martedì 8 ottobre 2019

Il Signor Diavolo - Pupi Avati ( Romanzo )


Ricordo che quando lessi la sinossi e successivamente vidi il trailer fui subito attratto da questa storia che mischiava politica, superstizione religiosa e horror " paesano ".
Da questo tipo di narrazione vengo subito sedotto, soprattutto se ambientata nel passato.
Successivamente scoprii che prima del film era già uscita l'opera in formato cartaceo, e quindi ho preferito buttarmi su quest'ultima, aspettando l'occasione di trovarla a un buon prezzo.

Le recensioni lette in giro mi avevano un po' scoraggiato, ma volevo farmi una mia personale idea, anche se è stata dura decidermi a comprarlo.
Il perché è presto detto, è un romanzo cortissimo venduto allo stesso prezzo di uno più corposo.
La parola romanzo, quindi, mi appare persino esagerata perché tecnicamente parlando siamo più dalle parti della novella.
Ma come sempre conta più il contenuto, e quindi concentriamoci su questo.
Ma prima andiamo di sinossi presa in prestito come sempre da IBS:

Una storia intensamente nera, il ritratto di una provincia non addomesticata, mai del tutto compresa, un profondo Nord-est intriso di religione quanto di superstizione e in cui i confini tra vita e mistero si spostano come l'orizzonte nelle paludi... Un mondo dove tutto sembra possibile. Anche il Diavolo.

«Allora a me e a Paolino i giorni ci sembravano tutti diversi, quelli corti e quelli lunghi. Comunque il giorno più bello restava sempre domani. Prima di addormentarci bisognava pregare il nostro angelo custode. Così il diavolo si teneva alla larga.»

Anni Cinquanta, Italia. Il pubblico ministero Furio Momentè sta raggiungendo Venezia da Roma, inviato dal tribunale per un processo delicato. Un ragazzino di quattordici anni ha ucciso un coetaneo, e la Curia romana vuole vederci chiaro, perché nel drammatico caso è implicato un convento di suore e si mormora di visioni demoniache. All'origine di tutto c'è la morte, due anni prima, di Paolino Osti. Malattia, hanno detto i medici, ma secondo Carlo, il suo migliore amico, Paolino è morto per una maledizione: Emilio lo ha fatto inciampare mentre, in chiesa, portava l'ostia consacrata per la comunione. Sacrilegio... E Paolino sul letto di morte avrebbe mormorato: "Io voglio tornare". "Far tornare" l'amico per Carlo è diventata un'ossessione che ha messo in moto oscuri rituali e misteriosi eventi. Fino alla morte di Emilio, ucciso da Carlo con la fionda di Paolino. Almeno così pare...



Su Instagram mi sono espresso così:

Un romanzo breve quanto ermetico nella narrazione, ma che per quel che mi riguarda mi ha abbastanza soddisfatto. Avati mischia politica e superstizione religiosa in un ambiente tipicamente rurale del primo dopoguerra che ricorda un po' Ammaniti e con un finale degno di un racconto di Poe.
La deformità diventa dannazione, e la superstizione diventa assassinio.
In un romanzo breve in cui vittime e carnefici sono principalmente bambini.



Una recensione ermetica, come d'altronde è un po' il romanzo.
Ed in effetti la brevità dell'opera, ma anche la narrazione " esterna " affidata ad una lettura di documenti e testimonianze d'inchiesta rendono quest'opera un po' fredda e poco empatica.
Avrei preferito una narrazione in prima persona, ma è comunque un escamotage che è già stato usato nella narrativa del passato ed anche in quella odierna, anche se molto meno.
Mentre lo leggevo mi sono posto la domanda a quanti potrebbe interessare una storia così, che offre e mostra molto poco al lettore e che si limita a suggerire e sussurrare a più livelli di lettura le scene.
Manca la vera azione, ed è come un racconto gotico d'altri tempi.
In un certo senso lo è.
Il soprannaturale è suggerito e lasciato all'interpretazione del lettore e va bene così.
Ad un lettore moderno tutto ciò non piacerà, lo so.
Ho letto un bel po' di critiche anche sui romanzi della Jackson che trattano il fantastico in maniera molto più psicologica e simbolica, quindi è normale che un romanzo come questo di Avati possa far discutere in tal senso.
Io mi metto tra coloro che lo hanno apprezzato, anche se una cinquantina di pagine in più per approfondire tematiche ed atmosfera e perché no anche la cittadina dove vivono i protagonisti avrebbe giovato e non poco in termini di immedesimazione.
Credo che in futuro mi vedrò anche il film.

Mi ha fatto ripensare un po' anche al passato e alle mie zie del paese che vivevano di preghiera e superstizione, pronte a toglierti il malocchio con l'olio ad ogni occasione, ed ai vecchi racconti di paese folcloristici con i loro misteri che si tramandano per generazioni.


Alla Prossima!



mercoledì 2 ottobre 2019

Il Lungo Addio - Raymond Chandler

" Dirsi addio è un po' come morire. "

Avevo dimenticato tutte le parodie o le citazioni al genere noir presenti nei fumetti, nella narrativa o nel cinema, ma mi è tornato tutto in mente mentre mi approcciavo per la prima volta alla narrativa di questo genere.

Non ricordavo quanta misoginia si nasconde dietro questo genere e quanto esso sia disilluso, decadente, ed inevitabilmente romantico.
Philip Marlowe è un personaggio che mi ha fatto innamorare, ma che giustamente va contestualizzato, però in generale devo ammettere che il mio approccio con la narrativa di Raymond Chandler è stato positivissimo.

Il Lungo Addio è uno splendido romanzo.
Condito da una storia la cui soluzione è francamente non difficile da capire, ma che comunque è più complessa ed articolata del previsto, ed è narrata divinamente.
E' anche un romanzo che trasuda cameratismo ed amicizia virile da tutti i pori, per quanto funga più che altro da prologo.
I dialoghi di questo libro sono straordinari, e Philip Marlowe è un personaggio costruito benissimo.
Però prima andiamo di sinossi, che è stata presa in prestito da IBS:

Quando Philip Marlowe, l'investigatore privato ideale di Raymond Chandler, vede per la prima volta Terry Lennox ubriaco in una Rolls Royce fuori serie di fronte alla terrazza del 'Dancers' non sa ancora quale influenza avrà sul suo destino. Lo sorregge tra le sue braccia, comunque, dopo che la donna che lo accompagnava ha tagliato la corda con la Rolls, accennando a un appuntamento irrecusabile, e cerca di tenerlo su in tutte le maniere, non solo fisicamente. Così si lega a Terry in una tormentosa successione di eventi pericolosi. L'amicizia virile, movimento classico del romanzo di avventura, è qui celebrata quasi oltre ogni limite. Nell'amicizia virile come nell'amore bisogna essere in due, ma la quota di amicizia o d'amore non è mai uguale.




Molto di questa storia lo fa l'atmosfera della storia stessa.
L'immaginazione della vecchia Los Angeles,  Hollywood ed il suo boulevard, quelle donne così volutamente arriviste, procaci ed inevitabilmente fedifraghe, il tutto rigorosamente in bianco e nero nella tua testa o meglio nella mia.

Non so come ho fatto a lasciarmi vincere per una volta dal parere di un influencer, ma in questo caso non posso che ringraziarlo.
Per quanto però io abbia amato questo romanzo e per quanto io sono convinto che un personaggio come Marlowe sia costruito per piacermi fino in fondo, so che non reggerei a lungo questo topoi che sono sicuro andrà a ripetersi romanzo dopo romanzo, anche se con una trama e un approccio diverso.

Ho già preso Il Grande Sonno e poi...conto di fermarmi lì.

Odio l'idea di stufarmi presto di un personaggio che ho amato, ma narrativamente parlando mi annoio presto della quotidianità del contenuto.
Perché so già che cosa mi aspetterebbe romanzo dopo romanzo: la stessa tipologia di donna, lo stesso romanticismo, lo stesso ufficio e lo stesso Marlowe sempre in bolletta, lanciato nell'ennesimo caso e sempre con un bicchiere in mano.
Le stesse strade e quelle notti buie, tristi e solitarie, tra puttane, bar, gangster e poliziotti corrotti.

Quasi quasi, prendo anche gli altri romanzi. :-P


Alla Prossima!




mercoledì 25 settembre 2019

L'alba Delle Tenebre di Fritz Leiber / Ma anche la consapevolezza che io e la fantascienza non andiamo d'accordo a causa mia.

Una delle primi immagini della mia infanzia è la sigla di Mazinga Z.
E' quindi a tutti gli effetti il mio primordiale approccio con la fantascienza, poiché in fin dei conti credo che l'anime di Mazinga sia catalogato in quel genere.
Ricordo anche che i miei scarabocchi infantili erano infarciti di robot che venivano attaccati da navicelle spaziali aliene o vattelapesca.
Giocavo anche con i Micronauti e i Transformers, ma non credo che facciano curriculum.
Però la cosa si è fermata lì.

Nell'adolescenza ho scoperto i fumetti Marvel, e la mia formazione di stampo fantascientifico si ferma alle avventure cosmiche dei F4, degli X-Men o degli Avengers ecc.ecc.
Un po' poco, per carpire i meccanismi di un genere che io ho sempre fatto fatica a leggere ed apprezzare fino in fondo.

