la fantascienza, poiché in fin dei conti credo che l'anime di Mazinga sia catalogato in quel genere.
Ricordo anche che i miei scarabocchi infantili erano infarciti di robot che venivano attaccati da navicelle spaziali aliene o vattelapesca.
Giocavo anche con i Micronauti e i Transformers, ma non credo che facciano curriculum.
Però la cosa si è fermata lì.

Nell'adolescenza ho scoperto i fumetti Marvel, e la mia formazione di stampo fantascientifico si ferma alle avventure cosmiche dei F4, degli X-Men o degli Avengers ecc.ecc.
Un po' poco, per carpire i meccanismi di un genere che io ho sempre fatto fatica a leggere ed apprezzare fino in fondo.

Poco fa su Instagram, mi sono lanciato in una filippica sul mio ultimo romanzo letto che è L'alba Delle Tenebre di Fritz Leiber che copio/incollo qui:

Addentrarmii nella lettura di un romanzo di Fritz Leiber è sempre un'esperienza un po' strana, per quel che mi riguarda. Sono sempre affascinato dalla sua narrazione e dal suo background, ma raramente riesco a coglierne il significato e a goderne fino in fondo. Non ho un gran rapporto con il suo modo di scrivere, ed è un dato di fatto. L'alba Delle Tenebre è un romanzo fantascientifico di stampo distopico e religioso in un mondo che è andato avanti, ma solo dal punto tecnologico e non sociologico. I temi sono tutt'ora attuali, ed è percepibile un'antipatia per la religione da parte dell'autore. Una buona storia, forse poco immediata, che avrei apprezzato enormemente di più se non fosse così ermetica nel descrivere ambienti e personaggi. Nella narrazione fantascientifica, e riconosco che è un limite mio, io ho bisogno di essere preso per mano e che mi venga fatto da guida dall'autore. In questo romanzo sei buttato alla mercé della storia quasi in medias res.


Io apprezzo Fritz Leiber, ma mi sono trovato più a mio agio quando si addentra nel campo più horror ( quantunque è un autore che ha sempre espresso di non apprezzare moltissimo il soprannaturale ) in romanzi come Ombre Del Male e Nostra Signora Delle Tenebre.
Però quando parla di fantascienza mi accade quel che mi accade con molti altri autori dello stesso genere.
Zoppico, faccio a fatica a carpire alcune dinamiche meccaniche e alcune descrizioni.
C'è da dire che rispetto ad altri scrittori i racconti di Fritz che ho letto, come L'alba Delle Tenebre, ma anche Il Grande Tempo, offrono comunque uno spaccato sociologico e psicologico molto profondo, ma faccio molta fatica ugualmente a seguirne coerentemente il percorso.
Ecco, credo di avere dei limiti per quel che concerne non solo la tecnica del narrato fantascientifico ma anche per quel che concerne la mia immaginazione percettiva e visiva.
Non so se riesco a spiegarmi.
Non riesco quasi mai a mettermi nella stessa lunghezza d'onda di un romanzo fantascientifico.
Ora bestemmio e mi prenderò i fischi di qualsiasi lettore sparuto che si ritroverà a leggere queste frasi sconnesse:
La Guida Galattica Per Autostoppisti a me non piace, cioè mi sono divertito a leggerla, ma faccio fatica ad amarla e mi capita lo stesso con alcune storie di Heinlein e Kurt Vonnegut ( Mattatoio Nr. 5 lo adoro ed anche Ghiaccio Nove ).
Non sono fatto per le letture fantascientifiche, ma continuo a sbatterci addosso come un mulo.
E' che mi mancano le basi e la cultura, forse.
Eppure come tutti sono cresciuto guardando film e telefilm di quel genere.
Però in verità credo che tutti questi prodotti abbiano semplificato quello che è veramente la fantascienza.
Per me si ferma tutto al sottotesto sociologico che apprezzo e sono in grado di capire, ma spesso è la tecnica e lo sviluppo tecnologico nel contesto, che a me interessa relativamente...
Il mio cervello ragiona poco in ottica futura, questa è la verità.
Credo di essere un lettore limitato, dunque e con scarsa immaginazione, se non di stampo orrorifico.


Alla prossima!

martedì 10 settembre 2019

Viaggio Al Centro Della Terra Di Jules Verne e...nelle mie reminiscenze e nelle mie tasche

Ho sempre pensato che lo stile dei scrittori del passato fosse migliore.
Ampolloso, forse, talvolta noioso, ma stilisticamente di un altro pianeta.
E mi riferisco ad opere di stampo fantasy ed horror e non a Proust o Joyce.
Nella scrittura alta sarebbe la normalità assodata come affermazione, ma nell'horror e nel fantasy non è così assiomatica come cosa.
Oggi vi è in atto una scrittura molto più asciutta e affettata, ed anche piuttosto ermetica e vaga.
Soprattutto nelle opere più moderne.
Persino Stephen King ( di cui sono comunque indietro di tre romanzi ) non sfugge a questa regola.

In questi giorni mi è capitato di leggere Viaggio Al Centro Della Terra di Jules Verne e mentre lo leggevo mi sono chiesto: " Ma è la stessa opera di cui avevamo letto alcuni stralci nel libro di letture all'epoca della scuola elementare?"
E' scritto in modo lineare, ma è pieno di concetti e spiegazioni di stampo geofisico e paleontologiche credo difficile da cogliere all'epoca per un imberbe qual ero.
Ed anche adesso, mentre lo leggevo, alcuni aspetti mi erano alieni e sconosciuti.


Ed infatti io questo romanzo me lo aspettavo più sempliciotto e leggero, ma invece, è un libro con i fiocchi!
Forse oggi sorpassato e bollato come inverosimile ( nonostante sia un fantasy d'avventura fatto e finito), ma terribilmente bello e affascinante.