Poco fa su Instagram, mi sono lanciato in una filippica sul mio ultimo romanzo letto che è L'alba Delle Tenebre di Fritz Leiber che copio/incollo qui:

Addentrarmii nella lettura di un romanzo di Fritz Leiber è sempre un'esperienza un po' strana, per quel che mi riguarda. Sono sempre affascinato dalla sua narrazione e dal suo background, ma raramente riesco a coglierne il significato e a goderne fino in fondo. Non ho un gran rapporto con il suo modo di scrivere, ed è un dato di fatto. L'alba Delle Tenebre è un romanzo fantascientifico di stampo distopico e religioso in un mondo che è andato avanti, ma solo dal punto tecnologico e non sociologico. I temi sono tutt'ora attuali, ed è percepibile un'antipatia per la religione da parte dell'autore. Una buona storia, forse poco immediata, che avrei apprezzato enormemente di più se non fosse così ermetica nel descrivere ambienti e personaggi. Nella narrazione fantascientifica, e riconosco che è un limite mio, io ho bisogno di essere preso per mano e che mi venga fatto da guida dall'autore. In questo romanzo sei buttato alla mercé della storia quasi in medias res.


Io apprezzo Fritz Leiber, ma mi sono trovato più a mio agio quando si addentra nel campo più horror ( quantunque è un autore che ha sempre espresso di non apprezzare moltissimo il soprannaturale ) in romanzi come Ombre Del Male e Nostra Signora Delle Tenebre.
Però quando parla di fantascienza mi accade quel che mi accade con molti altri autori dello stesso genere.
Zoppico, faccio a fatica a carpire alcune dinamiche meccaniche e alcune descrizioni.
C'è da dire che rispetto ad altri scrittori i racconti di Fritz che ho letto, come L'alba Delle Tenebre, ma anche Il Grande Tempo, offrono comunque uno spaccato sociologico e psicologico molto profondo, ma faccio molta fatica ugualmente a seguirne coerentemente il percorso.
Ecco, credo di avere dei limiti per quel che concerne non solo la tecnica del narrato fantascientifico ma anche per quel che concerne la mia immaginazione percettiva e visiva.
Non so se riesco a spiegarmi.
Non riesco quasi mai a mettermi nella stessa lunghezza d'onda di un romanzo fantascientifico.
Ora bestemmio e mi prenderò i fischi di qualsiasi lettore sparuto che si ritroverà a leggere queste frasi sconnesse:
La Guida Galattica Per Autostoppisti a me non piace, cioè mi sono divertito a leggerla, ma faccio fatica ad amarla e mi capita lo stesso con alcune storie di Heinlein e Kurt Vonnegut ( Mattatoio Nr. 5 lo adoro ed anche Ghiaccio Nove ).
Non sono fatto per le letture fantascientifiche, ma continuo a sbatterci addosso come un mulo.
E' che mi mancano le basi e la cultura, forse.
Eppure come tutti sono cresciuto guardando film e telefilm di quel genere.
Però in verità credo che tutti questi prodotti abbiano semplificato quello che è veramente la fantascienza.
Per me si ferma tutto al sottotesto sociologico che apprezzo e sono in grado di capire, ma spesso è la tecnica e lo sviluppo tecnologico nel contesto, che a me interessa relativamente...
Il mio cervello ragiona poco in ottica futura, questa è la verità.
Credo di essere un lettore limitato, dunque e con scarsa immaginazione, se non di stampo orrorifico.


Alla prossima!

martedì 10 settembre 2019

Viaggio Al Centro Della Terra Di Jules Verne e...nelle mie reminiscenze e nelle mie tasche

Ho sempre pensato che lo stile dei scrittori del passato fosse migliore.
Ampolloso, forse, talvolta noioso, ma stilisticamente di un altro pianeta.
E mi riferisco ad opere di stampo fantasy ed horror e non a Proust o Joyce.
Nella scrittura alta sarebbe la normalità assodata come affermazione, ma nell'horror e nel fantasy non è così assiomatica come cosa.
Oggi vi è in atto una scrittura molto più asciutta e affettata, ed anche piuttosto ermetica e vaga.
Soprattutto nelle opere più moderne.
Persino Stephen King ( di cui sono comunque indietro di tre romanzi ) non sfugge a questa regola.

In questi giorni mi è capitato di leggere Viaggio Al Centro Della Terra di Jules Verne e mentre lo leggevo mi sono chiesto: " Ma è la stessa opera di cui avevamo letto alcuni stralci nel libro di letture all'epoca della scuola elementare?"
E' scritto in modo lineare, ma è pieno di concetti e spiegazioni di stampo geofisico e paleontologiche credo difficile da cogliere all'epoca per un imberbe qual ero.
Ed anche adesso, mentre lo leggevo, alcuni aspetti mi erano alieni e sconosciuti.


Ed infatti io questo romanzo me lo aspettavo più sempliciotto e leggero, ma invece, è un libro con i fiocchi!
Forse oggi sorpassato e bollato come inverosimile ( nonostante sia un fantasy d'avventura fatto e finito), ma terribilmente bello e affascinante.

L'edizione della Hetzel venduta a 1,99 è per altro veramente molto curata e pregiata e condita da bellissime illustrazioni.

Non credo che prenderò tutte le uscite delle opere di Verne, ma è sicuro che quella dedicata a 20.000 Leghe Sotto I Mari non me la farò scappare.

Quest'edizione da edicola è andata subito a ruba ed io ci ho messo una settimana a trovarla, segno che tutto sommato esiste ancora chi legge e compra libri.
O almeno io spero che sia per questo motivo e non per altri aspetti legati alla domanda ed all'offerta.

In questo momento in cui scrivo dovrebbero essere già stati pubblicati altri due libri di Verne, e meriterebbero almeno un'occhiata.

Vorrei più uscite di questo tipo e lo dico con tutto l'egoismo di questo mondo, visto che purtroppo raramente posso permettermi di comprare nuove uscite.

E dire che da questo punto di vista è un bellissimo periodo di uscite: I Testamenti di Margaret Atwood, L'istituto di Stephen King, ed Il Signor Diavolo di Pupi Avati, io avrei voluto leggerli e comprarli.

Ed invece eccomi a far la spola tra mercatini, gazebo, e negozi ammuffiti alla ricerca del prezzo migliore a cui strappare un libro.
Una roba che porterebbe qualsiasi libraio a considerarmi un pezzente o giù di lì.

Ho sempre odiato il denaro ( come concetto ), ma vorrei averne di più da poter spendere in libri.
Ma con i libri non ci si mangia e non ci si veste, e non ci si paga le bollette.

Nel caso mio e della letteratura il nostro rapporto potrebbe essere definito in: Due cuori e una bancarella.


P.s: mi rendo conto che è un post un po' così, ma dopo un mese di pausa le mie dita e la mia mente hanno bisogno di fare un po' di rodaggio.
Fuori ci sono le nuvole e un po' di grigio, forse pioverà, ma io non ho ancora voglia di tornare a bloggare del tutto.
Non oggi, almeno.
Voglio ancora per un po' abbandonarmi alla realtà.


Alla prossima!



martedì 13 agosto 2019

Traduzioni ingannevoli, ma amabili

Mi rendo conto che è un titolo un po' forte e straniante, ma spesso e volentieri mi è successo di aver amato una frase estrapolata da un'opera e poi scoprire che nell'opera originale è stata tradotta in modo diverso.
So che sembra un discorso un po' contorto, ma provo a spiegarmi: non so se avete presente quelle frasi che in genere vengono scritte in un libro prima dell'inizio di un capitolo. In genere si tratta di veri e propri aforismi, se non frasi prese dalla narrazione di un romanzo oppure dallo stralcio di una poesia.
Però se poi andate a leggere l'opera da cui sono tratte, quelle frasi risultano essere tradotte da un'altra persona ancora in maniera totalmente diversa.
Ed io ci resto di sasso, perché in genere sono frasi di cui mi sono innamorato, che però lette nell'opera originale, non dico che perdano di fascino o che cambino significato, ma assumono un suono e una forma diverse.

Faccio un paio di esempi:

Durante la lettura di V For Vendetta mi innamorai perdutamente di una frase detta da V che era questa:

" Io sono il diavolo, e del diavolo vengo a fare l'opera."

Successivamente la frase che ho visto citata a più riprese anche in film ed altre opere è stata tradotta in modo diverso:

" Io sono il diavolo e sono qui per fare il lavoro del diavolo."

Ecco, io conobbi questa frase e me ne innamorai perdutamente con la prima traduzione ed ancora oggi nonostante sia desueta, la preferisco ancora.

Ma non è l'unico esempio:

Durante la lettura di non so quale libro di Stephen King mi imbattei nell'incipit di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Nel romanzo del Re, proprio prima dell'inizio di un capitolo c'era scritto così:

" Bruciare era un piacere."

Quando mi comprai l'opera omnia edita negli Oscar Mondadori la traduzione era di ugual significato, ma la frase era diversa:

" Era una gioia appiccare il fuoco."

Anche in questo caso io ho conosciuto quest'opera ed ho amato una frase che successivamente divenne desueta.

Terzo ed ultimo esempio, perché è agosto e non voglio ammorbare nessuno, possiamo farlo con una delle mie frasi preferite del maestro di Providence ovvero H.P.Lovecraft:

"Non è morto ciò che può vivere in eterno e in strani eoni anche la morte può morire."

Non ricordo dove all'epoca trovai pubblicata questa frase ( presumo venne citata in uno dei romanzi di King ), ma ricordo che me ne innamorai perdutamente, tanto che la scrivevo ovunque come Bio, e penso che tuttora campeggi nel mio profilo Twitter.
Però anche in questo caso, quando mi comprai l'enorme tomone Mammut della Newton con tutte le opere di H.P., la frase era stata tradotta in modo diverso, ma qui il caso è persino diverso perché esistono parecchie traduzioni di questa frase, anche se la più comune pare essere questa:

" Non è morto ciò che in eterno può attendere, e con il passare di strane ere, anche la morte può morire."

Mi rendo conto che tradurre ed adattare una frase da una lingua ad un'altra è un po' un casino ( basta pensare a cosa succede nei testi delle canzoni anglosassoni quando vengono cantate in italiano), però è strano innamorarsi di un testo e poi scoprire che per un'altra persona ( esperta del settore ) il suono della frase e la costruzione del testo siano interpretabili in modo così diverso.
Da un traduttore a un altro può cambiare tutto, e forse ecco spiegato il motivo di tante polemiche di alcuni adattamenti di anime e serie tv.

Si rimane fedeli al primo amore, e alla prima traduzione, mi sa.

Alla Prossima e Buon Ferragosto!




lunedì 5 agosto 2019

La Reliquia - James Herbert

Ho già parlato di James Herbert e di quanto mi piacciano le sue opere, quindi non avrei voluto ripetermi, ma nell'ultima sortita al mercatino dell'usato è saltato fuori questo romanzo che ho cercato per tanto tempo e quindi mi è sembrato naturale parlarne, se non altro per pura divulgazione.
Faccio questo post solo per questo motivo.
In modo che si sappia che esiste gente che legge ancora questo autore che meriterebbe di essere ristampato in una veste non migliore ( io adoro gli Urania ), ma semplicemente più moderna, in modo che possa avvicinare molti altri appassionati di fantascienza o comunque lettori di qualsiasi genere.

Nelle ricerche di Google ci sarà una persona in più che avrà letto questo romanzo e lo avrà apprezzato: Io.
E se anche una sola persona leggerà questa mia e poi leggerà il libro, sarà per me una vittoria, perché ritengo Herbert una lettura piacevole.

Dico piacevole perché voglio essere onesto. Herbert è uno scrittore la cui scrittura è molto più votata all'azione e meno alla costruzione della storia rispetto ad un Matheson o Stephen King e le sue storie non hanno il lirismo di Ray Bradbury, però regalano emozioni e divertimento a non finire, anche nelle scene più truculente.

Rispetto però alle altre opere che ho letto di questo autore, La Reliquia è un romanzo molto più corposo e coeso, almeno inizialmente.
Ed in più ci sono anche delle piccole chicche che meritano.
Le estrapolazioni di frasi attribuite ad Himmler o Hitler che aprono ogni capitolo, per me arricchiscono e non poco la lettura di questo libro peculiarissimo.
Senza contare le citazioni all'opera Parsifal di Wagner ( che io nella mia ignoranza non conoscevo ).

Al di là del fatto che ad un certo punto diventa un romanzo d'azione tout court come nelle caratteristiche dell'autore, posso affermare tranquillamente che La Reliquia è il suo romanzo più " serio " quello che meriterebbe più in assoluto di essere letto.

E se siete appassionati di occultismo e fantascienza di stampo militare, questo è il romanzo che fa per voi.
In più è un romanzo ricco di azione che può essere associato al genere delle spy story.

Che il Dio dei libri benedica gli Urania!

Alla prossima!

P.s: vi lascio con la sinossi del retrocopertina ( non molto chiara in realtà ):

James Herbert è l'autore di Nebbia (Urania n. 702), Il superstite (n. 724), L'orrenda tana (n. 854), memorabili storie di horror tra il fantascientifico e il soprannaturale. Ecco alcuni giudizi di quotidiani inglesi su questo suo nuovo romanzo: "Un incubo... Una lettura che vi incatena col fascino dell'orrendo". - London Daily Mirror "Un culto magico di neo-nazisti in Inghilterra... Una donna crocifissa in una strada di Londra... Himmler risuscitato... Scene e situazioni del più tipico Herbert." - Birmingham Evening Mail "Terrificante" - Manchester Evening News





martedì 16 luglio 2019

Scrittori italiani che guariscono temporaneamente la mia esterofilia: Michele Mari

Al di là della sua prosa forse un po' troppa fitta ed accademica per i miei gusti, devo ammettere che mi sono lasciato sedurre dai libri di Michele Mari.
Entrambe le opere che ho letto mi hanno convinto, ed in futuro leggerò sicuramente altri suoi libri.
La mia ritrosia per la letteratura gotica e del mistero italiana è ben nota a chi mi conosce, ma a volte mi lascio convincere a vincere le mie insicurezze ed a sperimentare, e vittoria è stata, in quasi tutti i sensi.
Ci ho messo un po' a lasciarmi andare,  ho letto varie recensioni, letto sinossi, sentito stories su stories sui suoi romanzi, ed alla fine ho deposto lo scudo del pregiudizio, ed ho sconfitto la mia esterofilia.


La lettura di Verderame e Roderick Duddle non è stata indolore, perché a me lo stile di Mari non piace, trovo la sua scrittura un po' fitta e "stilosa", ma è un problema mio, perché entrambi i libri dal punto di vista della trama mi sono piaciuti molto.

L’estate del 1969 sembra interminabile, tra gli sceneggiati con Arnoldo Foà, le pagine dei romanzi d’avventura e il caldo immobile del lago Maggiore. Michelino ha tredici anni e ha già letto troppi libri, Felice ne ha sessanta e sta perdendo la memoria: il primo deve trascorrere le vacanze dai nonni, in una casa enorme e misteriosa di cui il secondo è da sempre il custode. Per ingannare la noia, Michelino si inventa un gioco: rimettere ordine fra i ricordi di Felice, «l’uomo del verderame» – incarnazione mitica e spaventosa di migliaia di mostri fantasticati.
La memoria di Felice si sta sbriciolando: per tutta la vita si è occupato della grande casa di campagna dove Michelino trascorre le sue vacanze, dell’orto, del verderame da spargere sull’uva, dei conigli da ingrassare, poi uccidere e scuoiare. Ma adesso qualcosa sembra non funzionare più. I suoi ricordi riaffiorano sfalsati e contraddittori, componendo una geografia mentale sempre più inaffidabile.
Felice all’improvviso si mette a raccontare una balzana storia di esuli russi, di francesi che parlano sottoterra, di scheletri in divisa nazista: e le lumache che appestano l’orto si trasformano in nemici invincibili, sentinelle di un mondo ctonio e minaccioso. Quale sfida migliore, per un ragazzino che si annoia, di un «viaggio al centro della testa» di quest’orco bonario che da sempre accende la sua immaginazione? Così Michelino si ritrova, come un piccolo Sancho Panza, scudiero nella lotta di Felice contro il mulinare impazzito della sua memoria, consigliere e compagno nella battaglia disperata che l’uomo sta combattendo dentro di sé.
Giocando con la tradizione del romanzo d’avventura – e innestando nell’immaginario di Stevenson le ossessioni di Edgar Allan Poe – Michele Mari conduce il lettore lungo un percorso imprevedibile alla scoperta dei propri demoni. Con una passione affabulatoria mai così divertita e travolgente, illumina ancora una volta la natura «sanguinosa» dei ricordi d’infanzia. E riesce così a sfiorare un territorio altro, una zona d’ombra dove ciascuno di noi ha un doppio che lo attende, e poco importa se non sappiamo dargli un nome, «perché non ci dobbiamo preoccupare della storia delle cose e delle parole, dobbiamo usarle solo per il nostro comodo».


Verderame è un libro molto particolare, un racconto di formazione e del mistero dai toni forse un po' troppo accademici e ricercati, ma che mi è piaciuto molto.
Ho sofferto un po' la scelta di far parlare ad uno dei personaggi principali un dialetto lombardo così stretto che per un calabrese come me è quasi un'altra lingua, visto che capivo una parola su quattro, ma sono scelte di narrazione che non possono essere discusse.
D'altronde è più naturale che un giardiniere un po' tocco che non ha fatto altro nella vita parli il dialetto piuttosto che si esprima in un italiano perfetto.
La mia sensazione è che Verderame non scorra benissimo, ma tiene incollato fino alla fine, se non altro per carpire del tutto cosa frulla nella testa "visionaria" di Felice.
Un romanzo sicuramente ampolloso, ma che è in toto il mio genere.


Roderick ha dieci anni, e tutto quello che possiede è un medaglione. Ancora non lo sa, ma quell’oggetto lo porterà piú lontano di qualsiasi nave al largo dell’oceano. Figlio di una prostituta, cresce tra furfanti e ubriaconi in una fumosa locanda con annesso bordello. Quando la madre muore, il proprietario pensa bene di cacciarlo: quello che entrambi ignorano è che nel destino di Roderick è nascosta un’immensa fortuna, e il medaglione che porta al collo ne è la prova. Il ragazzino si ritrova alle calcagna una folla di balordi, loschi uomini di legge, suore non proprio convenzionali, tutti disposti anche ad uccidere per averlo. E cosí fugge, per terra e per mare, in un crescendo di equivoci e imprevisti rocamboleschi, tragici ed esilaranti, come ogni vita romanzesca che si rispetti. Con Roderick Duddle Michele Mari ha scritto una storia capace di rifondare il gesto stesso del narrare. Un libro travolgente, dal quale non si vorrebbe piú uscire.