L'edizione della Hetzel venduta a 1,99 è per altro veramente molto curata e pregiata e condita da bellissime illustrazioni.

Non credo che prenderò tutte le uscite delle opere di Verne, ma è sicuro che quella dedicata a 20.000 Leghe Sotto I Mari non me la farò scappare.

Quest'edizione da edicola è andata subito a ruba ed io ci ho messo una settimana a trovarla, segno che tutto sommato esiste ancora chi legge e compra libri.
O almeno io spero che sia per questo motivo e non per altri aspetti legati alla domanda ed all'offerta.

In questo momento in cui scrivo dovrebbero essere già stati pubblicati altri due libri di Verne, e meriterebbero almeno un'occhiata.

Vorrei più uscite di questo tipo e lo dico con tutto l'egoismo di questo mondo, visto che purtroppo raramente posso permettermi di comprare nuove uscite.

E dire che da questo punto di vista è un bellissimo periodo di uscite: I Testamenti di Margaret Atwood, L'istituto di Stephen King, ed Il Signor Diavolo di Pupi Avati, io avrei voluto leggerli e comprarli.

Ed invece eccomi a far la spola tra mercatini, gazebo, e negozi ammuffiti alla ricerca del prezzo migliore a cui strappare un libro.
Una roba che porterebbe qualsiasi libraio a considerarmi un pezzente o giù di lì.

Ho sempre odiato il denaro ( come concetto ), ma vorrei averne di più da poter spendere in libri.
Ma con i libri non ci si mangia e non ci si veste, e non ci si paga le bollette.

Nel caso mio e della letteratura il nostro rapporto potrebbe essere definito in: Due cuori e una bancarella.


P.s: mi rendo conto che è un post un po' così, ma dopo un mese di pausa le mie dita e la mia mente hanno bisogno di fare un po' di rodaggio.
Fuori ci sono le nuvole e un po' di grigio, forse pioverà, ma io non ho ancora voglia di tornare a bloggare del tutto.
Non oggi, almeno.
Voglio ancora per un po' abbandonarmi alla realtà.


Alla prossima!



martedì 13 agosto 2019

Traduzioni ingannevoli, ma amabili

Mi rendo conto che è un titolo un po' forte e straniante, ma spesso e volentieri mi è successo di aver amato una frase estrapolata da un'opera e poi scoprire che nell'opera originale è stata tradotta in modo diverso.
So che sembra un discorso un po' contorto, ma provo a spiegarmi: non so se avete presente quelle frasi che in genere vengono scritte in un libro prima dell'inizio di un capitolo. In genere si tratta di veri e propri aforismi, se non frasi prese dalla narrazione di un romanzo oppure dallo stralcio di una poesia.
Però se poi andate a leggere l'opera da cui sono tratte, quelle frasi risultano essere tradotte da un'altra persona ancora in maniera totalmente diversa.
Ed io ci resto di sasso, perché in genere sono frasi di cui mi sono innamorato, che però lette nell'opera originale, non dico che perdano di fascino o che cambino significato, ma assumono un suono e una forma diverse.

Faccio un paio di esempi:

Durante la lettura di V For Vendetta mi innamorai perdutamente di una frase detta da V che era questa:

" Io sono il diavolo, e del diavolo vengo a fare l'opera."

Successivamente la frase che ho visto citata a più riprese anche in film ed altre opere è stata tradotta in modo diverso:

" Io sono il diavolo e sono qui per fare il lavoro del diavolo."

Ecco, io conobbi questa frase e me ne innamorai perdutamente con la prima traduzione ed ancora oggi nonostante sia desueta, la preferisco ancora.

Ma non è l'unico esempio:

Durante la lettura di non so quale libro di Stephen King mi imbattei nell'incipit di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Nel romanzo del Re, proprio prima dell'inizio di un capitolo c'era scritto così:

" Bruciare era un piacere."

Quando mi comprai l'opera omnia edita negli Oscar Mondadori la traduzione era di ugual significato, ma la frase era diversa:

" Era una gioia appiccare il fuoco."

Anche in questo caso io ho conosciuto quest'opera ed ho amato una frase che successivamente divenne desueta.

Terzo ed ultimo esempio, perché è agosto e non voglio ammorbare nessuno, possiamo farlo con una delle mie frasi preferite del maestro di Providence ovvero H.P.Lovecraft:

"Non è morto ciò che può vivere in eterno e in strani eoni anche la morte può morire."

Non ricordo dove all'epoca trovai pubblicata questa frase ( presumo venne citata in uno dei romanzi di King ), ma ricordo che me ne innamorai perdutamente, tanto che la scrivevo ovunque come Bio, e penso che tuttora campeggi nel mio profilo Twitter.
Però anche in questo caso, quando mi comprai l'enorme tomone Mammut della Newton con tutte le opere di H.P., la frase era stata tradotta in modo diverso, ma qui il caso è persino diverso perché esistono parecchie traduzioni di questa frase, anche se la più comune pare essere questa:

" Non è morto ciò che in eterno può attendere, e con il passare di strane ere, anche la morte può morire."

Mi rendo conto che tradurre ed adattare una frase da una lingua ad un'altra è un po' un casino ( basta pensare a cosa succede nei testi delle canzoni anglosassoni quando vengono cantate in italiano), però è strano innamorarsi di un testo e poi scoprire che per un'altra persona ( esperta del settore ) il suono della frase e la costruzione del testo siano interpretabili in modo così diverso.
Da un traduttore a un altro può cambiare tutto, e forse ecco spiegato il motivo di tante polemiche di alcuni adattamenti di anime e serie tv.

Si rimane fedeli al primo amore, e alla prima traduzione, mi sa.

Alla Prossima e Buon Ferragosto!