Roderick Duddle è innanzitutto un bel mattone, ma molto più scorrevole di Verderame.
In bilico tra atmosfere dickensiane e di provincia ( la copertina è molto esplicativa in tal senso ) e da una parentesi narrativa di avventure marittime che ricordano un po' L'ammutinamento Del Caine o L'isola Del Tesoro.
Un libro che intrattiene e coinvolge.
Mi hanno però lasciato perplesso alcune scelte narrative.
In questo romanzo Mari parla più volte con il lettore, rompendo la quarta parete, rendendo così un po' più lieve la portata degli eventi, come se in fondo, volesse alleggerirne le dinamiche, ed è un vero peccato, perché Roderick Duddle è un romanzo pieno di personaggi senza scrupoli e piuttosto interessanti.

Non che non ci siano eventi nefasti, anzi ve ne sono in abbondanza, ma lo scrittore viene troppo spesso in soccorso del lettore, come se in fondo volesse rassicurarlo, ed è un peccato perché personaggi come Il Probo, La Badessa, Salamoia, Jones o la bellissima e conturbante Suor Allison avrebbero sollucherato ancora di più il lettore senza le avvertenze dello scrittore.
La sua presenza in quanto narrante spesso e volentieri anticipa le dinamiche della trama rendendo prevedibili gli eventi più shockanti.
Nonostante ciò le peculiarità dei personaggi e i ribaltamenti continui di trama ( il povero ragazzino protagonista ne vive di ogni, ma d'altronde è un personaggio dichiaratamente dickensiano ) fanno di Roderick Duddle un gran bel romanzo che mi ha avvinto fino alla conclusione.
Anche qui c'è qualche vezzo stilistico dello scrittore: in questo caso le lettere sgrammaticate del signor Jones, ma in questo caso almeno sono comprensibili.
In generale è un gran bel romanzo che mischia molti elementi e lo fa bene.
E' anche molto conturbante e malizioso, soprattutto nel personaggio di Suor Allison, una donna ermafrodito capace di suscitare erotismo in quasi tutti i personaggi che popolano il romanzo, certamente il personaggio più bello di tutto il libro.

Michele Mari, tra me e te non finisce certo qui, e non è una minaccia, ma una promessa di lettura.

P.s: entrambe le sinossi sono prese dal sito di Einaudi, la casa editrice che detiene i diritti delle opere di Michele Mari.


Alla prossima!





venerdì 5 luglio 2019

Lonesome Dove - Larry McMurtry

Ecco un libro che mi ha inizialmente scoraggiato per via della sua maestosità, e che poi paragrafo dopo paragrafo e capitolo dopo capitolo ho iniziare ad amare immensamente, tanto da non volermene separare più.
Quando trovo un libro che riesce a scardinare le mie difese e da cui mi sento sopraffatto, poi più niente sembra avere più senso, e qualsiasi prossima lettura deve attendere che io riesca a superare la sindrome da abbandono che mi prende dopo un libro così bello.

Lonesome Dove si candida a essere una delle letture della mia vita.
E' un romanzo così bello che mi ha annichilito.
Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei appassionato alla narrativa western e che soprattutto ci sarebbe stato un genere capace di rivaleggiare con il mio primo amore che è l'horror.

Eppure prima Steinbeck con Furore, Uomini & Topi e La Valle Dell'eden che mi hanno avvicinato alle storie rurali della provincia americana e poi Cormac McCarthy, Kent Haruf ed adesso Larry McMurtry mi stanno trascinando inesorabile in una nuove fase letteraria della mia vita, pregna di emozioni ed amore infinito.

Pregna di viaggi, bivacchi, sparatorie, mandrie da catturare, saloon, puttane, coraggio ed onore.
Un po' mi riportano ai film western che amavo da bambino, ma allora facevo poco caso ai personaggi ed a ciò che provavano, ma solamente alle sparatorie ed a dove venivo trascinato dalla trama.

Lonesome Dove è un vero e proprio viaggio, non solo letterale, ma nell'anima di ogni personaggio che ne prende parte.
Ma andiamo di sinossi, che è presa in prestito dal sito di Einaudi ( la casa editrice che ha ripubblicato in nuova edizione questa perla ):

Leggenda e realtà, eroi e fuorilegge, indiani e pionieri, un’odissea attraverso le Grandi Pianure e la morte come sola compagna di viaggio, la malinconia di un’epoca al tramonto e l’eccitazione di una cavalcata selvaggia. L’avventura che non finirà mai: questo è il West.
In uno sputo di paese al confine fra il Texas e il Messico, Augustus McCrae e Woodrow Call, due dei piú grandi e scapestrati ranger che il West abbia conosciuto, hanno cambiato vita: convertiti al commercio di bestiame, ammazzano il tempo come possono. Augustus beve whiskey sotto il portico e gioca a carte al Dry Bean, mentre Call lavora sodo dall’alba al tramonto e continua a dare ordini a Pea Eye, Deets e al giovane Newt. La guerra civile è finita da un pezzo e la sera, sul Rio Grande, non si incontrano né Comanche né banditi messicani, ma solo armadilli e capre spelacchiate. L’equilibrio si spezza quando, dopo una lunga assenza, torna in cerca d’aiuto un vecchio compagno d’armi, il seducente e irresponsabile Jake Spoon, che descrive agli amici i pascoli lussureggianti del Montana e cosí dà fuoco alla miccia dell’irrequietezza di Call: raduneranno una mandria di bovini, li guideranno fin lassú e saranno i primi a fondare un ranch oltre lo Yellowstone. È l’inizio di un’epica avventura attraverso le Grandi Pianure, che coinvolgerà una squadra di cowboy giovani e maturi, oltre a un folto gruppo di prostitute, cacciatori di bisonti, indiani crudeli o derelitti, trapper, sceriffi e giocatori d’azzardo: decine di piccole storie che s’intrecciano tra loro ed escono dall’ombra della grande Storia americana. Lonesome Dove è un libro leggendario, il vero grande classico della letteratura western, l’opera che raggiunge il culmine di un genere e allo stesso tempo chiude un’epoca. Non a caso c’è il cinema all’origine del romanzo: all’inizio degli anni Settanta, Peter Bogdanovich vuole girare un film in omaggio al suo maestro John Ford, con John Wayne, James Stewart e Henry Fonda nelle parti principali. McMurtry scrive il copione: nasce cosí il primo abbozzo di Lonesome Dove, sebbene con un altro titolo. Alla fine il progetto non giungerà in porto, ma quella storia continua a ronzare nella testa di McMurtry per piú di dieci anni, finché non decide di scriverci un romanzo. Lonesome Dove negli Stati Uniti è subito salutato come un capolavoro e vince il Pulitzer nel 1986. In seguito verrà adattato in una mini-serie televisiva, con Robert Duvall e Tommy Lee Jones, che ottiene un grandissimo successo e segna l’inizio del revival western al cinema, culminato con Balla coi lupi e Gli spietati. Da tempo irreperibile sul mercato italiano, Lonesome Dove torna ora in libreria in una nuova traduzione.

Una sinossi forse fin troppo descrittiva, ma d'altronde parliamo di un romanzo che ha vinto il premio Pulitzer.
Mi viene difficile quindi parlarne, anche perché non penso di poter essere all'altezza di farne una recensione, quindi lascerò parlare solo le mie emozioni.

E' difficile inizialmente entrare in confidenza con questo romanzo, i primi capitoli sono lenti e descrittivi, ci sono molti personaggi, e quindi bisogna avere un po' di pazienza per assimilarne le dinamiche.
Una volta fatto ciò nonostante il libro sia un vero e proprio mattone, la lettura scivola via che è un piacere.
McMurtry, non è McCarthy la cui prosa è ricercata e che potresti passare il tuo tempo a sottolinearne diversi paragrafi per quanto sia bella, però ha una scrittura molto essenziale ma ugualmente descrittiva ed immersiva.

Una delle poche cose che non mi sono piaciute è qualche intersecazione di troppo tra alcuni personaggi che nonostante la vastità degli stati tra il Texas e il Montana ( in cui i protagonisti sono diretti ) sembrano incontrarsi più volte troppo facilmente, ma è una quisquilia, nient'altro.

Per il resto il romanzo è una meraviglia.
Un viaggio avventuroso dal Texas al Montana fatto di personaggi molto peculiari e descritti in maniera magnifica.
Gus McCrae è semplicemente l'anima e il personaggio più bello del libro, mentre molto più enigmatico, complesso e spinoso è il capitano Call Woodrow troppo oppresso, ombroso e ligio al dovere.
Entrambi ( più il secondo in verità) si fanno carichi di portare una mandria nello stato ancora "brado" del Montana in un viaggio faticosissimo ed irto di pericoli.
McMurtry è spietatissimo e non risparmia nulla al lettore.
Il bello di questo libro è che se ti affezioni ad un personaggio hai paura di voltare la pagina successiva perché sai che potrebbe lasciarci le penne da un momento all'altro.

C'è molto da riflettere sugli usi e costumi di quel tempo, sulla giustizia sommaria, e su tutto il resto.
E' un romanzo dal sottotesto molto forte che è un vero e proprio pezzo di storia americana.

Qualsiasi cosa dicessi d'altro sarebbe un probabile spoiler.
La cosa bella di questo romanzo è vivere e lasciarsi trascinare da questo peregrinare in sella tra banditi, indiani, tempeste di ogni tipo, e soprattutto nella vita e nei pensieri di ogni personaggio.

Un viaggio straordinario che sono felice di aver fatto, e che non avrei voluto finisse mai.

Grazie infinite, McMurtry.


Alla prossima!






giovedì 27 giugno 2019

La Sottile Linea Scura - Joe R. Lansdale

" Dovevo aver sicuramente offeso gli dèi del male, dovevo aver fatto loro varcare di gran carriera la sottile linea scura che separa i misteri delle tenebre dalla realtà."

A volte se sono da solo e non so che fare, la domenica mattina sono solito andare al mercatino delle pulci nella bancarella di libri mia prediletta per cercare qualcosa da leggere a poco prezzo, anche se sono più le volte che torno a mani vuote che quelle in cui faccio veri affari.
La penultima volta che ci sono stato mi è caduto l'occhio su La Sottile Linea Scura di Joe R. Lansdale e al miserrimo prezzo di due Euro me lo sono portato a casa.

Pensavo di aver superato la mia fase Lansdale.
Perché sì, io le opere di Lansdale le ho lette in sequenza quasi febbrile nel 2013/2014 circa, forse anche prima.


La Sottile Linea Scura era la sua opera che più mi piacque e a cui sono più affezionato, e quindi mi è venuto spontaneo prenderlo.
All'epoca quando lessi in sequenza gran parte dei suoi romanzi potevo attingervi in maniera gratuita, ma non entrarne in effettivo possesso.
Però la cosa non mi disturbava perché era un autore che mi piaceva, ma non uno con cui avere un approccio in libreria e non ai mercatini.
Al contempo se dovessero ricapitarmi in mano La Trilogia Del Drive-In e In Fondo Alla Palude, penso che un posto nella mia libreria glielo concederei tranquillamente ( anche i primi volumi della saga di Hap & Leonard meriterebbero).
Insomma, io ho amato Lansdale, ma ad un certo punto mi è comunque venuto a noia, forse perché troppo sovraesposto e perché ho letto troppo di lui in poco tempo.
Anche se recentemente mi sono imbattuto nella trama di Paradise Sky ed essendo in un periodo dove sto leggendo ed amando molti romanzi western devo ammettere di averci fatto più di un pensierino.

La Sottile Linea Scura è un romanzo di formazione in chiave noir.
E chi mi conosce sa che io amo le storie di formazione.
Sono nato per leggerle e sono fatto per queste storie.

Questo libro pur essendo ambientato nel suo amato Texas orientale in anni e contesti diversi ricorda molto opere come Io Non ho Paura, Come Dio Comanda e Ti Prendo e Ti Porto Via di Ammaniti, e perché no anche il King di Stand By Me e It e un po' i racconti di formazione in salsa Mark Twain.

Via di sinossi, che ho preso in prestito da Ibs:

"Nell'afosa estate texana del 1958, il tredicenne Stanley Mitchell lavora nel drive-in del padre, e mette il naso in un segreto che doveva rimanere celato. E la "perdita dell'innocenza" di Stanley, in quell'estate in cui il mondo per lui cambia per sempre, coincide con il miracolo di una resurrezione davvero magica. In perfetta naturalezza, Lansdale ricrea le voci, il sapore, la vita, di un tempo scomparso del tutto, come non fosse mai esistito. La "sottile linea scura", che segna per Stanley la scoperta del male del dolore e della morte insieme con l'esplosione del sesso e la consapevolezza del conflitto razziale, diventa la parete trasparente da varcare per immergerci in quegli anni Cinquanta lontani ormai come la preistoria."


Per una volta abbiamo una sinossi chiara e precisa che esplica alla perfezione la trama.
Prima di tutto bisogna dire che Lansdale ha una scrittura semplice e lineare, ma che fa scivolare via le pagine che è un piacere.
In più è molto abile a descrivere le giornate e l'ambiente cittadino di quegli anni mostrandolo da più punti di vista.
Per quanto la storia sia descritta principalmente attraverso lo sguardo ed i pensieri del giovane Stanley, Lansdale riesce a farci entrare nei pensieri e nelle azioni di tutti.
La storia prende il via quando Stanley trova nel campo vicino il drive-in del padre una casa abbandonata e bruciata sopra un albero e nelle vicinanze un baule sepolto contenenti delle lettere che appartenevano ad uno degli abitanti della casa, una giovane ragazza morta in circostanze sospette.
Diciamo subito che la parte noir è la meno interessante, i probabili sospetti sono pochi e quindi il mistero non è di difficile soluzione agli occhi del lettore, in quanto le alternative sono poche, anche se fino a quel momento è un mistero ormai vetusto ed irrisolto, ma è interessante tutto il contesto della storia dei protagonisti.
Una storia fatta di tensioni razziali, storie d'amore nascoste ed improbabili per il pudore comune di quegli anni, di violenza, ma anche di spensieratezza, malizia e vigore giovanile soprattutto per quel che concerne il personaggio della sorella di Stanley forse il personaggio più "vero" narrativamente parlando.
Non tutto come dicevo è perfetto, la parte noir viene risolta in maniera un po' repentina ed a volte si ha la sensazione che sia una scusa per narrarci la vita di una cittadina di provincia texana in un periodo di tensioni razziali, dove molto spesso per avere giustizia bisognava difendersi e farsi ascoltare con la forza.
Non a caso penso che il personaggio meno credibile della vicenda sia il padre di Stanley, buono e caro a casa in un periodo tipicamente patriarcale, ma pronto a menare le mani con chiunque anche con un semplice spasimante della figlia.
Un personaggio che sembra un po' troppo un eroe cinematografico per i miei gusti.

Pur nella semplicità del narrato, Lansdale regala anche delle pagine ricche d'azione e di violenza, ed alcuni paragrafi sono bellissimi.
In più è terribilmente bravo nel descrivere le scene d'azione.
Ci sarebbe tanto da dire soprattutto sui due personaggi di colore protagonisti della vicenda, descritti in maniera bellissima, così come il miglior amico di Stanley, Richard, che sembra uscito da una storia di Mark Twain, un ragazzo sempre sporco che ha conosciuto solo fame e violenza, ma così rischierei di dire troppo e di trarne un poema.

Mi limito a dire che ci troviamo davanti un gran bel romanzo di formazione in uno dei periodi più turbolenti della storia americana.
Si parla anche di cinema, e di sesso.
Si parla di vita e di morte.
Perché la morte ed il sangue non hanno razza.
Consigliatissimo!

"Non sempre la vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme, carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa."


Alla prossima!







lunedì 17 giugno 2019

X- Men - La Saga Di Fenice Nera

" Osservate la nascita di una Dea!"

Non molto tempo fa, feci un post dedicato alla passione che durante l'adolescenza nutrivo per il fumetto degli Incredibili X-Men, un amore durato almeno un decennio.
Il mio unico grande rimpianto di quei tempi era di non aver avuto mai la possibilità di leggere la saga che viene considerata tuttora come un caposaldo degli uomini x e dell'universo Marvel in generale, quella della Fenice Nera.
Oggi rimpianto non è più.

La saga è stata ripubblicata in un formato economico in allegato con la Gazzetta Dello Sport in concomitanza con l'uscita dell'omonimo film al cinema, e mi ci sono fiondato sopra come un falco.

E' una saga bella come tutti dicono?
Per me è un Nì.

Spero di non farne un poema, ma va fatta una premessa.
Gli X-Men non sono più al centro del mio universo, come lo erano ai tempi della mia adolescenza. Io sono cambiato, cresciuto ed i miei gusti sono relativamente diversi.
Un'altra cosa da dire è che io sono cresciuto leggendo le storie di Chris Claremont successive che vedevano alcuni degli stessi personaggi inseriti però in un contesto più cupo e graffiante, i cui semi comunque vengono piantati proprio nella saga di Fenice Nera.
Allo stesso tempo nonostante io sia cresciuto e non apprezzi più alcune delle dinamiche supereroistiche ho apprezzato enormemente la rilettura dei numeri in mio possesso della serie regolare a firma di Claremont/  Romita Jr./ Mark Silvestri, Jim Lee, ecc.ecc. ( in pratica i numeri che vanno dal numero 8 al numero 50).

Quindi cos'è che mi spinge a non apprezzare del tutto le storie di Claremont/Byrne pur riconoscendone la bellezza?
La costruzione di alcuni personaggi e proprio dei due protagonisti della storia in primis ovvero Ciclope e Jean Grey alias Fenice.
Due personaggi che sembrano tra le righe non essere apprezzati dal loro scrittore stesso.
Fossero vissuti al giorno d'oggi Jean e Scott probabilmente avrebbero un profilo in comune su Facebook e non parlerebbero mai in maniera individuale ma solo come coppia.
A volte si ha la sensazione che la funzione di Jean Grey nelle storie sia quella di essere salvata e di lanciarsi in una pomiciata finale con Scott.
I pensieri e le parole della Jean pre-fenice nera? " Oh, Scott."
Manca solo che Chris gli mettesse in bocca: " Baciami, mio virile maschione."
E nella parte iniziale della saga che funge da prologo alla storia, tutto questo accade veramente, anche se il protagonista non è Scott. :-P

Scherzi a parte, il rapporto tra i due protagonisti è qualcosa di terrificante, al limite del patriarcale, ed è molto forte la differenza con le x-girls successive di Claremont solo pochi anni dopo.

La saga di Fenice Nera permette a Jean di scoprire la propria individualità e la propria forza rimanendone soggiogata in quella che è a tutti gli effetti una tragedia Shakespeariana in chiave cosmica.
Fenice Nera passa al lato oscuro, distrugge un intero sole provocando la morte di miliardi di esseri viventi, come mai nessun supercattivo era riuscito a fare.
Le ultime 60 pagine di questa storia sono stupende, disegnate con perizia ed arguzia da John Byrne e che mettono gli stessi X-Men in mezzo ad un dilemma etico e morale sul permettere o meno alle razze aliene Skrull e Kree di processare ( in maniera sommaria ) Fenice o meno.

Oltre Jean che finalmente non è più succube del suo rapporto con Scott, è molto emblematica ed interessante la figura del Professor X che Claremont e Byrne ci mostrano in una versione molto più arcigna e dispotica del solito, forse perché ormai non più in grado di essere padre/padrone dei suoi ragazzi che ormai cominciano a prendere decisioni autonome.
Il finale è storia.
Anche se nei fumetti il the end è quasi mai per sempre.

Da ex lettore di fumetti il mio è un Sì acclarato, soprattutto per quel che concerne le ultime 60 pagine.
C'è da dire che tutto il prologo della vicenda, con le scaramucce con Il Club Infernale, è un racconto ben narrato ma molto sui generis per quel che concerne il plot narrativo supereroistico.

Insomma è una saga che son felice di aver letto e che entrerà a pieno titolo nella mia libreria, ma non è il Claremont che io amo di più.
Però lo sapevo già che sarebbe stato così, quindi il mio è un giudizio di parte e per ciò da prendere con le molle.
La saga della Fenice Nera andrebbe letta, perché merita.




Alla Prossima!





giovedì 30 maggio 2019

Il cinema fantasy per ragazzi è fermo a trent'anni fa

Partiamo da una premessa: oltre ai film per ragazzi anni '80 che oggi vengono venerati in tutte le salse pop e nerd, chi è cresciuto come me nell'epoca pre-millennio, ha un percorso visivo fatto da innumerevoli film per giovincelli mandati in onda su Italia Uno nei torridi pomeriggi estivi alle 14 di pomeriggio.
Erano spesso film di avventura davvero senza pretese, con dei ragazzini improbabili che salvavano il mondo, inventavano cose, vivevano avventure di ogni tipo, ecc.ecc.
Con questo voglio dire che quel cinema non apparteneva solo ai vari Spielberg, Donner, Dante e tutti i cineasti che amammo all'epoca, ma anche ad onesti registi votati solo all'intrattenimento.
Quindi non tutto fu vera gloria.



Questa mia passione per il cinema per ragazzi di stampo fantasy/avventura mi è rimasta ancora, ed infatti tendo a vederne ancora molti.


Aggiungi didascalia
Anche se ormai non ho più i filtri adatti per poter apprezzare questo tipo di cinema che strizza l'occhio alle nuove generazioni, com'è giusto che sia. La mia idea è che però ci sia una svalutazione e una sottovalutazione verso il ragazzino quasi senza pari in questo periodo.
A parte l'estetica, quasi tutti i film che trattano di ragazzini, li trovo piuttosto apatici, piatti e privi di qualsiasi sfumatura di approfondimento psicologico.
In pratica per gli autori odierni la combo del genere fantasy/romanzo di formazione deve essere spogliata dell'una o dell'altra cosa, e soprattutto deve scimmiottare in toto i cliché anni '80 mischiandoli ai generi di consumo odierni.

Di recente ho visto un po' di film appartenenti a questo filone, e gli ultimi due in particolare hanno accentuato la mia convinzione che nella maggioranza dei casi non esiste nessun elemento di riflessione se non trattato in maniera ermetica e manichea.

Mi chiedo il perché di questo appiattimento culturale, che fa si che i giovanissimi non possano aver un cervello pensante e non possano porsi delle domande, commuoversi o emozionarsi, se non per le tute Adidas, qualche sderapata in bicicletta, una battuta o due su un qualsiasi videogame degli ultimi anni o qualche balletto tipo la dab dance.

Poi però mi ricordo di quei film che vedevo sul divano alle 14, con l'odore del caffè che arrivava dalla cucina, sorbendomi scene discutibili ed assurde e pubblicità della Bilboa o della Mattel e mi viene da stare zitto, perché a quell'età a me quei film piacevano.

Insomma a volte ho l'impressione che il cinema per ragazzi sia fermo a trent'anni fa, e che per molte cose stia persino regredendo.

Da una parte comprendo l'intrattenimento per ragazzi odierno compresso da un politicamente corretto che più strenuo non si può anche se cercano di nasconderlo con l'ausilio di qualche parolaccia o battuta sul sesso, ma dall'altra parte con i mezzi odierni un minimo di scrittura più approfondita sarebbe lecito attendersi.

I libri da questo punto di vista sono un altro mondo, e non capisco perché non potrebbe esserlo la scrittura cinematografica ( già le serie sono un altro discorso ) per ragazzi.

Oppure sono solo paranoie mentali dettate dal fatto che adesso vedo questi film con gli occhi da adulto e non con il cosiddetto fanciullino dentro.
Chissà.










domenica 12 maggio 2019

La minoranza silenziosa

Quando frequentavo la scuola elementare mi ricordo che i maestri quando non eravamo impegnati a studiare o fare qualche dettato, ecc.ecc. nei momenti di pausa si inventavano questa cosa del gioco del silenzio, dove in pratica dovevamo stare zitti e chi ci riusciva di più ne usciva vincitore morale, ed in quel modo ci tenevano tranquilli fino al suono della campanella o fino a quando volevano loro.

Quando leggevo fumetti mi ricordo sempre che il redattore della pagina della posta cercava di spronare coloro che chiamavano la maggioranza silenziosa a prendere carta e penna per invogliare il lettore a scrivere e far sapere la loro sulle storie pubblicate o su curiosità varie ed eventuali sulla testata o la casa editrice o anche perché no sulle loro vicende personali.

Insomma una volta dovevi essere invogliato a partecipare, e quando leggevo le pagine della posta di qualsiasi fumetto, settimanale, quotidiano o vattelapesca, pensavo che in fondo ammiravo queste persone che mostravano un certo coraggio a metterci la "penna", davanti a tanti occhi che avrebbero letto la loro lettera.

Internet ed i social in particolare hanno ribaltato questa cosa.
Oggi sono più quelli che partecipano che quelli che stanno in silenzio, e la maggioranza silenziosa è diventata di fatto una minoranza silenziosa.

Pensiamoci bene, a meno che non si abbia una certa età penso che quasi tutti abbiano almeno un profilo da qualche parte che sia su Facebook, Twitter o Instagram.

Ci hanno fatto credere che la nostra opinione conta qualcosa e di fatto ormai tutti quanti siamo diventati tuttologi.
Ne ho un po' le palle piene di questa cosa.
Ed infatti è un bel po' che ho perso la voglia di partecipare, persino di leggere, come se in un certo senso mi sia un po' stancato della rete in generale.
Tanto che mi verrebbe voglia di rivendicare il mio diritto al silenzio.
Sto di fatto diventando un fautore ed un membro effettivo della minoranza silenziosa, proprio perché a parte qualche blog faccio fatica a trovare oasi di pace nella rete odierna.

Per un po' ho pensato potesse essere Instagram, ma non mi ritrovo in molti dei suoi aspetti.
Sarà che non sono un tipo socievole e di bell'aspetto ( non è questione di bruttezza, ma per limiti d'età e di mancanza di fotogenia vedermi non è una bella cosa ), ma non sono una persona che ama mostrarsi e partecipare attivamente alla piattaforma, e di fatto questo rende la mia presenza un po' inutile.
Ed in più è un posto dove è troppo labile il confine tra merito, verità e sponsorizzazione.

Insomma se in questo periodo non ho scritto è perché certe volte penso di avere voglia di suicidarmi virtualmente.

Talvolta mi sento troppo vecchio per queste cazzate.

Non posso non invidiare coloro che ancora alla mia età riescono ad interessarsi veramente e con partecipazione a robe nerd o pop, non che io non me ne interessi, ma non riesco ad esaltarmi ed ad avere quell'entusiasmo vero o presunto che hanno tutti quanti per l'ultimo film Marvel, per GOT o per chissà cos'altro.
Cioè faccio fatica a trovare la voglia di parlarne, anche perché ormai lo fanno tutti di tutto.
Ha senso parlare di un libro dopo che migliaia di altri lo hanno fatto sui loro blog, sui loro profili, su Goodreads o su Anobii?
Ha senso fare a gara su chi pubblica prima la recensione di un film, di un giocattolo o dell'ultimo episodio dell'ennesima ed imperdibile serie televisiva?

La rete sta diventando una roba da Mass Market, un agglomerato fatto di persone che vendono tutti le stesse cose.
Spesso le loro idee e persino la loro vita.

Ma questo non è altro che lo sfogo momentaneo di un altro me, forse quello più lucido e vero, perché vedrete che il mio io virtuale mi convincerà ancora a battere le dita sulla tastiera e scrivere ancora ed ancora di vite su carta e di vite vere o presunte.
Fino al prossimo oblio virtuale.
O quello vero,
chissà.




mercoledì 17 aprile 2019

Il Talismano - Stephen King/Peter Straub

Il Talismano è una delle prime opere che ho comprato di Stephen King ed è anche una di quelle a cui sono più affezionato.
A quel tempo non ero ancora un lettore di libri, ma mi barcamenavo tra letture di fumetti americani e manga e bazzicavo esclusivamente le edicole.
In quel periodo però alcuni romanzi di King uscirono in un formato ultra pocket in edicola e me li accaparrai tutti ed Il Talismano era tra costoro.

Scritto a quattro mani da Stephen King e Peter Straub ( scrittore inglese noto soprattutto per il bellissimo Ghost Story ) nel 1984 doveva essere il primo di una trilogia, a cui seguì successivamente La Casa Del Buio pubblicato nel 2001, ma che non ha mai visto l'uscita del terzo ed ultimo capitolo, annunciato più volte dai due autori, ma mai scritto.
Per fortuna questa saga è principalmente composta da romanzi autoconclusivi e quindi potrebbe chiudersi tranquillamente anche senza il terzo capitolo.
Steven Spielberg è da molti anni che ne detiene i diritti per trarne un film, ed è notizia di questi ultimi mesi che il film dovrebbe essere entrato in pre-produzione, anche se lui dovrebbe solo fungere da produttore.

Il Talismano è un romanzo molto particolare che attinge un po' da tutti i generi ed è pieno di omaggi e cliché narrativi, ma che nonostante ciò funziona benissimo.
Ed è anche un bel tomone di più di novecento pagine anche in formato pocket.

Forse il genere a cui più si avvicina è il New Weird, ma oggi passerebbe tranquillamente per un romanzo Young Adult.


Ma andiamo di sinossi:

" Jack Sawyer ha dodici anni. Sua madre sta morendo e solo lui può vincere il suo male incurabile. Ma per farlo deve affrontare un lungo viaggio nei Territori, mondi paralleli misteriosi ed inquietanti, in cui tutto ciò che accade si ripercuote sulla nostra realtà. Forze demoniache vogliono impadronirsi del talismano, leggendario cristallo dai poteri magici, ma Jack sta per incontrare qualcuno che può aiutarlo...
Una storia fantastica e agghiacciante in cui l'eterna lotta tra il bene e il male si ripetono in un crescendo di paura e tensione."

La sinossi del romanzo è un po' ingannevole e poco chiara, ma è il romanzo stesso pur nella sua semplicità narrativa a sfuggire ad una catalogazione precisa.

Come ormai ben sanno coloro che mi conoscono, vengo facilmente sedotto dal tema della ricerca e dalle trame on the road, anche quando si tratta di viaggi verso altri mondi ed altri luoghi.
Se a tutto ciò ci uniamo l'horror, il fantasy, un pizzico di fantascienza come in questo caso, e un protagonista ragazzino che va a combattere contro il male, vado letteralmente in solluchero.

Il Talismano è tutto questo, anche se Straub e King attingono anche dai romanzi di formazione e di avventura tipiche della vecchia narrativa ( il prologo e l'epilogo che si aprono e si chiudono con delle frasi di Mark Twain, non credo siano stati messi a caso ).
Aggiungiamoci il fatto che Jack fa di cognome Sawyer e l'omaggio appare piuttosto chiaro.

Il peregrinare di Jack "viaggiante" Sawyer viaggia tra due parallele, quella fantasy e quella narrativa da romanzo di formazione.
Quest'ultima parte è quella che preferisco e che offre più spunti, ma anche nei suoi cliché narrativi figli del genere, la parte fantasy appare suggestiva ed intrigante.

Certo, le argomentazioni sono topoi tipici: l'oggetto da recuperare e da portare da un posto all'altro che ti dona potere e ti assoggetta con omaggi clamorosi ad Il signore Degli Anelli e Il Leone, La Strega e L'armadio de le Cronache Di Narnia, mondi paralleli con il più classico degli effetti farfalla, ed un nemico che più cattivo non si può, senza nessuna sfumatura e pietà nemmeno nei confronti del proprio figlio.
Pur essendo un romanzo prolisso e piuttosto descrittivo, la parte ambientata nei territori non è scenograficamente molto delineata tanto da risultare quasi più un percorso a tappe da un punto ad un altro senza chissà quale approfondimento.
Alla fine è un recupera l'oggetto x per salvare la regina y e poco più.
Suggestivo, invece, è il tema del doppio, in questo caso il proprio gemellante nel mondo dei territori, anche se rimane comunque un tema molto aleatorio nella storia.

Molto più interessante è il viaggio di Jack nelle lande americane dall'est all'ovest in un vero e proprio peregrinare on the road non privo di pericoli e peripezie, specie per un ragazzino di 12 anni che si avventura senza soldi accettando passaggi e lavori da sconosciuti.
Certo, lo stile della narrazione anche nei momenti più bui si mantiene quasi delicato, come se il ragazzo avesse sempre il controllo della situazione.
E' molto forte, direi quasi determinante il tema della predestinazione, e come in un buon fantasy che si rispetti è molto fondamentale la sospensione dell'incredulità e accettare l'idea che un ragazzo come Jack si comporti e ragioni quasi come un trentenne.
Straub e King riescono comunque ad inserire anche temi molto forti come lo sfruttamento minorile, molestie sessuali e persino temi come il bullismo e la violenza nei riformatori.

E' questo il grande pregio di questo romanzo, quello di riuscire ad intersecare in maniera abilissima i temi classici dei racconti di formazione con quelli tipici del fantasy anni '80.

Infine una nota sui personaggi, quasi tutti tridimensionali.
Sia quelli che accompagneranno Jack nel suo peregrinare come Richard e Lupo ( un lupo mannaro davvero peculiare, e protagonista di alcuni dei migliori passaggi del romanzo ) che quelli negativi come Morgan Sloat ed il reverendo Gardener, e fa specie in questo caso che quest'ultimo che è un sottoposto, sia molto più inquietante del suo viscido capo, che al di là della sua cattiveria, appare persino un po' patetico.

Il Talismano è un'opera che mi è piaciuto rileggere e che ho apprezzato come la prima volta.
Direi che porta bene i suoi anni e che mantiene ancora intatta la sua lucentezza.
E' sempre interessante leggere un romanzo scritto a quattro mani e chiedersi poi di chi è dei due il merito dei passaggi che più si apprezzano.
La mano di King in alcune cose è riconoscibilissima. C'è molto de La Torre Nera ( ed infatti il libro appartiene a quell'universo narrativo ) ed alcuni aspetti della storia sono persino sovrapponibili e similari a quella saga, ed anche il finale è in puro stile King.
Dite che quest'ultima non è una buona notizia?
In effetti...ma comunque è un finale giusto, soprattutto in opere del genere.

Adesso mi è venuta voglia di rileggere anche il secondo atto di questa saga, che come è giusto che sia trattandosi di un protagonista ormai adulto, vede dei toni più cupi e più turpi, ma ne parlerò successivamente, se la storia mi stimolerà abbastanza.

Il Talismano è un romanzo che consiglio senza riserve, soprattutto a coloro a cui piacciono i fantasy vecchio stile, con un occhio nel mondo reale.
Possiamo definire questa storia una solida e valida alternativa a La Storia Infinita.
Andrebbe riscoperto e letto il più possibile, e sono convinto che il film prossimo venturo, potrà dare una piccola spinta ad una eventuale riscoperta di un'opera che meriterebbe più credito.
Specie in un momento storico come questo in cui lo Young Adult è un genere molto diffuso.

P.s: in U.S.A ne fu tratto persino un fumetto nel 2009 che naufragò prematuramente.


Alla Prossima!











giovedì 28 marzo 2019

Non è un paese per vecchi...scrittori!

Provate a scrivere The Haunting of Hill House su Google e scoprirete che nella ricerca uscirà prima la serie che il romanzo di Shirley Jackson da cui è tratto ( in italiano il giochetto non funziona perché il titolo della serie è stato ridotto ad Hill House).
Ho fatto questa prova qualche tempo fa, perché mi ha stranito e sconcertato che molti lettori odierni che bazzicano sui social più diffusi non conoscessero minimamente l'autrice.
Mi ha lasciato stranito ancora di più il fatto che la stragrande maggioranza ha preferito la serie al romanzo d'origine, che è stato definito più volte palloso e troppo psicologico.
Prima di tutto voglio dire che anch'io ho apprezzato molto la serie, che inevitabilmente è molto più diluita e diversa dal materiale d'origine,  ma che non mi aspettavo questa disparità di giudizio, ed a dirla tutta, nemmeno che fosse così sconosciuta a molti degli attuali lettori odierni che bazzicano sulla rete.
La questione è che oggi si pubblica moltissimo e si pompano sempre di più le uscite prossime ( com'è giusto che sia ) e si crea una sorta di bolla pubblicitaria dove tutti parlano degli stessi libri mentre gli autori del passato non se li fila più nessuno, se non il vecchio lettore nostalgico che magari non ha la stessa forza propulsiva dei blogger e bookstagrammer attuali che vivono di collaborazioni con gli editori.

C'è da dire che con il traino della serie oggi Shirley Jackson è "letteralmente " risorta ed ha visto anche l'uscita di due suoi libri inediti ( uno epistolare e uno di racconti ).
Dovrei essere contento, quindi, che un'autrice che amo, venga letta molto più di prima ( comunque parliamo di un'autrice sempre pubblicata e mai finita nel dimenticatoio grazie ad Adelphi ), ma mi ha spinto ad una serie di elucubrazioni.

Oggi per un lettore odierno è molto facile dire la sua e sputare sui classici del passato in favore di autori più moderni e scorrevoli.
Cioè magari Giovanni Scassapurru che è cresciuto pubblicando racconti su Wattpad e che si è reinventato scrittore horror o young adult potrà essere lo scrittore preferito di una giovane lettrice che allo stesso tempo probabilmente troverà pesante e noioso Dracula, Frankenstein ed altri classici dell'horror.

Tutto ciò è legittimo, ma oggi mi sembra che molti facciano un'enorme fatica a contestualizzare e credo non si abbiano nemmeno i filtri per apprezzare un certo tipo di storie.
Ci si difende appellandosi al gusto personale, perché non si è in grado di assorbire un certo tipo di scrittura e struttura narrativa del passato.
Non si è abbastanza allenati, forse.
Forse perché i classici vengono associati alla scuola ed alle noiose lezioni o alla costrizione di aver dovuto studiare un capitolo dei Promessi Sposi o della Divina Commedia, chissà.

In questo periodo ho letto tre vecchi libri tascabili della Newton e mi è saltato all'occhio che alcune delle soluzioni narrative, lette oggi, risultano scontate ad un lettore navigato o che comunque ha avuto modo di vedere al cinema o in Tv migliaia e migliaia di storie horror, gotiche, fantasy o vattelapesca.

Questo significa che siano opere brutte? Ma quando mai!
Mi sono gustato ognuno dei racconti di Stevenson ed ho apprezzato ogni capitolo del bellissimo I Pirati Fantasma di Hodgson.

Ecco, voglio dire a questi/e giovani virgulti che ciò che oggi per voi è scontato e banale, ha funto da precursore di tutto ciò che leggiamo oggi.

E che senza la Jackson, H.P.Lovecraft, Poe, Hodgson, Mary Shelley e chissà quanti altri, nemmeno  romanzi come After, Divergent e qualsiasi altro romanzo odierno fantasy sarebbe esistito.

Bisogna avere rispetto del passato, così come io rispetto che voi amiate di più Giovanni Scassapurru o Giacomo Carrialanda.





giovedì 21 marzo 2019

Non sono un lettore del mio tempo, ahimè

Ne ho già parlato in un precedente post, ma mai come in questo momento la mia differenza di approccio alla letteratura rispetto alla maggioranza dei lettori è così netta e lampante.
Forse a causa di Instagram che è capace di mostrare più punti di vista in pochi secondi di scrolling e di ascolto.

Quindi mi sono guardato dentro e fattomi un'autopsia intellettuale, mi tocca ammettere che ho dei pregiudizi di base verso la narrativa contemporanea specie per ciò che concerne nuove uscite ed autori emergenti.
Figuriamoci poi se sono italiani.
E' un pregiudizio derivante principalmente dall'ignoranza, dalla mia mancanza di fiducia nel prossimo come autore e dalla poca voglia di rischiare.
Tutto ciò di contemporaneo che leggo, viene comunque da autori che hanno già pubblicato da tempo, ed a parte Ammaniti, Benni, Buzzati e qualcun'altro, la letteratura italiana mi ispira poco o nulla.
Non ci posso fare nulla, sono fatto così.
E' più probabile vedermi in una bancarella polverosa di libri usati che in una nuova fiammante libreria.
Frequento solamente quelle che trattano libri usati a poco prezzo, e quando non ho avuto soldi, non mi vergogno a dire che ho letto libri anche indossando la benda d'ordinanza ( anche se poi li ho recuperati tutti negli anni ).

Ciò di base, mi rende molto diverso da quasi tutti gli appassionati di letteratura che soprattutto su Instagram parlano e mostrano con entusiasmo ( vero o presunto ) tutti i libri in uscita o quelli che gli sono inviati dagli editori.

Mi chiedo a volte cos'ho di così sbagliato e del perché sono fatto così.
Perché mi viene così facile leggere un Urania o un vecchio tascabile Newton che nuovi autori di fantascienza e del fantastico.

Magari chissà un giorno che avrò esplorato tutto ciò che ritengo interessante della vecchia narrativa del fantastico e dell'horror dovrò per forza aprirmi al nuovo ed al contemporaneo.

Fatto sta che oggi non sono un uomo del mio tempo.

Esiste quindi una frangia conservatrice ed oltranzista anche per quel che concerne la letteratura o sono la cosiddetta mosca bianca?
Una mosca come quella del film di Cronenberg, direi.
Il bianco comunque denota purezza, in me come lettore, se sono davvero così, non ne vedo.
Qualcuno obietterà che è giusto che io legga ciò che ritenga più opportuno e nelle mie corde, ma a volte mi domando cosa non vada in me.
Mi sento un lettore con dei limiti oggettivi che non riesco a superare.
Un razzista.
Ecco, l'ho detto.
Sono razzista verso il nuovo, inteso come autore, e me ne scuso.



lunedì 11 marzo 2019

Trilogia Della Frontiera: Cavalli Selvaggi / Oltre Il Confine / Città Della Pianura - Cormac McCarthy

" Passarono e impallidirono sulla terra sempre più buia, sul mondo a venire."

Uno dei temi narrativi da cui vengo sedotto più facilmente è quello della ricerca.
Che sia di stessi, di un oggetto o di qualcosa che non si sa cosa sia.
Datemi un viaggio, degli uomini a cavallo che vanno verso l'orizzonte, un bivacco ed un percorso ignoto, ed io ci sarò.
Datemi gesta di personaggi simili, ed io li leggerò.
Sarò con loro in viaggio attraverso le pagine, sentirò il rumore degli zoccoli dei cavalli mentre sono al galoppo, sarò seduto con loro davanti al fuoco di notte con l'unico rumore del crepitare dei ciocchi di legno e l'ululato dei lupi e dei coyote.

La trilogia della frontiera è tutto questo.
Aggiungiamoci il talento, il realismo e la crudezza di Cormac McCarthy e possiamo fare ciao,ciao con la manina a tutti.

" Dovevo andare " dicevano Sal Paradise e Dean Moriarty attraverso la penna di Kerouac nelle pagine di On The Road, e John Grady Cole e Billy Parham i due protagonisti della trilogia della frontiera " vanno ".
...E forse non tornano più.

Come è ovvio essendo una trilogia la storia si divide in tre parti:

- Cavalli Selvaggi
- Oltre Il Confine
- Città Della Pianura

Tuttavia ognuno dei tre racconti può essere letto anche singolarmente in quanto le vite dei due protagonisti della vicenda si intersecheranno soltanto nel terzo volume.

Tutte e tre le storie sono ambientate nelle zone di frontiera americana al limite ed oltre il confine con il Messico.
Terre spesso aride, brulle e quasi desertiche.
Terre spesso abitate da persone ospitali, ma anche da masnadieri senza scrupoli.

Ci sono delle differenze sostanziali nei due personaggi cardini di questa trilogia.
Nel primo volume il giovanissimo John Grady parte con il cugino senza un vero motivo, alla ricerca di qualcosa di indefinito e intangibile.
John Grady viene descritto da McCarthy come un cowboy dal talento innato capace di dialogare e capire i cavalli come pochi, un romantico disposto a rischiare tutto, anche se stesso, per amore.
Che sia l'amore per Alejandra nel primo volume o di una giovanissima prostituta nel terzo volume.
Proprio l'amore per Alejandra e l'arrivo come compagno di viaggio di un imprevedibile e burrascoso ragazzino rappresentano la chiave di volta del primo capitolo di questa trilogia.
Possiamo in un certo qual modo dire lo stesso del terzo volume, in cui i sentimenti di John Grady sono il fulcro della vicenda.
Nel west l'unità di misura dell'amore è però il piombo.
E ci si fa male.

Primo e terzo sono di fatto i capitoli più snelli e lineari della trilogia, quelli più scorrevoli e per certi versi prevedibili, quasi inevitabili direi.
Se si conosce un minimo chi li ha scritti, almeno.
Di tutt'altra pasta è il secondo volume, francamente il più difficile ed il più lento da leggere, ma che è probabilmente quello in cui si percepisce di più la fatica ed il viaggio.
Si percepisce di più la solidarietà verso lo sconosciuto che ha bisogno, la fame e la debolezza, l'abbandono, anche tra fratelli.
E' il capitolo più ambizioso, ma anche quello più difficile e farraginoso da leggere, specie per lo scritto molto lento e descrittivo di McCarthy.
E soprattutto trovo Billy Parham un personaggio molto più complesso di John Grady, persino più tragico.
John Grady sceglie la sua strada, anche quella più ardua in maniera consapevole, Billy è un personaggio in balia del destino fin dall'inizio.

Il primo centinaio di pagine del secondo volume in cui Billy parte in solitaria a caccia di una lupa che fa razzie di bovini è straordinariamente raccontato da McCarthy in un centinaio di pagine di bellezza pura.
Sono probabilmente le pagine della trilogia che ho amato di più.

Insomma per non perderci in chiacchiere immagino si sia capito che ho amato ogni capitolo di questa trilogia e quindi non posso che consigliarla a chiunque.
Non che ci fosse bisogno della mia approvazione, visto che parliamo di uno dei più grandi scrittori di sempre.
McCarthy mi aveva già conquistato con La Strada e Meridiano Di Sangue e quindi mi aspettavo mi avrebbe colpito anche con questa trilogia, ma non così tanto.

Il mio unico pollice verso è verso l'inevitabilità sentimentale che ai miei occhi da lettore appare scontata e un po' sui generis, ma è proprio una questione di gusto personale, nulla più.
E poi d'altronde chi non ha avuto 16 anni?
Anche i cowboy si innamorano.
D'altronde, uno dei miei eroi, Roland Deschain di Gilead, era un pistolero, l'ultimo della sua specie, e fondamentalmente un romantico.


Alla Prossima!